Il grunge e l’essenza autentica delle perle

Quando Eddie Vedder adatta il testo di “Alive” per la prima volta alle note di “Dollar Short”, la sensazione comune, per i suoi futuri compagni di band, è quella di trovarsi davanti a una sorta di inno alla vita. In un momento di particolare incertezza, dove la morte di Andy Wood aveva messo tutto in discussione, gente come Jeff Ament e Stone Gossard non avrebbe chiesto nulla di meglio di un ritornello come quello cantato da Eddie che portava avanti la canzone a suon di «Alive, I am still alive».

Parole che si ripetono con forza, mettendo in secondo piano tutto il resto. Nessuno, però, fa caso alle strofe, attraverso le quali Eddie racconta, invece, la sua stessa storia. La storia di un figlio che non ha mai conosciuto il suo vero padre – salvo una volta in strane circostanze – e che vive credendo di dovere i suoi natali al patrigno Peter sino a quando non viene messo al corrente della verità dalla madre Karen.

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Son, she said, have I got a little story for you… who you thought was your daddy, was nothing but a…

pearl jam, alive

Alla base di quello che diventerà uno dei pezzi più conosciuti del gruppo che si sta formando c’è una storia di fango, di ipocrisia e, forse, di rabbia. Il testo racconta una vicenda che si snoda su complicate dinamiche familiari sino a trovare immagini più sfocate che dipingono, con pennellate astratte, la proiezione del rapporto tra madre e figlio al limite dell’incesto.

Nelle strofe c’è tutto questo, mentre il ritornello ribadisce – non senza ironia – l’importanza di essere vivi. Un’ironia che Jeff e Stone fanno fatica a cogliere, concentrandosi invece sull’importanza di ribadire «sono ancora vivo» ora che il loro microclima è imploso a causa della morte di Andy.

Ma questa è un’altra storia…

In quel momento, la cosa più importante era aver trovato un pezzo con cui riscoprire la voglia di andare avanti; una canzone che potesse dare un senso alle sofferenze di tutti. Un senso che è forse anche quello che è all’origine del nome della band.

Perché la scelta del nome Pearl Jam, in sostituzione del non utilizzabile “Mookie Blaylock”, ha poco a che vedere con “cazzate” tipo quella della “marmellata di funghetti allucinogeni, specialità della nonna di Eddie”, o con altre invenzioni improvvisate sul momento dallo stesso frontman e propinate al giornalista di turno.

Questo nome ha sicuramente più a che vedere con l’essenza stessa della perla e con il procedimento naturale della sua creazione, che non è altro che quello di prendere elementi esterni, elementi anche negativi (la parola “grunge” non vuol dire forse rifiuto?) e trasformarli in qualcosa di straordinariamente bello.

Comincia così l’esperienza del gruppo, tirando in gioco le negatività con le quali si combatte a livello personale e lasciandole evolvere in canzoni. È questo che fa arrivare a noi il messaggio del gruppo, facendo dei Pearl Jam una delle band più rappresentative del panorama rock degli ultimi anni.

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Fabio Iulianohttp://www.fabioiuliano.it
Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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