Icastico si racconta: “Alcolico” è un brano sull’ansia sociale. La musica? Un’esigenza di vita

Dal 6 maggio scorso è disponibile su tutte le piattaforme digitali “Alcolico“, il secondo singolo del cantautore viterbese Icastico.
“Fare i sorrisi quando arrivo ad una festa”: non è sempre facile e scontato. Quando non siamo a nostro agio con noi stessi, difficilmente riusciamo ad esserlo con gli altri, e con questo brano Icastico ci parla proprio di questa sensazione. 

Dalla profonda anima blues, Vincenzo, questo il suo nome di battesimo, è un eclettico cantautore di origini laziali che da giovanissimo si è avvicinato alla musica per un’esigenza precisa, quella di comunicare il suo mondo interiore tramite le canzoni.

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Vincenzo benvenuto, come stai?
E’ un periodo particolare per noi musicisti ma in generale per tutti gli operatori dello spettacolo. Siamo impossibilitati a lavorare e abbiamo anche molte incertezze. Siamo poco considerati allo stato attuale e non sappiamo bene che fine faremo. Il mio tour estivo, ovviamente, è saltato e ne ho approfittato per concentrarmi sul disco.

Il 6 maggio è’ uscito “Alcolico”, il tuo secondo singolo, come nasce?
“Alcolico” fa parte di una trilogia che ho composto lo scorso anno durante un periodo di astinenza forzata dall’alcol. Esce dopo “Cristo”, il mio singolo di esordio e risponde a molte domande lasciate aperte dal primo brano. Sebbene si parli di alcol, non è una canzone sull’alcolismo. Si concentra di più sull’utilizzo dell’alcol come pillola per alleviare l’ansia sociale. E’ anche un pretesto per parlare di ogni forma di dipendenza, di cui hai bisogno per apparire diverso da quello che sei. Non vi è un giudizio, vi è solo una descrizione, un racconto. La tematica affrontata è comunque molto condivisa da una grande fascia della mia generazione. Forse bisognerebbe guardare negli occhi i propri mostri per ottenere una chiave di equilibrio.

Curiosa è una frase del testo “potrei vomitare l’anima che a me non serve più. Secondo te da un punto di vista sociale ci troviamo in una forte crisi?
Uno dei motivi per cui non faccio critica sociale riguarda il fatto che penso che l’emergenza più grossa che dobbiamo affrontare sia quella individuale. Come possiamo curare una società se noi, all’interno di noi stessi, siamo in guerra civile? Non ho la forza ne la presunzione di parlare della società. Tutte le mie energie sono concentrate nel tenermi in equilibrio in mezzo alle tante cose che ci capitano nella vita, cui siamo preparati solo apparentemente. In realtà ci dimeniamo tutti in una tempesta di disagio.

Cosa pensano le persone delle tue canzoni?
Il feedback più bello che ho ricevuto riguarda il fatto che le persone si riconoscano nelle storie che musico, storie che non hanno una morale. Questo aspetto non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuta la deriva di un tipo di Indie di mettersi su un piedistallo, dirci come vivere, e tutto il mito della crescita personale. Mi piace raccontare una storia per quello che è, poi ognuno può percepire un proprio significato o messaggio, ritrovarcisi in un modo o in un altro. Ognuno di noi è alla ricerca di un proprio equilibrio per cercare di stare meglio e, anche se credo, che essendo compromessi come generazione, non miglioreremo mai, l’unica consolazione esistente, almeno, è che non siamo soli in questa ricerca.

Un cantautore come te che prospettiva ha? Si può vivere di musica?
Io vivo di sola musica da cinque anni in verità. Affianco l’insegnamento della chitarra e dell’ukulele al cantautorato e ai concerti. Nel 2018 ne ho fatti più di cento. Sono certo che si può fare, anche se è ovvio che non è alla portata di tutti, per vari motivi.

Quando hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo lavoro?
Prima che un lavoro la musica è stata un’ancora di salvataggio. Sono stato un preadolescente e un adolescente un pò complicato. Ho avuto problemi a rapportarmi con l’esterno e soprattutto una grande avversione verso l’autorità. Quindi con gli unici mezzi a disposizione che poteva avere prima un bambino di 10 anni e poi un adolescente di 15 mi sono chiuso in me stesso in una bolla silenziosa fatta di musica, chitarre, dischi ascoltati di nascosto dai miei genitori. La musica mi ha sempre accompagnato nella vita. Nel corso degli anni ho fatto tanti lavori. L’ultimo è stato l’assicuratore. Ma quando mi sono accorto che lavorando 12 ore al giorno, le mie entrate dipendevano solo dai live, mi sono chiesto “perchè continuare così?”. Quindi ora sono cinque anni che vivo di musica.

C’è un’artista cui ti ispiri o che preferisci?
Anche se sembra strano io nasco bluesman e questa cosa me la sono portata dietro. Ci sono indizi anche nei miei primi due singoli. Finora il punto più alto della mia carriera è stato l’apertura del concerto dei “The Original Blues Brothers Band”. Infatti mi piace tutto quello che appartiene alla black music, dal blues al jazz, dall’hip hop al rap. Quello è il mondo con cui mi sento a mio agio ed è anche quello che rispecchia i temi che voglio trattare. Da un punto di vista autoriale il mio mito assoluto è Tom Waits con cui mi sento legato per il fatto di trovare della poesia negli ultimi, nelle piccole tragedie quotidiane. Poi lo venero perchè credo sia una delle penne più grandi del ‘900.

A breve uscirà anche il tuo primo disco..
Prima dell’album uscirà sicuramente un terzo singolo che è la conclusione della trilogia, e credo che farà arrabbiare molte persone contemporaneamente (ride ndr). Il disco è pronto, ci vorrà solo un pò di tempo per ultimarlo. Abbiamo lavorato intensamente per far sì che sia una raccolta di singoli. Ho voluto che ogni singolo avesse una propria ragione di esistere e un senso all’interno di questo racconto, che non è altro che la condivisione della mia ricerca dell’equilibrio. Nel disco ha lavorato anche Alessandro Presti, bassista dei Dear Jack, con cui amo collaborare perchè riesce a cogliere molte sfumature delle cose che voglio dire che sarebbero difficili da spiegare a parole. Anche solo ascoltare “Alcolico”, senza sentire il testo, ti comunica molte sensazioni.

Cosa farai non appena tornerà un pò di normalità?
Ho bisogno di ubriacarmi, di passare quattro giorni fuori casa e svegliarmi in un paese sconosciuto senza volere sapere cosa ho fatto nei giorni precedenti (ride ndr).

Ph. Ilaria Fochetti

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Antonella Valente
Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

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