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Musica

Il grunge e l’essenza autentica delle perle

Fabio Iuliano

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Quando Eddie Vedder adatta il testo di “Alive” per la prima volta alle note di “Dollar Short”, la sensazione comune, per i suoi futuri compagni di band, è quella di trovarsi davanti a una sorta di inno alla vita. In un momento di particolare incertezza, dove la morte di Andy Wood aveva messo tutto in discussione, gente come Jeff Ament e Stone Gossard non avrebbe chiesto nulla di meglio di un ritornello come quello cantato da Eddie che portava avanti la canzone a suon di «Alive, I am still alive».

Parole che si ripetono con forza, mettendo in secondo piano tutto il resto. Nessuno, però, fa caso alle strofe, attraverso le quali Eddie racconta, invece, la sua stessa storia. La storia di un figlio che non ha mai conosciuto il suo vero padre – salvo una volta in strane circostanze – e che vive credendo di dovere i suoi natali al patrigno Peter sino a quando non viene messo al corrente della verità dalla madre Karen.

Son, she said, have I got a little story for you… who you thought was your daddy, was nothing but a…

pearl jam, alive

Alla base di quello che diventerà uno dei pezzi più conosciuti del gruppo che si sta formando c’è una storia di fango, di ipocrisia e, forse, di rabbia. Il testo racconta una vicenda che si snoda su complicate dinamiche familiari sino a trovare immagini più sfocate che dipingono, con pennellate astratte, la proiezione del rapporto tra madre e figlio al limite dell’incesto.

Nelle strofe c’è tutto questo, mentre il ritornello ribadisce – non senza ironia – l’importanza di essere vivi. Un’ironia che Jeff e Stone fanno fatica a cogliere, concentrandosi invece sull’importanza di ribadire «sono ancora vivo» ora che il loro microclima è imploso a causa della morte di Andy.

Ma questa è un’altra storia…

In quel momento, la cosa più importante era aver trovato un pezzo con cui riscoprire la voglia di andare avanti; una canzone che potesse dare un senso alle sofferenze di tutti. Un senso che è forse anche quello che è all’origine del nome della band.

Perché la scelta del nome Pearl Jam, in sostituzione del non utilizzabile “Mookie Blaylock”, ha poco a che vedere con “cazzate” tipo quella della “marmellata di funghetti allucinogeni, specialità della nonna di Eddie”, o con altre invenzioni improvvisate sul momento dallo stesso frontman e propinate al giornalista di turno.

Questo nome ha sicuramente più a che vedere con l’essenza stessa della perla e con il procedimento naturale della sua creazione, che non è altro che quello di prendere elementi esterni, elementi anche negativi (la parola “grunge” non vuol dire forse rifiuto?) e trasformarli in qualcosa di straordinariamente bello.

Comincia così l’esperienza del gruppo, tirando in gioco le negatività con le quali si combatte a livello personale e lasciandole evolvere in canzoni. È questo che fa arrivare a noi il messaggio del gruppo, facendo dei Pearl Jam una delle band più rappresentative del panorama rock degli ultimi anni.

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

Musica

Da Vasto a Vasco: 300 chilometri sull’A14 per raggiungere l’hotel del Komandante

Fabio Iuliano

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Trecento chilometri a salire, altrettanti a scendere, per buona parte sulla A14. Dalle strade di Lanciano-Vasto (Chieti) – sul tratto costiero d’Abruzzo più prossimo al Molise – al lungomare di Marina centro, cuore pulsante della bella Rimini d’estate. Da solo. Perché così riesci a “trovare un senso a tante cose”. Come la canzone, no?

Chiedetelo a Emanuel, fan di lungo corso di Vasco, originario di Morino (L’Aquila). Uno di quelli che programmano il piano ferie in base al calendario del tour estivo del rocker di Zocca. E, tornati a lavoro, hanno i sensi pieni di ricordi da sovrapporre alla routine . In fabbrica, alla Sevel di Lanciano, c’è sempre da trottare nello svuotamento e nel riempimento linee , ma a volte basta avere in mente una buona playlist “e tutto è più già più semplice”.

Il suo racconto parte da un audio di Whatsapp e arriva a noi con lo stesso mezzo: ci ha raccontato il suo weekend romagnolo tutto di un fiato. Non ci sono parole più efficaci delle sue per trasmettere il suo mood.

Eccole:

Da quando ho scoperto l’esistenza di quest’uomo, il mio desiderio è stato sempre quello di incontrarlo. Sabato ero a lavoro. Il mio turno era di mattina. Verso le 8.30 mi arriva un audio da un’amica: ‘Un senso’ la canzone. Già avevo programmato di andare a Rimini, ma era saltato tutto. Metto la canzone in riproduzione in un momento di pausa.

Mi fermo all’improvviso e mi dico: devo partire per raggiungere lì dove è alloggiato lui, al Grand Hotel. Arrivo a Rimini e mi fermo fuori l’hotel, lì dove c’erano già un po’ di persone in attesa che uscisse. All’improvviso, Vasco passa e saluta per rientrare nella hall. La speranza è vederlo uscire di nuovo. Nulla. Riusciamo solo a notare che era a cena, attraverso una grande vetrata che si apre su parte della sala del ristorante.

Così rimando i propositi all’indomani e prendo una stanza in un altro albergo da quelle parti per tornare a ridosso delle 8.30, a fare le poste davanti al Grand Hotel. L’obiettivo è sempre lo stesso. Verso le dieci esce e dà il buongiorno a tutta la combriccola prima di farsi la sua consueta passeggiata in bici.

Poi, verso le 11.30, ritorna e si ferma sorprendendoci alle prese  con le sue canzoni, tra cori improvvisati e stecche come se non ci fosse un domani. Risco a farmi fare l’autografo su un braccio.

Volevo dirgli qualcosa, ma avevo i battiti fuori controllo e piangevo come un bambino.

Rientra in hotel. Raggiungo lo stabilimento balneare dove va solitamente a pranzo. Solo che lì c’è da prenotare in largo anticipo  per pranzare o, quantomeno, bisogna avere una stanza nel Grand Hotel. Mi fermo davanti a un chioschetto che si trova giusto a metà tra l’hotel e il lido. Me lo ritrovo davanti, ma decido che non è il caso di disturbarlo. Stessa valutazione fanno i ragazzi che sono lì ad aspettare con me. Verso le 15 sbuca fuori dal lido per rientrare in hotel e a quel punto non resisto: mi piazzo davanti a lui, mi tolgo la maglia e gli chiedo: “Scrivimi una canzone sulla schiena”.

Lui non si scompone e mi chiede: “Dove la vuoi, spalla destra o spalla sinistra?”.
Gli faccio: “Da spalla a spalla”.

Lui mi guarda e mi fa: “Nelle mie canzoni, già ti ritrovi. In tutte quante”. Poi, però, si limita a farmi un altro autografo sulla spalla destra.

Ero fuori di me per la gioia, ma non era ancora tutto. Volevo una foto io e lui e basta, “e tutto il mondo fuori!” 

Il modo c’è ma è un po’ caro: prenotare una cena nell’hotel e, magari, procurarmi da un negozio locale un paio di pantaloni lunghi, visto che ero salito solo con un paio di shorts. Il mio “investimento” viene comunque premiato. Neanche  il tempo di sedermi a tavola che me lo ritrovo davanti, ma intuisco subito che è il caso di non disturbarlo tra una portata e l’altra. Come si alza chiedo alla guardia del corpo (credo si chiami Willy o qualcosa del genere) di aiutarmi ad avvicinare Vasco. Mi invita a pazientare qualche istante. In quel lasso di tempo, Vasco si ferma a fare gli autografi fuori l’hotel e scherza con i bambini. Credo adori giocare con i piccoli. Si diverte a chiamare e scherzare ogni bambino che incontra. Poi, entra dentro una stanzetta e ci fanno cenno di entrare uno alla volta. Quando arriva il mio turno, lui mi dice: “Tu sei quello che oggi si è tolto la maglia e mi è saltato davanti, vero? Da dove vieni?”

“Dall’Abruzzo, ho fatto 300 chilometri, solo per te”.

Ci salutiamo col pugno e lui fa: “Beh, non ce lo potremmo neanche dare, però a noi non ce ne frega un cazzo!”

Indica due ragazze nei paraggi e mi dice: “Loro sono con te?”

“No, le ho conosciute qui”.

“Bene, allora questa sera, qualcosa la combiniamo”.

Facciamo la foto e vado via, anche se mi fermo qualche minuto a parlare col suo personal trainer e la security. Sicuramente, questo viaggio ha dato un senso alla mia estate.

EMANUEL VELOCCI

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Sergio Caputo Unplugged: domenica due agosto il concerto a Roma

Sophia Melfi

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Un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti dei live unplugged! Il prossimo due agosto Sergio Caputo si esibirà sulla terrazza del The Hive Hotel, a Roma, in versione acustica.

Durante il concerto il musicista originario di Roma ripercorrerà la sua carriera d’artista proponendo i brani storici del suo repertorio insieme ai successi più recenti.

Sergio Caputo ha sviluppato un inconfondibile stile musicale e letterario che è solamente suo, abbinando la canzone italiana al jazz, con testi ispirati alla poesia moderna. Nel 1983 esce il suo primo album “Un sabato italiano”. Questo album lo porta subito al successo ed è tutt’ora un classico. La sua musica è un pop-jazz che spesso spazia nel latino e con un uso innovativo del linguaggio, i temi predominanti sono il quotidiano, l’amore, e le nevrosi metropolitane. A “Un sabato italiano” seguono 12 album più varie compilation, Sergio partecipa al Festival di Sanremo tre volte, e negli ultimi anni torna con particolare decisione a sonorità jazzistiche e latine. Fra le sue collaborazioni eccellenti si annoverano nomi come Dizzy Gillespie, Tony Scott, Mel Collins (King Crimson), Tony Bowers (Simply Red), Enrico Rava, Roberto Gatto, Flavio Boltro, Danilo Rea e molti altri. Col nuovo millennio si trasferisce in California, dove vive e lavora per 12 anni a contatto con le sue radici musicali e facendosi conoscere come chitarrista “Smooth Jazz”. Nel 2008 esce il suo primo romanzo per la Mondadori, “Disperatamente (e in ritardo cane) ”. Di recente Sergio ha celebrato il trentennale di “Un sabato italiano” con un nuovo album, “Un sabato italiano 30”, remake in versione più jazz dello storico album, contenente due brani inediti. E’ uscito inoltre il libro “Un sabato italiano memories”, un Oscar Mondadori imperdibile. Nel marzo 2015 esce il nuovo album di inediti “Pop, Jazz and love”, interamente in inglese tranne per il singolo “A bazzicare il lungomare”. Il suo mix di pop, jazz e poesia torna a riaffermare lo stile che da sempre contraddistingue l’autore. Nel 2017 nasce una collaborazione artistica con Francesco Baccini, col quale pubblica l’album di inediti “Chewing gum blues”. Nel 2018, fra le molte esibizioni live, pubblica l’album “Oggetti smarriti”, un unplugged con tre inediti, e altri brani “cult” della sua carriera. Nel mese di novembre 2019 è uscito il suo nuovo singolo “Amo il mio nuovo look”.

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“Asakusa 2077”, l’inno creativo dei Whattafuck!?

Sophia Melfi

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Di recente uscita, il nuovo singolo della band pugliese Whattafuck!?, “Asakusa 2077”, segna l’avvio di un innovativo progetto discografico sotto la nuova etichetta B District Music, sezione 8.

“Asakusa 2077” è un inno dedicato a chi, soprattutto in questo periodo, ha passato giornate intere con gli occhi sognanti e le cuffie nelle orecchie cercando di “volare” altrove. 
La musica ha diversi poteri sovrannaturali, tra cui quello di riuscire a farci viaggiare senza necessariamente prendere un aereo o un treno. L’invito dei Whattafuck!? è quello di salire a bordo della loro prorompente immaginazione, mettersi comodi e volare con le ali della loro musica. Un viaggio dove non esistono limiti nè restrizioni e che vi porterà, anche solo per qualche istante, in un bel posto, quello preferito dai ragazzi pugliesi. Il posto dei desideri, dove qualche volta il sogno si realizza… 

Un sound coinvolgente, immediato e attraente. “Asakusa 2077” è il risultato creativo della forte armonia tra Frak (voce), Nephil (chitarre), Tenchi (basso) e Jay (batteria). 
Asakusa 2077” è stato registrato, mixato e masterizzato da Marco Fischetti presso i Death Star Studio di Cassano delle Murge (Bari). 

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