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Interviste

Icastico si racconta: “Alcolico” è un brano sull’ansia sociale. La musica? Un’esigenza di vita

Dalla profonda anima blues, Vincenzo è un eclettico cantautore di origini laziali che da giovanissimo si è avvicinato alla musica per comunicare il suo mondo interiore tramite le canzoni

Antonella Valente

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Dal 6 maggio scorso è disponibile su tutte le piattaforme digitali “Alcolico“, il secondo singolo del cantautore viterbese Icastico.
“Fare i sorrisi quando arrivo ad una festa”: non è sempre facile e scontato. Quando non siamo a nostro agio con noi stessi, difficilmente riusciamo ad esserlo con gli altri, e con questo brano Icastico ci parla proprio di questa sensazione. 

Dalla profonda anima blues, Vincenzo, questo il suo nome di battesimo, è un eclettico cantautore di origini laziali che da giovanissimo si è avvicinato alla musica per un’esigenza precisa, quella di comunicare il suo mondo interiore tramite le canzoni.

Vincenzo benvenuto, come stai?
E’ un periodo particolare per noi musicisti ma in generale per tutti gli operatori dello spettacolo. Siamo impossibilitati a lavorare e abbiamo anche molte incertezze. Siamo poco considerati allo stato attuale e non sappiamo bene che fine faremo. Il mio tour estivo, ovviamente, è saltato e ne ho approfittato per concentrarmi sul disco.

Il 6 maggio è’ uscito “Alcolico”, il tuo secondo singolo, come nasce?
“Alcolico” fa parte di una trilogia che ho composto lo scorso anno durante un periodo di astinenza forzata dall’alcol. Esce dopo “Cristo”, il mio singolo di esordio e risponde a molte domande lasciate aperte dal primo brano. Sebbene si parli di alcol, non è una canzone sull’alcolismo. Si concentra di più sull’utilizzo dell’alcol come pillola per alleviare l’ansia sociale. E’ anche un pretesto per parlare di ogni forma di dipendenza, di cui hai bisogno per apparire diverso da quello che sei. Non vi è un giudizio, vi è solo una descrizione, un racconto. La tematica affrontata è comunque molto condivisa da una grande fascia della mia generazione. Forse bisognerebbe guardare negli occhi i propri mostri per ottenere una chiave di equilibrio.

Curiosa è una frase del testo “potrei vomitare l’anima che a me non serve più. Secondo te da un punto di vista sociale ci troviamo in una forte crisi?
Uno dei motivi per cui non faccio critica sociale riguarda il fatto che penso che l’emergenza più grossa che dobbiamo affrontare sia quella individuale. Come possiamo curare una società se noi, all’interno di noi stessi, siamo in guerra civile? Non ho la forza ne la presunzione di parlare della società. Tutte le mie energie sono concentrate nel tenermi in equilibrio in mezzo alle tante cose che ci capitano nella vita, cui siamo preparati solo apparentemente. In realtà ci dimeniamo tutti in una tempesta di disagio.

Cosa pensano le persone delle tue canzoni?
Il feedback più bello che ho ricevuto riguarda il fatto che le persone si riconoscano nelle storie che musico, storie che non hanno una morale. Questo aspetto non mi è mai piaciuto. Non mi è mai piaciuta la deriva di un tipo di Indie di mettersi su un piedistallo, dirci come vivere, e tutto il mito della crescita personale. Mi piace raccontare una storia per quello che è, poi ognuno può percepire un proprio significato o messaggio, ritrovarcisi in un modo o in un altro. Ognuno di noi è alla ricerca di un proprio equilibrio per cercare di stare meglio e, anche se credo, che essendo compromessi come generazione, non miglioreremo mai, l’unica consolazione esistente, almeno, è che non siamo soli in questa ricerca.

Un cantautore come te che prospettiva ha? Si può vivere di musica?
Io vivo di sola musica da cinque anni in verità. Affianco l’insegnamento della chitarra e dell’ukulele al cantautorato e ai concerti. Nel 2018 ne ho fatti più di cento. Sono certo che si può fare, anche se è ovvio che non è alla portata di tutti, per vari motivi.

Quando hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo lavoro?
Prima che un lavoro la musica è stata un’ancora di salvataggio. Sono stato un preadolescente e un adolescente un pò complicato. Ho avuto problemi a rapportarmi con l’esterno e soprattutto una grande avversione verso l’autorità. Quindi con gli unici mezzi a disposizione che poteva avere prima un bambino di 10 anni e poi un adolescente di 15 mi sono chiuso in me stesso in una bolla silenziosa fatta di musica, chitarre, dischi ascoltati di nascosto dai miei genitori. La musica mi ha sempre accompagnato nella vita. Nel corso degli anni ho fatto tanti lavori. L’ultimo è stato l’assicuratore. Ma quando mi sono accorto che lavorando 12 ore al giorno, le mie entrate dipendevano solo dai live, mi sono chiesto “perchè continuare così?”. Quindi ora sono cinque anni che vivo di musica.

C’è un’artista cui ti ispiri o che preferisci?
Anche se sembra strano io nasco bluesman e questa cosa me la sono portata dietro. Ci sono indizi anche nei miei primi due singoli. Finora il punto più alto della mia carriera è stato l’apertura del concerto dei “The Original Blues Brothers Band”. Infatti mi piace tutto quello che appartiene alla black music, dal blues al jazz, dall’hip hop al rap. Quello è il mondo con cui mi sento a mio agio ed è anche quello che rispecchia i temi che voglio trattare. Da un punto di vista autoriale il mio mito assoluto è Tom Waits con cui mi sento legato per il fatto di trovare della poesia negli ultimi, nelle piccole tragedie quotidiane. Poi lo venero perchè credo sia una delle penne più grandi del ‘900.

A breve uscirà anche il tuo primo disco..
Prima dell’album uscirà sicuramente un terzo singolo che è la conclusione della trilogia, e credo che farà arrabbiare molte persone contemporaneamente (ride ndr). Il disco è pronto, ci vorrà solo un pò di tempo per ultimarlo. Abbiamo lavorato intensamente per far sì che sia una raccolta di singoli. Ho voluto che ogni singolo avesse una propria ragione di esistere e un senso all’interno di questo racconto, che non è altro che la condivisione della mia ricerca dell’equilibrio. Nel disco ha lavorato anche Alessandro Presti, bassista dei Dear Jack, con cui amo collaborare perchè riesce a cogliere molte sfumature delle cose che voglio dire che sarebbero difficili da spiegare a parole. Anche solo ascoltare “Alcolico”, senza sentire il testo, ti comunica molte sensazioni.

Cosa farai non appena tornerà un pò di normalità?
Ho bisogno di ubriacarmi, di passare quattro giorni fuori casa e svegliarmi in un paese sconosciuto senza volere sapere cosa ho fatto nei giorni precedenti (ride ndr).

Ph. Ilaria Fochetti

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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