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Grosso guaio a Chinatown: da flop al botteghino a cult imprescindibile degli anni ’80

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Federico Falcone

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Pochi, come Kurt Russell e John Carpenter, impersonano il concetto di culto anni ’80. Se l’immagine del primo è legata a doppio filo allo straordinario Jena Plissken, protagonista di “1997: Fuga da New York” (1981) e “Fuga da Los Angeles” (1996), pellicole mai troppo amate dagli appassionati della settima arte, quella del secondo è irrimediabilmente connessa a un certo universo horror capace di affascinare milioni di adolescenti e non solo.

I due, oltre ai film sopra citati, hanno collaborato anche in “Elvis, il re del rock” (1979), “La Cosa” (1982) e “Grosso guaio a Chinatown” (1986), segnando un sodalizio artistico vincente e in grado di invecchiare bene, benissimo. Cinque film imprescindibili per gli amanti di un certo cinema, impossibili da non apprezzare per stile cinematografico e per quantità industriale di aforismi al fulmicotone presenti.

“Big Trouble in Little China”, però non si presentò bene al grande pubblico, complice una campagna promozionale non impeccabile e lacunosa ma soprattutto inefficace. Flop al botteghino e critiche feroci e negative da parte dei mass-media, ma anche di gran parte del pubblico, non resero la vita facile al film.

In Italia uscì il 1 luglio del 1986 ma rimase proiettato in sala per poco, proprio perché privo di quel piccolo particolare e requisito indispensabile chiamato “interesse da parte del pubblico”. Negli anni successivi sarebbe stato ampiamente rivalutato, ma in quei mesi il tracollo fu verticale che più verticale non si poté. Alcuni tra i critici più in voga in questi anni, come gli statunitensi Roger Elbert e Gene Siskel, non usarono mezze misure per definire “ridicoli” gli effetti speciali usati nella pellicola. Se la campagna marketing fu disastrosa, quella mediatica fu anche peggio, insomma. I soli 11 milioni di dollari di incasso solo lì a testimoniarlo…

Altro fattore non proprio secondario: nel 1986 uscirono altre pellicole che non solo ebbero immediato e grande successo ma che anche oggi, a distanza di 34 anni, conservano intatto il fascino dell’epoca. Film come “Stand By Me – ricordo di un’estate“, tratto dall’omonimo romanzo capolavoro di Stephen King, è come il buon vino che più invecchia e più diventa buono. Oppure “Top Gun” con un lanciatissimo Tom Cruise, “Il nome della Rosa” con Sean Connery, basato sull’omonimo romanzo di Umberto Eco, “Platoon” di Oliver Stone, “Highlander, l’ultimo immortale” con Christopher Lambert e le musiche dei Queen. Anche “Howard e il destino del mondo” e “Aliens, scontro finale” contribuirono a rendere il 1986 un’annata di rilievo per il cinema internazionale.

Probabile che “Grosso guaio a Chinatown” non fu compreso fino in fondo. Un film a lunghi tratti volutamente analogico e lontano dalle produzioni pompate dell’epoca (ricordiamo sempre che parliamo di 34 anni fa) non dovrebbe essere accusato di avere effetti speciali ridicoli se, in maniera del tutto palese e evidente, mirava discostarsi dal resto delle pellicole per lavoro registico e tone of voice. E poi, le precedenti collaborazioni tra Russell e Carpenter erano lì a dimostrare come lo spirito che animasse i due avesse un’identità ben precisa e marcata tale da rendere i loro lavori incredibilmente riconoscibili. Scusate se è poco.

Trentaquattro anno dopo siamo ancora qui a esaltarlo e a farcelo piacere. Non sarà il migliore prodotto partorito dai due, non avrà una sceneggiatura impeccabile o chissà quanto originale, ma cavolo, godiamocelo per quello che è, cioè antonomasia del culto anni ’80 che tanto piace ai giovani d’oggi. Ma anche a noi, che con questi film ci siamo cresciuti.

Brindiamo agli eserciti passati, e che gli eserciti futuri non debbano mai combattere“. Che bella frase, e quanto è attuale!

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Luigi Tenco, storia dell’intervista poche ore prima della morte

Antonella Valente

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Quando morì, Luigi Tenco aveva 28 anni ed era in gara al Festival di Sanremo con una delle sue canzoni più famose.

Era la diciassettesima edizione di quello che sarebbe diventato il festival canoro più importante dello stivale. Il 27 gennaio del 1967 Tenco è stato ritrovato senza vita all’interno della stanza n. 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. In quella fredda notte il cantante si sarebbe tolto la vita sparandosi in testa un colpo. Usiamo il condizionale perché così dissero gli inquirenti al tempo ma ad oggi la vicenda ancora non è molto chiara.

Poche ore prima della morte Luigi Tenco aveva presentato sul palco dell’Ariston insieme alla cantante francese Dalida il brano “Ciao amore Ciao” che fu però escluso dalla competizione. L’artista non fu affatto contento dell’esito della sua partecipazione al festival tanto che la sua morte viene fatta ricollegare proprio alla eliminazione del brano. Infatti, pare che l’artista prima di porre fine alla sua vita avesse scritto un bigliettino, che Dalida avrebbe consegnato agli inquirenti, in cui mostrava tutto il suo disappunto e la sua delusione per come era stato trattato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale contro una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” 

Leggi anche: Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Tre le ultime interviste rilasciate da Luigi Tenco ve ne è una in cui racconta la sua “Ciao Amore Ciao”

Si tratta di una canzone con cui vorrei tracciare una nuova linea (..) io penso che i giovani come tutti gli altri siano adatti alle belle canzoni, se questa canzone verrà giudicata una bella canzone, io l’ho giudicata tale“, commenta Tenco durante l’intervista radiofonica pochi giorni prima della sua scomparsa.

Cantautore difficile da affrontare? o giudicare? Così lo vedeva la critica. Luigi Tenco è sempre stato alla ricerca di qualcosa di originale, spesso anticommerciale e antitradizionale. Forse, chissà, decise di dare un segnale forte con la sua morte, non conformandosi a dei canoni di competizione che non gli appartenevano, con un atto di protesta, però, che non ci permise di godere ancora dei suoi testi e delle sue canzoni.

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Maus: la Shoah a fumetti nel capolavoro di Art Spiegelman

Riccardo Colella

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Gli ebrei sono indubbiamente una razza, ma non sono umani”. Con questo folle delirio di Adolf Hitler si apre, nell’edizione Einaudi, Maus di Art Spiegelman: romanzo a fumetti pubblicato per la prima volta negli USA tra il 1980 e il 1991 sulla rivista Raw. Va da sé che, quando trovi un virgolettato simile nella prima pagina di un’opera, quella che ti aspetti è una storia ben diversa da tutte le altre.

E non sono buttate lì a caso le parole di Umberto Eco quando afferma che: “Maus è una storia splendida. Ti prende e non ti lascia più. Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in questo linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

Ma cos’è Maus? Maus è un romanzo grafico, e autobiografico, con cui l’autore ripercorre gli abomini dell’olocausto che hanno travolto la propria famiglia. La storia narra di Art (personaggio ispirato allo stesso Spiegelman), un fumettista ebreo di origine polacca che tenta di recuperare un rapporto col padre, Vladek, sopravvissuto ad Auschwitz e inasprito e indurito nel carattere, proprio dalle atrocità della II guerra mondiale. Art raccoglie le testimonianze del padre prima e dopo la Shoah, affinché siano tramandate alle future generazioni, motivo per cui lo stesso Spiegelman deciderà di scrivere Maus.

L’opera è un fumetto allegorico: ed è così che gli ebrei vengono raffigurati come topi, i nazisti diventano gatti, i francesi della rane, gli americani cani, allo stesso modo dei polacchi che hanno sembianze di maiali e dei russi che hanno l’aspetto di orsi. La particolarità del romanzo, però, non sta nell’intensità delle tematiche, che pure vengono trattate con una delicatezza spesso commovente, né nella profonda caratterizzazione psicologica dei protagonisti.

A colpire è lo stile grafico. Il tratto che a prima vista può apparire stilizzato, entra prepotentemente nell’iconografia del fumetto mondiale e la scelta non casuale del bianco e nero, proprio ad evidenziare la freddezza e la drammaticità della Shoah, contribuisce a rendere Maus il potentissimo capolavoro che di fatto è, nonché l’unica graphic novel in grado di vincere un Premio Pulitzer.

Certo non bisogna attendere il Giorno della Memoria per leggere Maus. Quella di Spiegelman non è mera opera di intrattenimento ma una finestra spalancata sulle atrocità dell’olocausto. Un testo da aprire, sfogliare e ammirare. Una storia da leggere e su cui riflettere. Qualcosa che va compresa a fondo e fatta nostra, affinché di questo romanzo, non venga mai scritto un seguito.

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Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

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