Giorgina Pi e la contemporaneità di Tiresia

Impegnata e mai banale come sempre, Giorgina Pi torna al teatro India da domani fino al 21 con “Tiresias”, un progetto di Bluemotion tratto da Hold your own/Resta te stesso, del londinese Kae Tempest. L’abbiamo raggiunta per un breve scambio di battute il giorno prima del debutto.

Dopo Wasted, ancora Kae Tempest. Qual è la peculiarità più significativa della sua drammaturgia che ti ha conquistato?

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La sua straordinaria capacità di tenere insieme gli aspetti più alti della poesia, di andare sempre ad agganciarsi con le sue opere agli archetipi del mito. La sua è una ricerca continua sull’essere umano e sui “miracoli” che esso sa produrre o costruire.

Il tuo Tiresia non sembrerebbe il “semplice” veggente tramandato dal mito al quale siamo abituati. Ti andrebbe di presentarcelo e di raccontarci che ruolo occupa nel 2021, quasi 2022?

Per come la vedo io, il suo ruolo è lo stesso dell’antichità: è una creatura dirompente rispetto a quello che ci si aspetterebbe per convenzione da un essere umano. Tiresia è simultaneo, sussume in sé l’uomo e la donna, la vecchiaia e la giovinezza, è in grado di scavalcare qualsiasi forma di stereotipo. Contiene tutto ciò che può turbare l’ordine delle cose, tutto ciò che viene considerato “naturale”. È metamorfico, ecco. Anche il fatto di predire il futuro senza vedere è piuttosto rivelatore, in questo senso.

Tutte queste sue caratteristiche sono molto pronunciate nel testo della Tempest, che è stato in grado di renderlo, eternamente, non rassicurante e decostruente. A noi che lo abbiamo portato in scena, è stato sufficiente assecondare quanto più possibile il ritratto che ne ha fatto l’autore per arrivare a plasmarlo come lo volevamo.

I tuoi spettacoli sembrano essere sempre caratterizzati da una visione dello spazio scenico prima ancora che da una messinscena. Se è così, puoi dirci cosa “vedi” prima di metterti a lavorare su un’opera?

Io considero il teatro innanzitutto un luogo di grande libertà. La catena degli eventi che portano all’allestimento di uno spettacolo parte da lontano, magari da una singola immagine, o da un volto o da qualche verso di una canzone. Io penso che l’unica cosa veramente fondamentale sia essere sempre e comunque “analogici” e puntare sul proprio inconscio. Va bene studiare molto in fase di preparazione, poi però bisogna sentirsi estremamente liberi di fare e di osare.

Il palco non lo considero mai in quanto tale, ma come una porta d’accesso che ci spinge verso qualcun altro, verso qualcos’altro. Ha anche delle connotazioni vouyeristiche, se vogliamo, perché consente di vedere, spiare qualcosa che è al di fuori di noi. E, nello stesso tempo, per essere credibile, deve essere sempre in grado di generare quel tipo di divertimento che permette di entrare in contatto con la parte più profonda della nostra fantasia.

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Quanto è importante per il tuo modus operandi creare un ponte tra quello che potremmo definire eminentemente teatrale e altri linguaggi espressivi (la musica, il performing, etc)? Come e dove procede la tua ricerca in questa direzione?

Io non ho scale gerarchiche di preferenza, a dir la verità. L’unica cosa che mi verrebbe da considerare eminentemente teatrale è il contatto tra chi sta un palco e chi lo osserva, tra attori e pubblico (ed è per questa stessa ragione che considero “teatrale” qualsiasi luogo in cui ciò avviene, non necessariamente solo lo spazio che abbiamo imparato a considerare per convenzione come tale). Tutto può essere teatro o non esserlo, perché tutto dipende solo dall’instaurarsi o dal non instaurarsi di quel rapporto.

Nel corso di questi quasi due anni di pandemia, nelle interviste hai spesso invocato la necessità da parte di tutti i lavoratori del teatro di fare fronte comune contro lo sfruttamento e la perdita di dignità che affliggono il vostro mondo. Adesso che si è riaperto, come vedi la situazione e quali contromisure immagini?

In questo lungo lasso di tempo, ci sono stati tanti tentativi di mettersi insieme e ottenere delle risposte. Purtroppo, però, questi tentativi non hanno portato a granché, si è rivelata anzi un’esperienza globalmente molto deludente, non soltanto perché non si avevano troppi poteri decisionali rispetto alla criticità della situazione, ma anche perché non ci si è impegnati a rivendicare delle soluzioni davvero adeguate al periodo di crisi che abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere (tantomeno possono

essere considerati tali i famigerati ristori!). Quello che serve, e lo sanno tutti, è una riforma strutturale del nostro settore, che è per definizione fragile ed esposto a tanti tipi di rovesci. Io sono disposta a battermi con tutte le mie forze affinché un giorno questo obiettivo possa essere raggiunto, ma credo che sia ora che chi ha davvero voce in capitolo in materia, si passi una mano sulla coscienza e cominci a farsi davvero sentire.

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Con il gruppo Bluemotion portate avanti ormai da anni un discorso di strettissima collaborazione artistica e umana. In che modo approcciate al lavoro comune e come riuscite ad andare sempre d’accordo?

Tutto nasce dalla condivisione di qualcosa di più importante del “semplice” teatro: Ognuno di noi, infatti, parte da una sorta di vocazione a creare riflessioni importanti sulla vita intesa in senso assolutamente non astratto (basti pensare, ad esempio, a come abbiamo seguito le varie fasi dell’evoluzione normativa del ddl zan, per dirne una).

Noi abbiamo in comune la fondamentale e fondante esperienza dell’“Angelo Mai”, che è un laboratorio non solo artistico ma soprattutto umano, all’interno del quale ci siamo sempre prefissi di generare libertà, di produrre amore. Ed è per questo che tra di noi ci sentiamo da sempre così liberi e, nello stesso tempo, così legati.

In chiusura: c’è una sfida in particolare con la quale ti piacerebbe un giorno misurarti nel tuo percorso di regista?

Sì, mi piacerebbe tanto poter dirigere un film che coinvolga tutte le persone con le quali collaboro da anni. E quel che ne verrebbe fuori, potete giurarci, non sarebbe affatto una pellicola rassicurante!

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