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Interviste

Parla Giovanni Gastel, il fotografo dell’anima

Antonella Valente

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Se la fotografia racchiude l’essenza di un luogo, una persona o un gesto e se la moda è sembianza, forma e immaginazione, Giovanni Gastel ci ha viziati con inconfondibili scatti ai quali accostarsi ora con stupore, ora con disincanto. Una tavolozza di emozioni si sprigiona dall’eleganza delle inquadrature, dalla scala dei toni e dalla nitidezza della relazione con il soggetto” (Giovanna Melandri, Presidente della Fondazione MAXXI di Roma)

Intenso, magico, profondo, ma allo stesso tempo delicato ed elegante, Giovanni Gastel è uno dei fotografi ritrattisti più famosi degli ultimi decenni. Il suo nome compare nelle riviste specializzate insieme a quello di altri suoi colleghi quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino e Jürgen Teller. Classe 1955, Gastel nasce a Milano il 27 dicembre e negli anni ’70 si avvicina al mondo della fotografia fino al momento di svolta, nel 1981, quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda.

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Attualmente è presidente dell’Associazione Fotografi Professionisti, membro del Consiglio di Amministrazione del Museo di Fotografia Contemporanea, partner istituzionale della Triennale di Milano e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione IEO-CCM.

Quando nasce la sua passione per la fotografia, tanto da trasformarla in un lavoro?

Prima di appassionarmi alla fotografia, verso i 12 anni, facevo l’attore in una compagnia di teatro sperimentale e, all’incirca cinque anni dopo, iniziai a pubblicare le mie prime raccolte di poesie. Avrei voluto fare il poeta. Fu solo quando una mia fidanzata mi fece notare che facevo foto molto belle che nacque l’amore immenso per la fotografia. I miei primi scatti risalgono agli anni ’70.  A 19 anni ho aperto il mio primo studio fotografico, in quel periodo facevo fotografie di ogni tipo: matrimoni, accessori, piccole riviste, la classica gavetta.

C’è un fotografo cui si è ispirato nei suoi lavori o che ha ammirato di più nel corso della sua carriera?

Il mio è stato essenzialmente un percorso da autodidatta: ho cercato di sviluppare il mio stile personale in un continuo confronto con me stesso sul campo, senza scuole o punti di riferimento imprescindibili. Però ricordo che, da ragazzo, rimasi molto affascinato dagli scatti di Irving Penn e Richard Avedon che trovavo su Vogue, a cui mia madre era abbonata.

Al MAXXI di Roma possiamo apprezzare la mostra “The People I Like”. Tra i diversi personaggi ritratti ce ne è uno cui è particolarmente legato?

La mostra, come afferma il titolo stesso “The People I like” racconta delle persone che mi hanno toccato -in qualche modo- l’anima. Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa ed ognuna di loro mi piace, per questo è difficile scegliere. Posso, però, dire che abbiamo deciso di dedicare la mostra a Germano Celant a cui devo moltissimo: è stato per me un amico-mentore. Un uomo che ho profondamente ammirato, scomparso da poco. E’ lui che ha deciso di portare la mia prima personale in mostra alla Triennale ed è sempre lui che una volta mi ha detto ”dovresti smetterla di definirti un fotografo di  .. (qualcosa). Tu sei un fotografo. Punto. Poi sta a te fotografare quello che vuoi”.

Può raccontarci un aneddoto particolare degli incontri e shooting avuti con i personaggi ritratti?

Quando incontrai Vasco Rossi, mi resi conto che non aveva alcuna voglia di venire ritratto. Continuava a chiedermi insistentemente cosa dovesse fare ed io, con tranquillità, gli risposi di fare qualsiasi cosa avesse voglia di fare. Allora lui: “Ma se voglio stare seduto posso stare seduto?” , ed io: “Stai seduto” “Ma se voglio sdraiarmi?” “E sdraiati” “E in piedi?” “Stai in piedi”… Dopo un po’ di questo botta e risposta Vasco si interruppe, si girò verso i suoi collaboratori e disse “Ue, mi piace questo qui!”.

C’è anche un bellissimo sorriso di Obama… cosa ricorda di quel momento?

Io e Barack Obama ci siamo incontrati ad un cocktail durante un convegno sulla nutrizione. Quando gli chiesi: “Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a eleggere questo presidente dopo di lei?”, lui scoppiò in questa risata, quasi liberatoria. Per fortuna avevo con me la macchina fotografica. Obama ha detto: “C’è la storia del popolo nero in questa ritrovata felicità”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Le sue foto sono senza tempo?

Dico sempre che le fotografie si dividono in due gruppi: nel primo ci sono quelle che documentano un momento e che quindi ‘finiscono nel tempo’, sono strettamente legate ad esso e dipendenti alla circostanza. Nel secondo, ci sono, invece, le fotografie che colgono quell’unicità, quell’anima profonda in grado di superare, uscire dal tempo e diventare opere d’arte. E’ raro arrivare a fare delle fotografie che travalichino il tempo, ma sicuramente quello deve essere l’obiettivo. Non so dire se e quando riesco a raggiungerlo, ma è senza dubbio ciò a cui tendo sempre.

Ha iniziato lavorando nella moda: cosa è cambiato in questo settore rispetto ad allora?

Quando ho cominciato negli anni Settanta era, in generale, un periodo di crisi economica terribile. Nelle agenzie di pubblicità si diceva ai vari stilisti che non era possibile trovare una serie di parametri fissi per un mercato in continuo cambiamento come quello della moda. La svolta c’è stata solo con Lucchini e Borioli, che avevano fondato appena “Donna” e “Mondo Uomo”. Fu allora che si decretò l’inizio di una nuova filosofia nel settore. Si decise che l’obiettivo non sarebbe stato più quello di soddisfare direttamente le esigenze dell’acquirente ma, piuttosto, quello di creare un’estetica definitiva in grado di esprimere una bellezza, eleganza, sensualità senza tempo. Oggi le cose sono ancora diverse. Le varie manovre politiche hanno peggiorato le condizioni della classe media e i mercati che hanno più potere d’acquisto sono quello cinese, russo… la pubblicità di conseguenza sta modificando nuovamente i parametri per soddisfare le esigenze di questi acquirenti.

In che modo la poesia e la fotografia si conciliano nella sua vita?

Ho scelto la fotografia perché sapevo che non avrei potuto vivere di sola poesia. Le poesie oggi non le legge più nessuno, il ché è paradossale visto che la forma concisa, sintetica delle poesie sarebbe il compromesso perfetto per un’epoca in cui nessuno ha più tempo per leggere. In ogni caso, quello che penso è che passerò i miei ultimi giorni su questa terra scrivendo poesie. Ma è anche vero che la fotografia è diventata molto più di un lavoro per me. Mi ha completamente rapito il cuore: è diventata un’esigenza, una necessità. Non riesco ad addormentarmi tranquillo se non ho fatto qualche fotografia, risolve ogni mio conflitto interiore.

Lo scorso 8 ottobre è stato presentato anche il cortometraggio “Ninfe” realizzato con Franco Curletto. Come è nata la vostra collaborazione? Che significa per lei “la bellezza”?

Mi ricollegherò al discorso di prima riguardo alle fotografie in grado di travalicare il tempo. Se una fotografia supera la dimensione temporale, del caduco e dell’effimero, allora accede al mondo della bellezza. Io credo che il bello non sia semplicemente qualcosa che provoca in noi piacere, ma piuttosto un ponte, un aggancio che ci collega con una realtà superiore, che ci eleva nel profondo. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte è come se avessimo una visione: estetico ed estatico si fondono. La mia collaborazione con Franco Curletto affonda le sue radici proprio in questo. Abbiamo un comune modo di intendere la bellezza, la concepiamo entrambi nella sua forma più autentica. “Ninfe” nasce dal nostro tentativo di dar voce ad un’eleganza e grazia eterne attraverso acconciature, poesia e fotografia. E’ una produzione corale.

Cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere questa strada?

Una volta Flavio Lucchini mi disse che, in primis, la fotografia deve servire per vendere la moda, il vestito, l’accessorio… se poi si riesce a fare delle fotografie che sono anche belle, allora si è dei grandi fotografi. Mi sento allora di dire che il più importante traguardo da perseguire è: riuscire ad abbattere il muro tra quello che si è e quello che si fa, conciliare il proprio lavoro e la propria soggettività, unicità.

Si ringrazia per la collaborazione Laura Aurizzi

Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Lou Mornero presenta “Grill”: esploro la mia maturità artistica e la musica senza confini

Antonella Valente

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A quattro anni di distanza dall’EP di debutto, il cantautore milanese Lou Mornero pubblica “Grilli” (Cabezon Records), il suo primo album full length. “Grilli” è l’evoluzione del progetto nato nel 2017 con la pubblicazione dell’EP omonimo nel quale il cantautore milanese Lou Mornero affida le sue canzoni al poliedrico musicista e produttore Andrea Mottadelli per crearne gli arrangiamenti e curare l’intera produzione

“Grilli” è il tuo primo album, nato come evoluzione dell’ep del 2017, quello del tuo esordio. Puoi spiegarci come sei cresciuto, musicalmente parlando, in questo lasso di tempo?

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Purtroppo o per fortuna la mia curiosità è in continuo movimento, sono sempre in modalità “scoperta” e questo influenza tutto ciò che faccio, quindi più che di crescita parlerei di costante apertura e desiderio di stimoli. Musicalmente parlando sento di aver raggiunto una certa maturità e di aver affinato un gusto, d’altronde non sono più fanciullo agli occhi dell’anagrafe, ma con ciò mi terrorizza l’idea di fossilizzarmi, in questo senso mi sento di affermare che “Grilli” è un’evoluzione in larghezza, ho ampliato confini e orizzonti e so pure che si tratta di una parentesi già chiusa per cedere il passo ad altro.

Fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di coniugare le tue influenze musicali. Come si è sviluppato il processo di songwriting che ha portato alla realizzazione del disco?

E’ stato tutto molto fluido e naturale, sia dal punto di vista compositivo che sperimentale, il mio approccio è spontaneo e mai  forzato, vado dove mi porta l’ispirazione e gli ascolti del momento senza pormi troppi limiti, come forse s’intuisce. In “Grilli” sono confluite canzoni più datate e altre recenti e ciò giustifica la presenza di una moltitudine di atmosfere che rappresenta la mia attitudine da trovatore musicale. In principio parte sempre tutto da me e la mia chitarra, esce qualcosa che sento avere un giusto mood e mi ci aggrappo fino a che la sensazione cede il posto alla canzone, che in genere impiega il suo tempo per trovare la soluzione finale. Poche cose mi danno gusto come quando dal silenzio nasce improvvisa una musica che m’incolla a sé. Nella fase successiva, quella dell’arrangiamento e della produzione, sono intervenuti in modo massiccio la sensibilità e il gusto di Andrea, di cui mi parliamo poi, che in quanto a curiosità musicale non ha nulla da invidiare a nessuno. E’ pertanto la somma delle rispettive influenze che si riflette in tutto il disco.

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Hai scelto di affiancarti a Andrea Mottadelli, musicista e produttore. Quale è stato il suo contributo?

Con Andrea ci conosciamo da tanti anni e, oltre ad aver suonato insieme ne I Paradisi, avevo già beneficiato del suo talento anche nel precedente EP, quindi nel caso di “Grilli” si è trattato di dare seguito a una collaborazione già consolidata e fondata principalmente sull’amicizia e sulla reciproca stima per la sensibilità artistica dell’altro. In quest’ultimo lavoro, in particolare, il contributo di Andrea s’erge a pari misura di quello mio di autore; per dedurne l’entità basta fare attenzione a quanto corpo è racchiuso in ogni arrangiamento e, ancor più nel dettaglio, in ogni singolo suono. In alcuni casi le sue idee hanno collocato altrove canzoni che altrimenti avrebbero avuto una lettura più specifica, con l’abilità di spaziare fra i generi senza creare confusione.

Ti va di descriverci brevemente i brani che compongono “Grilli”?

Nell’album, come dicevo, si susseguono una serie di atmosfere differenti tra loro, accomunate dal mio sentire musicale e dal gusto di Andrea per certe sonorità. La scelta della scaletta è il risultato della volontà di costruire un viaggio la cui partenza è affidata alla canzone “Grilli” che ben funge da introduzione morbida al portamento più ritmato di “La cosa vuota”. “Due” e “Aquario”, a seguire, sono esempi di come il contributo di Andrea abbia portato altrove ambientazioni dal gusto più folk, aggiungendo suoni più moderni come casse elettroniche e synth. Con “Happy birthday songwriter” si cambia registro e si accede al mondo della canzone più standard nonostante l’assenza di strutture classiche, così come in “Caro mio”, dove il canto sfiora a tratti il parlato. “Piccolo tormento” è il blues che trova il suo posto ma lo fa guardando ai NIN piuttosto che a Muddy Waters. La chiusa è lasciata ai balzi di “Ouverture” che con la sua coda strumentale vuole essere un arrivederci sostenuto e onirico.

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In assenza della possibilità di suonare dal vivo, credi che andrebbe rivisto anche il sistema di promozione di un artista?

Probabilmente sì, non potendola cambiare, ci si deve adattare all’attuale condizione di assenza della musica dal vivo. E quindi i concerti in streaming piuttosto che altre iniziative virtuali che evidentemente, in termini di scambio tra performers e pubblico, nulla hanno a che fare con la natura propria di un’esibizione dal vivo ma che in questi tempi possono trovare una giustificazione come tentativi per non mollare. Io non ho ricette alternative, l’esperienza del concerto è unica e insostituibile e non voglio neppure pensare a discorsi del tipo pubblico ridotto o distanziato, perciò credo che l’unica cosa da fare in questo brutto momento sia non rinunciare a credere che torneranno tempi migliori e continuare a creare.

Parlando della situazione generale, quella nella quale versa il mondo dello spettacolo, della musica e della cultura più in generale, quali sono i tuoi auspici? Come vedi, da artista, i mesi che hai davanti?

Ovviamente auspico che si possa tornare a una specie di normalità il prima possibile, scegliere quando e dove andare senza più limitazioni di posti e orari. Ovvio è che fino a quando quella cosa sarà in circolo e non saremo protetti non possiamo far altro che sopportare e pazientare con tutta la fatica del mondo. Pertanto, è inutile raccontarcela, i mesi a venire saranno ancora costretti e condizionati e per far fronte alla chiusura generalizzata del mondo dell’arte nelle sue varie forme, che poi spesso coincide col mondo dello svago di tutti, dovrebbero esserci dei sostentamenti fissi e distribuiti in egual misura a tutte le fasce in questione. So che in alcuni stati, che evidentemente posizionano la cultura più in alto rispetto al nostro, ai musicisti è riconosciuto un degno contributo mensile per continuare a fare quello che fanno, e pensa, anche senza epidemie in corso….da noi è utopia. Se penso a locali che frequentavo abitualmente e che hanno chiuso, come il Serraglio o l’Ohibò, mi chiedo come il comune di Milano abbia lasciato che questo potesse accadere senza dare un sostegno per salvare tali luoghi di aggregazione, quando poi immagino che i signori delle istituzioni non paghino mai un biglietto che sia uno ma abbiano accesso gratuito a ogni manifestazione.

Lascio a te le ultime parole famose per salutare i lettori di The Walk of Fame magazine

Spero che siate curiosi e ascoltiate “Grilli” e spero che vorrete condividere con me i vostri pensieri e sensazioni. Spero che troviate il vostro momento sospeso con qualsiasi musica desideriate purché la musica non manchi mai. A presto.

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Interviste

Ominous Scriptures: i brutal death metallers bielorussi si raccontano [ITA/ENG]

“L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000”

Luigi Macera Mascitelli

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Da circa 10-15 anni a questa parte, nell’Europa dell’est si sta registrando un importante incremento della scena metal. In particolare, le frange più estreme del genere stanno trovando un terreno assai fertile, e non è un caso che molte grandi rivelazioni provengano proprio da questi paesi. Tra le tante band underground che hanno attirato l’attenzione ci sono sicuramente i bielorussi Ominous Scriptures.

Il quintetto di Minsk nasce nel 2013 e subito si fa notare per la sua musica: brutal death metal senza fronzoli e ferocissimo. Il secondo album, The Fall of the Celestial Throne, pubblicato nel 2020, è un esempio di quanto si affermava ad inizio articolo.

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Il 30 marzo 2021 gli Ominous Scriptures pubblicheranno una versione rimasterizzata del loro debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Per l’occasione abbiamo fatto loro qualche domanda, cercando anche di approfondire meglio la band e la situazione della scena metal in Bielorussia e nell’Europa dell’est. Buona lettura!

[English Version Below]

Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine. Il 30 marzo pubblicherete la ristampa del vostro album di debutto del 2015, Incarnation of the Unheavenly. Come mai avete deciso di riproporlo?

Ciao! Grazie per l’intervista! Sì, il 30 marzo abbiamo pianificato l’uscita di Incarnation Of the Unheavenly tramite Lethal Scissor Records. C’erano troppe ragioni per ripubblicare il nostro debutto. Innanzitutto, la produzione originale era super sporca, ma dopo il remix suonerà decisamente meglio! In secondo luogo, non sappiamo cosa stia accadendo all’etichetta che ha rilasciato l’originale, ma sembra che stia morendo. Quindi con la nuova versione possiamo riportare il disco negli store di tutto il mondo e rendere felici tutti coloro che lo volevano. Terzo: dopo l’uscita del nostro secondo album nel 2020 su Willowtip Records abbiamo ricevuto più attenzione. Perciò ora non vogliamo che i fan paghino il quintuplo per acquistare i cd tramite Discogs o Ebay.
Siamo davvero grati che i ragazzi della Lethal Scissor Records abbiano trovato interessante dare una seconda vita a questo disco.

Dopo l’ottimo lavoro fatto con The Fall of the Celestial Throne del 2020 avete già in mente un nuovo album?

Ovviamente. Con tutta questa situazione della pandemia non abbiamo potuto esibirci live, e quindi abbiamo deciso di non perdere tempo concentrandoci sulla creazione di materiale nuovo. L’approccio è sempre lo stesso: brutal death metal ispirato ai classici della fine degli anni ’90/primi anni 2000. Ma siamo comunque nel 2021, quindi non sarà un copia/incolla. Almeno lo spero. Ma sai una cosa, queste nuove tracce sono super esplosive!

Volete raccontarci come sono nati gli Ominous Scriptures? E perché la scelta di suonare un death metal così brutale?

L’idea per creare la band risale al 2012-2013. Volevamo solo suonare del brutal death metal con dei testi oscuri ed empi. In pratica lo stile che tutti amiamo. Nulla di speciale insomma…

Ho notato che negli ultimi 10-15 anni si è sviluppata un’importante scena metal nell’Europa dell’est. Mi viene da pensare ai vostri vicini di casa Eximperitus e Relics Of Humanity. O ai polacchi Mgła. Secondo voi, qual è la causa di questa incredibile ondata?

È vero! Stanno accadendo così tante cose fantastiche intorno a noi qui. La scena polacca è sempre stata una delle più apprezzate nell’underground mondiale, ma sì, così tante band provenienti da Bielorussia, Russia, Ucraina hanno pubblicato album fantastici negli ultimi anni. Come puoi non essere felice di questa situazione. Siamo sicuri che sia solo l’inizio.

La pandemia è stata decisamente un male per voi band underground. I concerti sono il modo migliore per farsi conoscere nella scena metal, ma il problema è che ora sono stati tutti cancellati e credo che questo vi abbia penalizzato. Cosa ne pensate? Avete una soluzione per ovviare alla questione?

Sì! Avevamo 2 tour in programma ed entrambi sono stati cancellati. Onestamente non vediamo altre soluzioni se non aspettare il giorno in cui l’umanità sarà in grado di controllare la malattia. Speriamo davvero che questa primavera/estate i fan di tutto il mondo possano riavere l’opportunità di tornare ad assistere a degli show. Di una cosa siamo sicuri ora: quella passione che abbiamo tutti, suonare ed andare ai concerti, non scomparirà ma ci renderà più affamati!

English Version

For about 10-15 years now in Eastern Europe there has been an important increase in the metal scene. In particular, the most extreme fringes of the genre are finding a very fertile ground. It is no coincidence that many great revelations come from these countries. Among the many underground bands that have attracted attention are the Belarusian Ominous Scriptures.

The Minsk quintet was born in 2013 and immediately got noticed for its music: brutal death metal without frills and very ferocious. The second album, The Fall of the Celestial Throne, released in 2020, is an example of what was said at the beginning of the article.

On March 30 2021, Ominous Scriptures will release a remastered version of their 2015 debut, Incarnation of the Unheavenly. For the occasion we asked them some questions, also trying to better understand the band and the situation of the metal scene in Belarus and Eastern Europe. Enjoy the reading!

Hi guys and welcome to The Walk Of Fame Magazine. On March 30, you will release the reissue of your 2015 debut album, Incarnation of the Unheavenly. Why did you choose to propose it again?

Hi there! Thanks for interview! Yes, on March 30 we have planned the reincarnation of Incarnation Of the Unheavenly through Lethal Scissor Records. There were too many reasons to rerelease our debut. First, the original production was super filthy, and after remixing/remastering it sounds even more better. Second, we really don’t know what happens with the label that released the original version, but looks like it near or dead already. So with new release we can bring it back to the stores all over the world and make everyone happy, who wanted to have it. Third, after the release of our second album in 2020 on Willowtip Records, we got more attention. Now we don’t want make fans  paying X5 prices to buy the OG cds through discogs/ebay sellers.
So we are really thankful that guys from Lethal Scissor Records found it interesting to bring the second life to this record.

After the great job done with 2020’s The Fall of the Celestial Throne, do you already have a new album in mind?

Of course. With all this pandemic situation we couldn’t make any tours/shows happened, so we decided to not waste the time and were focused on creation of new stuff. The way is still the same: Just brutal death metal inspired by late 90s/early 00s classic works. But we are breathing the air of 2021, so it not gonna be some copy/pasting. Anyway, i hope so. But you know what, these new tracks are super blasting!

Do you want to tell how Ominous Scriptures were born? And why did you decide to play such brutal death metal?

The idea to create the band is from 2012-2013 as I remember. We just wanted to play some Brutal Death Metal with dark/unholy lyrics. The style we all love. So probably nothing special here.

I have noticed that in the last 10-15 years an important metal scene has developed in Eastern Europe. It makes me think of your neighbors Eximperitus and Relics Of Humanity. Or to the Poles Mgła. In your opinion, what is the cause of this incredible surge in the Eastern European metal scene?

Thats true! We are looking for so many great things happens around us here. Polish scene always was one of the most markeble in worldwide UG, but yes, so many bands from Belarus, Russia, Ukraine have released amazing albums in last years. How can you not be happy with this situation. I am sure its just a begining.

The pandemic was definitely bad for you underground bands. Concerts are the best way to get known around the metal scene. The problem is that now they have all been canceled and I guess this has penalized you. What do you think about it? Do you have a solution in mind?

Yes! We had 2 tours in plans and both were canceled. I honestly don’t see any other decision as waiting the day when humanity will be able to control this disease. I really hope that this spring/summer fans all over the world will get back the opportunity to visit the shows/festivals. One thing I am sure now: that passion we all have, i mean play shows/come to shows, will not dissapear, but will make us more hungry!

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Interviste

Beati gli inquieti, il romanzo-reportage scritto da Redaelli nelle stanze della follia

Fabio Iuliano

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Si può costruire sul deserto? Si può abitare la follia per definirne le geometrie? Quella stessa follia che Stefano Redaelli ha scelto di guardare da vicino. Professore di Letteratura italiana alla facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, esce in libreria con Beati gli inquieti. Un libro che arriva dopo un lungo trascorso all’interno di una struttura psichiatrica di Lanciano, in Abruzzo, con il proposito di riuscire a raccontare senza filtri la vita degli ospiti che ha conosciuto, la follia nella sua immediatezza e spontaneità.

Un avvincente romanzo-reportage, dove realtà e finzione si incontrano a restituire un’immagine verosimile delle strutture di cura, che ancora oggi sembrano accogliere qualche “matto” solo per dare alle persone fuori l’impressione di essere sane. Anche i nomi di persone e luoghi sono alterati, ma la trama non si allontana molto da quello che è successo nella realtà: Casa delle Farfalle è il nome della struttura psichiatrica a cui Antonio, ricercatore universitario, si rivolge.

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Prende accordi con la direttrice, si finge un paziente e, nel libro, racconta in prima persona. Scopre le storie delle persone che vi abitano, le loro ossessioni, le paure, i loro desideri. Conosce Marta, Cecilia, Carlo e Simone; ma è anche costretto a conoscere se stesso, più a fondo di quanto abbia mai fatto prima.

Redaelli sceglie con cura le parole, la sua scrittura è immediata e senza fronzoli, pur senza rinunciare alla poesia. Indaga senza filtri la natura umana portando alla luce i suoi lati più insoliti eppure più delicati, e si avvicina «anche se solo per un attimo» alla verità tutta intera. Il dialogo col lettore è diretto e vivace. È Angelo, tra gli ospiti, a introdurre un test di ingresso posto all’inizio del libro: «Se volete leggere questo libro dovete superare un test. Così saprò se mi posso fidare di voi. È il test dell’Fbi, serve per sapere se siete spie».


Beati gli Inquieti è uscito in tutte le librerie e negli store digitali. Edito dalla Neo Edizioni, il romanzo è candidato alla 75ª edizione del Premio Strega e alla 59ª del Premio Campiello. Il volume è anche secondo classificato al Premio nazionale di letteratura Neri Pozza 2020. «Leggendo questo libro», ha scritto Remo Rapino, premio Campiello lancianese con il “matto” Bonfiglio Liborio «mi è sembrato di fare un viaggio dall’inquieto alla serenità, grazie alla scoperta di mondi, di anime». Addottorato in Fisica e Letteratura, Redaelli ha approfondito a lungo il rapporto tra scienza, follia, spiritualità e letteratura. Vive tra Varsavia e l’Abruzzo e nel prossimo semestre sarà visiting professor all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara.

Come è arrivato all’idea di questo libro?
Tredici anni fa, su invito di un’amica, raccolsi dei diari della Comunità di Sant’Egidio, con l’intento di trasformarli in un romanzo. Magari per vincere un premio in denaro a un concorso letterario da devolvere loro in beneficenza. Mi resi conto, però, che quelle parole avevano bisogno di storie in carne e ossa da incontrare. Di qui, iniziai a cercare e frequentare istituti psichiatrici della zona. Col tempo riuscii a fare un’esperienza simile a quella di Beati gli inquieti. Per farlo, ho frequentato una struttura lancianese per anni.

Realtà e finzione sullo stesso piano
Tutto quello che racconto è frutto di un vissuto reale, anche se reinventato in sede di scrittura. Non rinuncio a delle immagini che mi hanno accompagnato nei giorni vissuti nella struttura. Come l’immagine del deserto edificabile, il deserto dove si può costruire.

Genio e disagio, follia e pieghe della razionalità. Difficile trovare un equilibrio nei racconti dei suoi personaggi, alcuni dei quali molto affascinanti. Eppure lei scrive provocatoriamente: “Non andate a trovare i matti”.
I matti non mentono, i matti ci vedono, i matti sono nudi. I matti dicono sempre la verità. La follia potrebbe sicuramente essere definita come un’enigmatica forma di vita, un’esperienza che vada ben oltre la distinzione tra sano e malato, cela un’importante verità della nostra umanità. Una verità che ci riguarda. Una verità che si può cercare dentro la follia, dentro noi stessi. Eppure, noi preferiamo confinarla in schemi, etichette e strutture psichatriche.

L’AUTORE. Redaelli (Chieti 1970) ha conseguito il dottorato in Fisica e il dottorato in Letteratura all’Università di Varsavia, nonché il master “L’Arte di Scrivere” nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena. Docente di Letteratura italiana alla Facoltà di “Artes Liberales” dell’Università di Varsavia, si interessa dei rapporti tra scienza, follia, spiritualità e letteratura, e di traduzione letteraria. È autore delle monografie: Nel varco tra le due culture. Letteratura e scienza in Italia (Bulzoni, Roma 2016), Le due culture. Due approcci oltre la dicotomia (con Klaus Colanero, Arcane, Roma 2016), Circoscrivere la follia: Mario Tobino, Alda Merini, Carmelo Samonà (Sublupa, Varsavia 2013) e di numerosi articoli scientifici. Ha tradotto e curato la poesia di Jan Twardowski, Sullo spillo. Versi scelti – Na szpilce. Wybór wierszy (Ancora, Milano 2012). Tra le sue pubblicazioni anche il romanzo Chilometrotrenta (San Paolo, Milano 2011) e la raccolta di racconti Spirabole (Città Nuova, Roma, 2008).

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