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GG Allin: anarchia, sangue e follia

Alessio Di Pasquale

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Se ancora oggi il vostro ideale di artista estremo nel vasto panorama musicale si rispecchia negli “eccessi” di personaggi del calibro di Sid Vicious, Iggy Pop, Ozzy Osbourne o il patinatissimo e strapagato Marilyn Manson et similia… fareste meglio a chiudere subito e tornare a cose più “normali”, perché ciò di cui vi parliamo oggi non ha nulla che rientri nella norma.

Perché chiariamolo subito, senza girarci troppo attorno: qui si parla di punk. Non parleremo di musica, ma di attitudine punk. Il pensare punk, il vivere punk. ESSERE punk, non sembrarlo. Senza attitudine, è solo forma, è solo vuota e inutile estetica. Come in ogni ambito della vita. Le prossime righe non sono adatte ai deboli di stomaco. Non dite poi che non eravate state avvisati.

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Il 29 Agosto 1956 nello stato del New Hampshire nacque Jesus Christ Allin, in una piccola cittadina chiamata Lancaster. Il problema non è tanto il chiamarti Gesù Cristo, quanto l’aver ricevuto in dono tale nome da un pazzo fanatico religioso, il quale è convinto che tu sia la reincarnazione del messia, del figlio di Dio.

Già, perché Merle Allin sr. era un padre di famiglia abusante, maniacale (nel senso peggiore del termine) e violento, con scatti di ira folle durante i quali minacciava di uccidere la sua famiglia, e sembra che scavasse fosse nella cantina della capanna di legno in cui vivevano, per provare quanto fosse serio agli occhi di moglie e figli.

Nella capanna era abolita l’elettricità, l’acqua corrente, era vietato parlare dopo il tramonto. Anche i rapporti con l’esterno erano fortemente limitati all’essenziale. Se sei costretto a convivere sotto lo stesso tetto con malati psichiatrici del genere e a subire simili crudeltà e se hai scelto di non suicidarti (non subito almeno), a questo punto ti restano solo due alternative:

Reprimere la rabbia e farti scoppiare il fegato diventando una persona in apparenza normale e “civile”, ma con una bomba ad orologeria nel cervello pronta ad esplodere per un nonnulla;

Esplodere subito e sfogare nel più autodistruttivo dei modi anni di violenze, umiliazioni e privazioni di qualsiasi forma d’affetto e dire ok, la vita mi ha dato questo, “mio padre mi ha reso un guerriero” (parole sue, a ragione) morirò quindi lottando contro tutto e andate tutti a quel paese.

Scelse la seconda. Decisamente. Per tutto il resto della sua vita. Il soprannome GG invece gli venne affibbiato involontariamente dal fratello Merle Jr., il quale per un difetto di pronuncia non riusciva a chiamarlo Jesus e cominciò a chiamarlo Jeejee. Da qui, GG.

Nel ’62 la madre Arleta lasciò il marito, ormai psicotico, portò i figli con sé e cambiò all’anagrafe il nome del figlio, da Jesus Christ a Kevin Michael.

Ma ormai le fondamenta della personalità di GG erano già state gettate, e passò tutti gli anni della sua adolescenza tra furti, scippi, atti vandalici e rock & roll. Durante quel periodo subì il fascino sopra le righe di Alice Cooper, e successivamente iniziò ad interessarsi del punk rock dei The Ramones e dei The Stooges.

Iniziò così la sua “carriera” musicale con innumerevoli band, suonando inizialmente la batteria e cantando coi The Jabbers dal ’77 all’84, anno in cui si sciolsero per le sue performance on stage sempre più estreme.

Dall’85 in poi iniziò a militare in svariati gruppi, tra cui The Cedar street sluts, The Scumfucs e i Texas Nazis, mentre i suoi show si facevano sempre più estremi, e fu durante questo periodo, subito dopo un concerto in Manchester (New Hampshire) che si guadagnò la reputazione di “pazzo di Manchester”. Ciò che infatti rese famoso GG in breve tempo nel circuito underground non fu tanto la considerevole mole di materiale pubblicato, ma i suoi comportamenti dentro e fuori dai palchi.

È estremamente riduttivo parlare di GG nelle vesti di musicista. Come lui stesso affermò: “Se non fossi diventato un performer, avrei fatto il serial killer”.

Sarebbe banale perfino definirlo ribelle e anticonformista, di quelli che vestono jeans di marca strappati e si scatenano sul palco, inveendo contro lo stesso sistema che gli consente di esprimersi, mentre strizzano l’occhio alle major discografiche. Allin era semplicemente un’altra cosa, che non ha niente a che vedere perfino col punk.

Odiava le band che firmavano contratti con case discografiche e che dovevano sottostare alle loro regole interne per farsi promuovere, e disprezzava i suoi stessi fan, i quali non ricevevano nessun trattamento speciale. Di fatti ad un certo punto GG durante i suoi spettacoli prese a insultare, sputare e pisciare addosso a tutti gli spettatori delle prime file, per poi gettarsi tra la folla e iniziare anche a prendere tutti a pugni e a colpirli con l’asta del microfono.

Ovviamente cercavano tutti di difendersi dalle furiose e folli aggressioni senza senso di GG (stiamo parlando tra l’altro di un uomo grande e grosso, incazzato nero e impossibile da placare) e quindi i suoi “spettacoli” finivano sempre in rissa, oppure abortiti dopo poco dalla sicurezza del locale o dalla polizia che interrompeva tutto, mentre lui continuava a distruggere tutta la strumentazione e qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.

Allin impazziva in ogni singolo live, ed era solito colpirsi il cranio col microfono fino a ferirsi brutalmente. Alla fine era sempre una maschera di sangue, suo e dei suoi fan, ossa rotte, costole incrinate, anarchia e rock & roll. Dall’85 in poi inauguró anche una nuova pratica, e cioè defecare sul palco, mangiare le sue stesse feci e tirarle addosso al pubblico mentre si esibiva, il tutto condito dalle sue automutilazioni, dal suo intransigente e spietato sadomasochismo più varie ed eventuali, come sesso orale coi fan, masturbazione ricoperto di escrementi, oggetti infilati nell’ano e sodomia con carcasse di  animali.

Cose altamente (d)istruttive. Ma i suoi fan andavano ai suoi spettacoli proprio per questo, perché in un “bordello” del genere potevano fare tutto quello che volevano, senza regole, senza limiti, senza giudizi. La più sporca libertà. L’euforia adrenalinica della lotta nel pogo violento. Il lasciarsi trasportare dalla follia totale del momento, senza sensi di colpa tipicamente cristiani, senza pensare al dopo, senza inutili freni inibitori. Tutto ciò che là fuori tra le “persone per bene” è visto come immorale o è vietato fare.

Sul finire degli anni ‘80 GG era fisicamente cambiato dagli inizi: abbruttito dalle cicatrici, dai tatuaggi disegnati male e fatti peggio, dall’eroina e le più disparate altre droghe, e dall’alcolismo. Ed era precisamente ciò che voleva, d’altronde come lui stesso affermava: “il mio corpo è il tempio del rock n’roll”.

È stato detto di tutto sull’ultimo vero Re del rock n’roll (come lui stesso si definitiva), e si fa sempre troppo presto a giudicare. Noi ovviamente ci asteniamo dal farlo, ma vorremmo solo porre un interrogativo: Quanti di noi vivono la vita senza barriere tra la vita pubblica e privata, in un continuum temporale senza ipocrisie, falsità e nulla da nascondere?

E quanti di noi avrebbero il coraggio di vivere genuinamente, in modo romantico, ripudiando le continue disumane costrizioni, finzioni e artefatti che la società moderna e “civile” ci serve a tavola tutti i giorni e che ci fa anche pagare a caro prezzo, disprezzando le comodità borghesi, i servilismi ipocriti, gli scatti di carriera per abbracciare invece la verità, la libertà, ed essere sempre innamorati del vero? Anche se non si conoscono le risposte, è sempre giusto e onesto verso sé stessi e verso la propria natura umana porsi delle domande. Le giuste domande.

L’ultimo periodo della sua vita lo vede protagonista in band come “Antiseen” e “The murder Junkies”, questi ultimi assieme a suo fratello Merle al basso, coi quali continuò la sua opera di iconoclastia, violenza e ribellione fino alla sua morte, avvenuta il 28 Giugno 1993 a New York, dopo il suo ultimo concerto al “The gas station”.

In quell’occasione dopo la seconda canzone mancò la corrente al locale (ma probabilmente qualcuno la staccò) e GG andò fuori di testa e iniziò a distruggere tutto, cagarsi addosso, lanciare le sue feci addosso alla gente e prendere a pugni tutti i suoi fan. Alla fine uscì e iniziò a girovagare senza meta per Manhattan, prima nudo e poi indossando la minigonna della sua ragazza, il tutto mentre era ricoperto di sangue e merda, con una folla di fan e altri pazzi forsennati al seguito che strillavano con lui e lanciavano ovunque bottiglie di vetro.

Morì la notte stessa, per overdose da eroina e da una vita di veri eccessi. Cose che farebbero apparire il più duro e puro dei metallari come un poppante in fasce che si ciuccia il dito mentre gioca a fare il ribelle incazzato e incazzoso, con tanto di corpse painting e portafoglio gonfio. Il suo funerale fu una festa, tutto documentato e reperibile online, con i suoi amici e suo fratello che versavano superalcolici sul suo cadavere sporco così com’era stato trovato, senza lavarlo. Come avrebbe voluto lui.

GG Allin era un antisociale, radicale ed estremo, che non accettava compromessi e viveva secondo le sue regole. Tutto il suo pensiero è racchiuso nel suo “manifesto”, scritto in carcere, da cui traspare tutta la sua frustrazione e il suo odio per il falso e per la corruzione nella musica:

“Even Iggy let me down. The Sex Pistols let me down. Sid let me down when he fell in love (that’s why they are all dead). And now we have the Ramones praising bands like Guns N’ Roses, which runs against everything they were set out to destroy”.      

 Odiava sottomettersi alle logiche di mercato delle industrie discografiche, e probabilmente a tutto ciò contribuì anche l’aver dovuto assistere impotente a tutti i suoi miti della scena punk rock che si vendevano al miglior offerente, diventando parte di quel sistema “mainstream”che tanto dicevano di odiare un tempo, quando erano giovani e puri, urlando dai microfoni degli scantinati maleodoranti, snaturando quindi il senso della loro esistenza. Per lui la vita era una lotta continua, e la musica per lui non significava nulla, era solo uno strumento che usava per lanciare un messaggio. Il suo messaggio.

Perché, in fin dei conti, l’arte dovrebbe servire a questo, nient’altro. E chiunque possieda un’ intelligenza acuta, un carattere e un cuore forte, lo sa bene. E non se ne fa nulla dei narcisismi inutili da finto “dannato” col fiato corto e la sua debole “arte” sterile e priva di contenuti. Ne esistono fin troppi oggi così, coi loro concetti pettinati, in linea con gli standard, che non lasciano più spazio per l’ingenuità provocatoria e dissacrante di “stelle comete” come GG. Ma la sua scia di “sangue e merda” brilla ancora.

“Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi si sente diverso va da sé al manicomio” – F. W. Nietzsche

Live Fast, Die Fast.

Alla prossima.

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110 anni dalla sventurata nascita di Emil Cioran

Redazione

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L’8 aprile è ricorso l’anniversario di nascita di Emil Cioran, filosofo e aforista rumeno, nato a Rășinari nel 1911 e divenuto senza dubbio uno dei pensatori più tragici e contemporanei del nostro tempo. Vissuto dal 1933 al 1935 a Berlino, si traferì poi definitivamente in Francia come apolide fino alla sua morte, sopraggiunta il 20 giugno del 1995 a Parigi all’età di 84 anni.

“Essere pieni di sè – non nel senso dell’ orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore […] sentirsi morire di vita”

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Come pensatore Cioran risulta estremamente vicino, ma allo stesso tempo molto distante, al pensiero esistenzialista e, per quanto concerne le sue maggiori influenze, nei suoi scritti si può avvertire il tragico miasma di Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e Leopardi. Risulta abbastanza chiaro già da questo il peso pachidermico del pensiero di Cioran. Per quanto concerne il suo stile di scrittura egli ne ha sempre adottato uno diretto e sincero, lontano dagli orpelli e dai tecnicismi così tipici e ricorrenti di Mamma Filosofia, caratteristica che lo classifica (come già era stato per Nietzsche, come sarà po’ riconosciuto) come scrittore contemporaneo.

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La contemporaneità è la scrittura che si arrende alla sincerità dell’essere, il lirismo che si abbandona, senza tuttavia distruggersi, alla necessità di espressione psicoanalitica, la parola diretta, l’intimità sviscerata e sublime di una persona vera, messa a nudo. Emil Cioran non è un esistenzialista come noi ce lo rappresentiamo, forse in modo anche un po’ stereotipato, come un filosofo che fa della suo pensiero un’opera analitica e devota all’attualismo, con l’impermeabile e la pipa che vaga per le strade di Parigi alla ricerca di una speranza politica che possa redimere l’uomo dalla sua condizione vitale.

Cioran è un filosofo egoista, che morde la pagina con estrema intimità, ma chiuso in sè stesso, lontano dall’umanitarismo e dalla collettività, nutrito di leopardiana misantropia che lo porta costantemente lontano dal mondo, eremita nelle cime della disperazione della vita. Il suo essere contemporaneo è un profezia di solitudine, di odio, di vertigine e di insonnia.

Proprio quest’ultima lo rende, agli occhi di una ipotetica storia della “mitologia” novecentesca, un personaggio tragico, dannatamente tragico, un Prometeo incatenato nel suo monte della vita, dove a divorarlo non sono più i corvi inviati da un Dio ma è, in altra forma, la vertigine data dall’angoscia di esistere, l’impossibilità di un sonno che doni oblio quotidiano. Tuttavia questo è solo un esempio di visualizzazione “cinematografica” se così vogliamo, poiché Cioran, come purtroppo è successo (come a molti altri) è stato mitizzato nella realtà e questo è un’errore di valutazione in cui gli adepti del pensiero in generale cadono spesso.

Il nostro è quanto di più lontano si possa pensare da un idolo, un Dio o un eroe. Non si può idolatrare un uomo che è l’apolide della vita stessa, sarebbe qualcosa di ridicolo e vergognoso, nonché estremamente umano.

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Ma se l’uomo moderno si trova incatenato i ceppi angosciosi senza la possibilità esistenziale di liberarsi da essi, la liberazione concreta, seppur a suo dire momentanea, è la filosofia, o meglio, la scrittura che diventa per il prigioniero la “terapia”. L’esternare su carta i movimenti dell’abisso, le onde nere che si stagliano sulla nostra vita, come se noi fossimo nient’altro che immobili scogli picchiati dal mare dell’assurdo senso del morire e del vivere, questa è la possibile e reale redenzione.

Come persone moderne abbiamo il dovere, conferitoci da noi stessi, di fare della vita un’espressione, come prevedeva un secolo prima Baudelaire, rendere lo Spleen visibile a noi stessi, conferire forma a tutto ciò, partorire più e più volte la vita che esplode dentro i nostri corpi, questo è il senso che può, o forse, deve avere la scrittura e l’arte in generale nella nostra epoca. Cioran ha cantato dell’assurdo e della morte, il suo è un sermone del Nulla, se cerchiamo un’incarnazione del nichilismo di cui tanto si parla, a ragione, nel nostro secolo, lui è un esempio, uno dei numerosissimi esempi di persone che affondano le mani nelle tenebre dell’esistenza e che, per un enigmatico e umano miracolo, ne tirano fuori qualcosa che, a leggerlo, tranquillizza.

“La creaione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte”

Al culmine della disperazione, 1934

di Riccardo Di Girolamo

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“La Patente” di Pirandello: umorismo e pessimismo dal sapore agrodolce

Giuseppe Tomei

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Pubblicata nel 1911 e poi confluita nella celebre raccolta Novelle per un anno, “La patente” è testo assolutamente emblematico sia per la poetica di Pirandello sia per alcune costanti filosofiche dello scrittore siciliano. La vicenda narrata ripercorre le tematiche principali della scrittura pirandelliana, mettendo in scena il dramma tipicamente novecentesco di un ”io” scisso e privato della sua stessa identità, che, per esistere, è costretto ad assumere la “maschera” che gli altri calcano a forza sul suo volto, temi che ritornano ne “Il fu Mattia Pascal” e che si ritrovano sia nella ricca produzione teatrale sia nei successivi romanzi, come “Uno, nessuno e centomila“.

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Un modesto impiegato del monte dei pegni, Rosario Chiarchiaro, viene licenziato perché sospettato di essere uno iettatore. L’uomo sporge denuncia presso la magistratura contro due giovani, che al suo passaggio avrebbero fatto il classico gesto di superstizione popolare delle “corna” per allontanare il malaugurio. Il giudice si trova allora di fronte ad un caso paradossale, dato che, in quanto esponente della legge e della razionalità, non può in alcun modo cedere alle credenze popolari riguardanti la sfortuna né può tutelare in alcun modo gli interessi di Chiarchiaro che, a causa delle malelingue del paese, oltre ad aver perso il posto di lavoro, non riesce a far sposare le figlie ed è costretto a tenere segregata in casa l’intera famiglia contro le malelingue del paese.

La situazione, fortemente intrisa dell’umorismo pirandelliano e dell’inevitabile pessimismo esistenziale che in tutte le sue opere lo accompagna fedelmente passo dopo passo, si complica ulteriormente quando Chiarchiaro è convocato in tribunale per dare la sua versione dei fatti: anziché difendersi o ritirare la denuncia, il poveruomo, vestitosi per giunta da autentico menagramo, reclama con ostinato coraggio e convinzione di andare a processo, e anzi di poter ottenere un riconoscimento – una patente, appunto – del suo status di “porta sfortuna“.

Rosario Chiarchiaro s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s’è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto di un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno

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L’analisi di Chiarchiaro è tanto acuta quanto spietata; se il mondo gli ha imposto, nella sua rozza ignoranza, una “maschera”, tanto vale accettare di propria volontà questa sorta di grottesca parte teatrale, fino a ricavarne un giusto tornaconto, fino a trasformare la propria coatta condizione in una vera e propria professione.

Chiarchiaro è costretto nella forma dello jettatore dalla stupidità e dalla cattiveria dei suoi concittadini, e cerca di liberarsene in un modo del tutto inconsueto: non tenta, infatti, di uscire dalla maschera, vuole, invece, renderla proficua, vuole che sia la sua identità, perciò non sarà più jettatore per diceria, ma jettatore patentato dal regio tribunale, grazie al documento da lui stesso richiesto

Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare intorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

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Chiarchiaro diviene così un tragicomico se non addirittura grottesco impiegato comunale, stipendiato perché non causi il malocchio al resto della cittadinanza. Il protagonista, da vittima, si fa persecutore; il suo gesto, apparentemente folle oltre ogni umana comprensione, risulta saggio; l’appellativo attribuitogli, da ingiurioso diventa utile. L’ignoranza e la superstizione hanno fatto di Chiarchiaro un improbabile spietato vendicatore. La sua storia, che può essere ritenuta divertente e caricaturale, è comunque triste e commovente. Cela, sotto uno strato di sapiente umorismo, una vena di profonda amarezza e di autentica pietà e diventa emblematica della beffa della vita e delle menzogne in cui l’uomo si dibatte, in una società ignorante e superstiziosa.

Sono centrali, ne La Patente, le tematiche più riconoscibili della scrittura pirandelliana: la moltiplicazione della personalità umana e la contraddittoria libertà che deriva dall’assumere un travestimento sociale di fronte agli altri, non importa quanto assurdo ed irrazionale.

Proprio per questo motivo, Pirandello rielabora la novella in una fortunato atto unico (prima in dialetto siciliano e poi in lingua nazionale) del 1917, che bissa clamorosamente il successo del racconto breve; qui, per giunta, la beffa del protagonista ai danni della giustizia si basa su una geniale invenzione drammaturgica, un ulteriore colpo di scena finale, in cui Chiarchiaro fa crollare a terra la gabbia di un povero cardellino, dimostrando esplicitamente il proprio “potere”, e di conseguenza l’urgente necessità della “patente” ufficiale di iettatore. Chiarchiaro verrà poi interpretato da Totò nel film ad episodi Questa è la vita (1954), diretto da Luigi Zampa.

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Musica e relazioni tossiche: Da Jim Morrison ai Måneskin, passando per i Pooh

Marta Scamozzi

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É il sedici di marzo e mancano due giorni all’uscita di “Teatro d’Ira”, seconda fatica discografica dei Måneskin. Le tracce contenute nell’album vengono presentate sul profilo Instagram della band grazie a una serie di fotografie con la seguente didascalia: “For your love”. Lo stesso brano, ad esempio, é introdotto da un ritratto della bassista Victoria che osserva il cantante Damiano con occhi sognanti. Subito sotto, si leggono le seguenti parole: “per il tuo amore”.

Una serata alcolica, l’amore a prima vista, il possesso e l’ossessione. Una relazione tossica tra il protagonista e la sua musa. “Per il tuo amore farò tutto ciò che vuoi”. La ribellione é bellissima e affascinante, soprattutto se accompagnata da irriverente coraggio. Detto ciò, é davvero una buona idea giocare sul concetto di relazione “tossica”, mentre migliaia di ragazzini leggono e commentano la fotografia con cuoricini e occhi luccicanti?

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Il protagonismo mediatico delle relazioni “tossiche” nella cultura post-sessantottina ha innegabilmente segnato la società moderna.

All’immagine della famiglia felice che si gode l’allunaggio dalla nuova televisione, si contrappone l’amore libero, senza vincoli e senza responsabilità. Al “come dovrebbe essere” si oppone il “come potrebbe essere ma non é accettato dai bigotti”. Indubbiamente non tutte le relazioni progressiste sono tossiche e non tutte le relazioni tradizionali sono sane: la generalizzazione è da intendersi in riferimento ai modelli e l’”amore libero” é un modello che inizia ad amplificarsi (e degenerare) verso la metà degli anni Sessanta.

Da adolescenti molti di noi si sono inginocchiati al fascino dannato di Jim Morrison e Pamela Courson, perfetto esempio di “amore libero” come reazione alla società di massa. Abbiamo sognato quella mistica passione, fatta di tira e molla, che è stata il motore per diverse bellissime canzoni. Lui, uno sciamano reincarnato (come si autodefiniva); lei, emanatrice di aura Sioux grazie alle proprie origini. La loro relazione è sopravvissuta ad anni di tira e molla, litigi violenti, storie parallele. L’epilogo é il peggiore possibile: lui muore misteriosamente a ventisette anni, lei tre anni più tardi per overdose di eroina. Insomma, non proprio un successo.

Un altro esempio controverso é il rapporto tra Joan Baez e Bob Dylan – una storia tanto ricca di interessi in comune quanto di contrasti, che non finisce benissimo. Bob conduce in segreto una vita parallela con la futura moglie, prima di essere smascherato. Certo, non é necessario andare troppo lontano per trovare esempi di relazioni complesse e problematiche, che sotto i riflettori vengono illuminate da una luce romantica e attraente.

All’inizio degli anni settanta, proprio quando i Pooh sono sulla buona strada per diventare i Rolling Stones italiani, Riccardo Fogli lascia la band per una donna. Si tratta di Patty Pravo, indiscussa personalità carismatica della musica italiana. La fortissima energia che caratterizza la relazione attira un clamore mediatico colossale ed esaspera i Pooh, dai quali Riccardo Fogli si separerà per il bene di tutti. Anche in questo caso la storia procede tumultuosamente tra alti e bassi – tra i quali ricordiamo un matrimonio celtico in Scozia, un pasticciaccio legale, visto che i due sono in realtà già sposati con altre persone.

É difficile definire una relazione “tossica” in poche righe

Ma i rapporti citati hanno tutti una serie di caratteristiche in comune: passione, impulsività, squilibrio, alcuni palesi difetti di comunicazione. Stiamo parlando di emozioni che possono farti andare dritto all’inferno, o elevarti al più sublime paradiso. Spesso, tuttavia, questo é un cocktail disfunzionale, il genere di film che finisce bruscamente e male. Tutto quello che c’è stato in mezzo, segnato da emozioni contrastanti e squilibrate è, però, generalmente intenso.

Quell’intensitá é la stessa che ci fa piangere ascoltando il testo di una canzone: belli i pezzi che parlano di storie d’amore felici, ma vogliamo mettere quelli che parlano di storie d’amore tristi?

Basti pensare alla potenza del manifesto femminista di Loredana Berté “Sei Bellissima”, il quale altro non é che una velata denuncia di una relazione abusiva. Le parole raccontano la ricerca di conferme, la svalutazione, l’annullamento: “Che strano uomo avevo io (…) se cercavo di essere seria Per lui ero solo un pagliaccio/ e poi mi diceva sempre /non vali che un po’ più di niente, Io mi vestivo di ricordi/ per affrontare il presente/ e ripensavo ai primi tempi/ quando ero innocente (…)/ quando ambiziosa come nessuna/ mi specchiavo nella luna/ e lo obbligavo a dirmi sempre/ sei bellissima

Le relazioni controverse sono state analizzate a fondo da uno dei più importanti menestrelli della canzone italiana, la cui produzione si appoggia su due colonne portanti: la politica e i sentimenti. Francesco Guccini ha scritto alcuni tra o pezzi più belli che parlano di storie complesse, nate e decadute proprio in quel clima di libertà sentimentale anarchica post-sessantotto. “Quattro Stracci” racconta l’amaro epilogo di un rapporto limitante tra due persone incompatibili: “ Quello che ho addosso non ti è mai piaciuto/ racconto e dico e ti sembro muto/ fumare e scrivere ti suona strano/ meglio le mani di un artigiano / e cancellarmi è tutto quel che fai”.

Venendo alla musica italiana piú recente, é impossibile non citare la schiettezza degli Afterhours. Manuel Agnelli descrive tematiche sentimentali tumultuose pesando ogni singola parola, che arriva al cuore dell’ascoltatore diretta come una lama. “Ci sono molti modi” é un urlo disperato rivolto ad un amore malato: “Lo so che il mio amore é una patologia/ vorrei che mi uccidessero ora”. Intensità dei sentimenti a parte, la questione potrebbe essere vista da un altro lato.

Quando a Luigi Tenco fu chiesto perché le sue canzoni fossero per lo piú tristi, egli rispose: “perché di solito quando sono felice esco”. Allo stesso modo, quando viviamo un rapporto tranquillo non abbiamo bisogno di immedesimarci nelle parole di qualcun altro, perché ci basta ció che stiamo vivendo. Quando siamo nel mezzo di una storia tormentata, invece, i nostri sentimenti sono alla costante ricerca di validazione.

Ed é cosí che spesso il testo di “I don’t wanna miss a thing” degli Aerosmith ha meno impatto su di noi di una “Diamonds and Rust” di Joan Baez. Chi si trova in una relazione abusiva e ascolta “Scream” di Chris Cornell, alle parole “Hey, perché devi sempre urlarmi addosso? credevo che il silenzio fosse prezioso, perdi la testa quando mi urli addosso” tende a sentirsi meno solo.

Certo é che le emozioni hanno un prezzo: l’intensità dei sentimenti che porta a scrivere testi duri e d’impatto, spesso scaturisce da rapporti poco equilibrati, complessi, abusivi o “tossici” che hanno caratterizzato la vita dei cantautori. Chris Cornell non é noto per il aver avuto una vita tranquilla: i problemi con le sostanze, la sua morte e le sue canzoni ne sono la testimonianza. “Scream” non é l’unico suo pezzo che parla di rapporti tormentati, e non é difficile immaginare l’altalena emotiva che ha caratterizzato le relazioni interpersonali del cantautore di Seattle.

Allo stesso modo, possiamo immaginare che nella vita privata di Loredana Berté, di Manuel Agnelli e di Francesco Guccini ci siano stati rapporti intensi e difficili, che hanno creato situazioni dolorose: é abbastanza chiaro quanto certe parole scaturiscano da un profondo tormento. Ma come possiamo dire che sentirsi tormentati é sempre uno sbaglio? Noi non siamo nessuno per affermare che in qualsiasi caso la pace dei sentimenti è da anteporre alla loro intensitá (o viceversa). Gli esseri umani, dopotutto, sono animali razionali guidati dai sentimenti, all’eterna ricerca di un equilibrio.

Non ce la sentiamo di battere il cinque ai Måneskin per la loro plateale elogiazione alla “tossicitá” in un post letto da migliaia di ragazzini: la tossicitá é pericolosa, se ne sentono le conseguenze estreme nei fatti di cronaca. Tuttavia, se dicessimo che non ne siamo affascinati saremmo degli ipocriti. Si tratta di una questione complessa, fatta di sfumature grigognole tra un estremo bianco e uno nero. La scelta é nostra. É possible vedere la tossicitá come un piatto che “preferiamo evitare di assaggiare, per vedere se il gusto se ne va” (da “Strategie”, Afterhours). Oppure possiamo riconoscere che da essa scaturiscono emozioni che, in quantitá moderate, valgono la pena di essere provate. Possiamo condannare la tossicitá a priori, o possiamo vederla come una rosa da cui spetta a noi togliere le spine in eccesso, grazie a esperienza ed amor proprio.

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