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Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

#TWOF1: “Tra presente e futuro, a tu per tu con Pino Quartullo”

Redazione

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Nella settimana di festeggiamenti per il primo compleanno di The Walk Of Fame, Pino Quartullo, attore, sceneggiatore, regista e artista a tutto tondo, si è concesso ai nostri microfoni per un’intervista esclusiva. Un viaggio all’interno di una carriera ricca di soddisfazioni e momenti indimenticabili. Dall’incontro con Alberto Sordi ne “Il Marchese del Grillo“, a quello con Monica Vitti e Gigi Proietti del quale è stato anche allievo.

L’importanza di investire nel teatro e nella cultura hanno tenuto banco fra un aneddoto e un ricordo. Il doppiaggio di Jim Carrey in “The Mask“, i primi spettacoli di varietà televisivo, la collaborazione con Lino Guanciale, sono solo altri episodi narrati e descritti nel corso dell’intervista in allegato.

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#TWOF1: 40 anni di giornalismo rock con Federico Guglielmi

Redazione

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Una passione lunga tutta una vita, elevata a lifestyle e occupazione principale. Il sacro verbo del rock’n’roll, nelle mani di Federico Guglielmi, tra i giornalisti di settore più autorevoli e apprezzati in Italia, è al sicuro e in ottime mani. Nell’intervista esclusiva rilasciata a The Walk Of Fame in occasione del primo compleanno del magazine, Guglielmi ha ripercorso le tappe salienti di 40 anni di giornalismo rock.

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I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

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Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

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