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Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

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Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Franco J. Marino: “cerco di esprimere la bellezza e la poesia di un vissuto sincero”. L’intervista

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Solare, energico e con la musica nel DNA. Franco J Marino è certamente tra gli artisti italiani di maggior rilievo, grazie ad una proposta musicale che non si vergogna di sperimentare ed osare. Napoletano di nascita ma romano di adozione, un mix di blues, latin, soul ed, ovviamente, il calore della sua città natale. Non deve stupire se Franco J Marino abbia alle spalle una carriera ricca di importanti traguardi, come le collaborazioni con Lucio Dalla o Andrea Bocelli ed un premio AFI per l’attività compositiva.

Con “Immagina il mondo che vuoi“, singolo uscito il 4 giugno, Franco J Marino ha raggiunto la sua maturità artistica. Sound corposo, vintage e raffinato. Un brano il cui videoclip è stato girato tra i colli bolognesi. Bologna, ha spiegato, è una città molto importante poiché fonte di ispirazione e luogo familiare grazie alla lunga amicizia con il produttore Mauro Malavasi.

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Roma, Napoli, Bologna. Il viaggio e l’esperienza come guide ed una sincera ricerca della propria identità musicale. Tutti ingredienti che confluiscono nell’ultimo inedito pubblicato, che si configura come una summa della carriera dell’artista: un invito a guardare avanti, oltre lo stato delle cose, e sognare un futuro migliore. Se volete saperne di più, vi proponiamo di seguito una breve intervista con Franco J Marino attraverso la quale cercheremo di approfondire meglio il suo background musicale. Buona lettura.

Leggi anche: “Rockin’1000 Party, musica e cinema con il supergruppo all’Arena Lido di Rimini

Ciao Franco e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Lo scorso 4 giugno è uscito “Immagina il mondo che vuoi”, il tuo nuovo singolo. Vuoi parlarcene? Di cosa tratta il brano e a cosa ti sei ispirato questa volta?

Buongiorno e piacere mio. L’ispirazione è figlia del desiderio e io desidero un mondo meno veloce, “slowlife”, per comprendere e godere della bellezza che ci circonda. Questo è il mondo che immagino.

La tua è una proposta musicale molto singolare. Unisci sonorità melodiche napoletane, la tua terra d’origine, al blues, latin e soul. È stato difficile per te, negli anni, trovare questo equilibrio stilistico?

È stato molto naturale lo spunto, ” l’invenzione”. Poi per arrivare alla precisione ci sono voluti quasi due anni. “Napolatino” è un progetto unico e rappresenta il mio stile anche grazie a Mauro Malavasi che lo ha prodotto e arrangiato.

Franco, tu vieni da Napoli ma vivi da tanto a Roma, una seconda casa a tutti gli effetti. C’è in qualche modo nelle tue canzoni un richiamo alle due città?

Roma è una città bellissima e unica al mondo ma non mi ha dato spunti per scrivere. Napoli la sento nelle vene e ogni volta che ci torno (spesso), mi emoziona e mi regala l’ispirazione che mi serve.

Nel corso della tua carriera hai avuto modo di collaborare con grandi artisti, come ad esempio Lucio Dalla o Andrea Bocelli. Come sono nati questi progetti che ti hanno portato a scrivere con il primo “Non vergognarsi mai” e per il secondo “Domani”?

Ho sempre avuto una grande stima nei confronti del maestro Malavasi con il quale collaboro da molti anni. Feci ascoltare alcuni miei brani a lui che lo colpirono molto, poi li ascoltarono Lucio e Andrea che mi vollero conoscere, e da quel momento si instaurò un bel feeling da cui sono nati i brani che ho scritto per loro.

Domanda semplice, ma con la quale vogliamo entrare più nel dettaglio. Cosa vuoi esprimere con la tua musica? Chi è Franco J Marino nelle sue canzoni?

Desidero sempre esprimere la bellezza e la poesia legate da un vissuto sincero.

Come mai hai aspettato fino al 2011 per pubblicare il tuo primo album? Avevi bisogno in un certo senso di trovare la tua strada stilistica prima di addentrarti nella stesura di un disco completo?

Certamente. Il percorso di un artista è complesso e non basta solo il talento. Nel mio caso, poi, prima del 2011 ho scritto per altri artisti importanti.

Prima di salutarci, se possibile, vorremmo qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri. Cosa hai mente di fare ora che si potrà nuovamente suonare dal vivo? Tornerai a calcare i palchi o magari stai lavorando ad un nuovo progetto discografico?

Spero di fare tutte e due le cose!

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Interviste

Finaz e Cicatrici, l’album per guardare al futuro. E sulla Bandabardò…

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“Cicatrici” è il terzo capitolo dell’avventura musicale solista di FINAZ, il virtuoso chitarrista della Bandabardò. Il nuovo album è stato anticipato dal singolo “Heart Of Stone” feat. Alex Ruiz -che è stato in première su Billboard Italia- ed uscirà il prossimo 18 giugno per Rivertale Productions. Il nuovo progetto discografico “Cicatrici” segue l’iperacustico Guitar Solo del 2012 e la ricerca elettronica applicata alla chitarra di GuitaRevolution (2016). Con questo nuovo lavoro il musicista toscano si concentra su ciò che maggiormente rappresenta storicamente la sua creatività: la composizione di vere e proprie canzoni e il “travestimento” della sua chitarra acustica per raggiungere sonorità fantasiose e incredibili. Proprio per questo definisce questa nuova sfida come il disco della propria maturità solista.

Dopo un album iperacustico (Guitar Solo) e un secondo di sperimentazione elettronica applicata alla chitarra, siamo arrivati a Cicatrici, che tipo di disco è questa volta?

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Un saluto a tutti i lettori di The Walk of Fame magazine. Cicatrici è una sorta di compendio delle mie esperienze umane e artistiche. Ci sono appunto le mie cicatrici, non necessariamente tutte dolorose ma comunque tutte indimenticabili. Non è un lavoro, come dire, uniforme. E’ un disco assolutamente eterogeneo, cosa che io considero non un difetto ma un grande pregio, in questa epoca di uniformità!

Trovi la proposta musicale odierna un po’ piatta?

Ti rispondo così: viva la diversità!

Possiamo definire Cicatrici come il disco della tua maturità?

Penso proprio di sì, dopo trenta anni di carriera ci si trovano dentro tutti gli stili che mi hanno influenzato e formato; blues, rock, reggae, sperimentale e una cover di Modugno che io ho sempre ascoltato fin da ragazzo anche in famiglia, che ho iniziato a suonare live nel 2017 a un festival a Parigi e non avevo mai inciso. Questo era il momento di farlo.

Il brano che apre il lavoro è invece una collaborazione con Petra Magoni…

Sì, una cara amica da tanti anni, abbiamo già collaborato nello spettacolo teatrale “Equilibrismi” ma questa è la prima volta che componiamo insieme una canzone! Mi sembrava giusto che fosse proprio quel brano la prima traccia da ascoltare

Un’altra tua amica verrà presto a suonare qui a L’Aquila, il 7 agosto, si tratta di Carmen Consoli…

Hai ragione, ci conosciamo e abbiamo collaborato in molte circostanze. Ho suonato spessissimo con lei nei suoi concerti ma non in studio. Mai dire mai, comunque. Comunque sarò con lei il prossimo 25 agosto a Verona per il concerto che festeggerà i suoi primi 25 anni di carriera!

Come sta la Bandabardò dopo la morte di Erriquez?

Stiamo cercando una nuova formula che renda giustizia a lui, alla Banda e al nostro pubblico. Non sarà facile ma ci riusciremo. La perdita è enorme, incommensurabile a livello artistico e umano.

Ultima domanda, dopo tante presenze al concertone del prima maggio, cosa ne pensi della polemica Rai-Fedez?

Che è assurdo che in un paese civile si discuta un decreto legge come quello in questione. Abbiamo forse la più bella Costituzione del mondo, basterebbe rispettarla.

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Interviste

Marco Bonadei: “Salvatores? Una vera guida. Recitare? Per me la ricerca della verità” (Intervista)

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Marco Bonadei è sicuramente uno dei volti emergenti nel panorama artistico italiano. Attore teatrale genovese, classe 1986, e con una spiccata predisposizione alla recitazione. Dal 2010 collabora con la compagnia del Teatro dell’Elfo di Milano recitando in diverse produzioni. Nello stesso anno, inoltre, Marco Bonadei dà il via al progetto Il Menù della Poesia con cui diffonde, assieme alla sua equipe, la poesia ed il teatro in giro per l’Italia. Una carriera votata alla recitazione, tanto da entrare nel cast del film Comedians di Gabriele Salvatores, uscito il 10 giugno nelle sale italiane. Per l’occasione abbiamo scambiato qualche parola con Marco Bonadei cercando di esplorare il suo background, la sua passione per la recitazione e i progetti futuri. Buona lettura!

Il 10 giugno è uscito Comedians, film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo dramma di Trevor Griffiths. Per te che vieni dal mondo del teatro è stato difficile approcciarsi alla recitazione in un film?

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È stata un’esperienza unica. Gabriele Salvatores sa accompagnarti per mano, come una vera guida. Le difficoltà riscontrate sul set sono state molte ma Gabriele riesce a guidarti come se tu fossi un funambolo, senza farti sbilanciare né troppo da un lato (un eccesso di teatralità) né dall’altro (un naturalismo spinto), tenendoti in bilico ed impedendoti di cadere.

La tua è una carriera interamente votata alla recitazione e alla cultura. Come è nata questa passione, o forse è meglio dire vocazione, che hai poi trasformato in lavoro?

Mi sono avvicinato da bambino al palcoscenico per gioco e mi è piaciuto. Poi ho scoperto che ero portato per recitare. Il tempo, l’impegno e la fortuna hanno fatto il resto.

Dal 2010 dirigi il progetto Il Menu della Poesia attraverso il quale diffondete la poesia e il teatro con l’imprescindibile convinzione che la cultura possa essere il vero collante di una società sana. Da semplice format itinerante ad un’associazione vera e propria. Cosa ti ha spinto ad iniziare un progetto così ambizioso e, se vogliamo, innovativo?

Una sfida alla celeberrima affermazione “con la cultura non si mangia“. Ma una sfida che abbiamo vinto. Dopo ci siamo resi conto dell’interesse che il progetto destava nelle persone, e ci siamo detti -io e il gruppo di colleghi attori con cui ho iniziato questa avventura- che era il caso di dargli un futuro e di farlo crescere. oggi c’è un team di seri professionisti che se ne sta occupando e che dà valore e forza al Menu della poesia.

Vittorio Gassman diceva: «L’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità». Quindi: recitare come via di fuga dalla realtà che ci circonda o come interpretazione e manifestazione della stessa. Sei d’accordo con questa affermazione? Cosa provi quando ti cali nei panni di un personaggio?

Recitare per quanto mi riguarda è la ricerca di una costante verità, una verità ultima, una verità altra. Recitare è tutt’altro che mentire. È mettersi a nudo, e dare spazio a quelle parti di te che condividi con il personaggio scritto dall’autore sulla carta. Recitare è comunicare, attraverso un codice, stabilito o innovativo, con chi sta dall’altra parte: il pubblico.

Il teatro è un ambiente che ti pone a contatto diretto con il pubblico, a differenza della telecamera su un set cinematografico che funge da tramite. Secondo te, dopo aver sperimentato sulla nostra pelle le limitazioni della libertà e dei rapporti interpersonali, credi ci sia bisogno di un ritorno a quella vicinanza tra persone che solo un palco riesce a creare?

Credo che questo bisogno di cui parli, terminerà solo con la fine dell’ultimo uomo e dell’ultima donna sulla terra. È il bisogno di comunicare, il bisogno di toccarsi, il bisogno di sentire l’energia dell’altro, di guardarlo negli occhi, sentirlo respirare, vederlo muoversi. Il bisogno di empatizzare con le sue emozioni, di riflettere sulle sue azioni, pensieri, vite. Ce lo insegna la scienza con lo studio dei neuroni specchio. Credo che lo spettacolo dal vivo sia la forma d’arte ultima a poter morire. Come disse in un’intervista il grande Eduardo De Filippo: «finché ci sarà un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno finto su di un palcoscenico».

Hai già in mente dei nuovi progetti per il futuro ora che cinema e teatri riapriranno? Puoi anticiparci qualcosa?

Debutto il 7 luglio al Teatro Elfo Puccini di Milano con uno spettacolo diretto da Cristina Crippa Nel Guscio di Ian McEwan: una sorta di monologo surreale, ambientato nell’utero materno all’ottavo mese di gravidanza. Io sono un feto. Un feto molto noto, almeno per il pubblico teatrale. Un Amleto in miniatura, che deve sventare l’omicidio del padre, e lo deve fare in una condizione fisica e fisiologica limitante e fuori dal comune.

In questo momento sono impegnato nel portare avanti La Variante Umana, la compagnia teatrale che ho fondato insieme ad altri quattro compagni di lavoro: Vincenzo Zampa (altro attore con cui condivido l’esperienza del set di Salvatores) Chiara Ameglio danzatrice e performer, Aureliano Delisi drammaturgo, e Alessandro Frigerio sceneggiatore e assistente alla regia. Noi cinque ci troviamo impegnati nella realizzazione di diversi spettacoli. La prossima tappa sarà una mia regia ispirata a romanzo di Friedrich Dürrenmatt  Il giudice il suo boia che ci vedrà impegnati tutti insieme sulla scena.

Leggi anche: “Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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