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GG Allin: anarchia, sangue e follia

Alessio Di Pasquale

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Se ancora oggi il vostro ideale di artista estremo nel vasto panorama musicale si rispecchia negli “eccessi” di personaggi del calibro di Sid Vicious, Iggy Pop, Ozzy Osbourne o il patinatissimo e strapagato Marilyn Manson et similia… fareste meglio a chiudere subito e tornare a cose più “normali”, perché ciò di cui vi parliamo oggi non ha nulla che rientri nella norma.

Perché chiariamolo subito, senza girarci troppo attorno: qui si parla di punk. Non parleremo di musica, ma di attitudine punk. Il pensare punk, il vivere punk. ESSERE punk, non sembrarlo. Senza attitudine, è solo forma, è solo vuota e inutile estetica. Come in ogni ambito della vita. Le prossime righe non sono adatte ai deboli di stomaco. Non dite poi che non eravate state avvisati.

Il 29 Agosto 1956 nello stato del New Hampshire nacque Jesus Christ Allin, in una piccola cittadina chiamata Lancaster. Il problema non è tanto il chiamarti Gesù Cristo, quanto l’aver ricevuto in dono tale nome da un pazzo fanatico religioso, il quale è convinto che tu sia la reincarnazione del messia, del figlio di Dio.

Già, perché Merle Allin sr. era un padre di famiglia abusante, maniacale (nel senso peggiore del termine) e violento, con scatti di ira folle durante i quali minacciava di uccidere la sua famiglia, e sembra che scavasse fosse nella cantina della capanna di legno in cui vivevano, per provare quanto fosse serio agli occhi di moglie e figli.

Nella capanna era abolita l’elettricità, l’acqua corrente, era vietato parlare dopo il tramonto. Anche i rapporti con l’esterno erano fortemente limitati all’essenziale. Se sei costretto a convivere sotto lo stesso tetto con malati psichiatrici del genere e a subire simili crudeltà e se hai scelto di non suicidarti (non subito almeno), a questo punto ti restano solo due alternative:

Reprimere la rabbia e farti scoppiare il fegato diventando una persona in apparenza normale e “civile”, ma con una bomba ad orologeria nel cervello pronta ad esplodere per un nonnulla;

Esplodere subito e sfogare nel più autodistruttivo dei modi anni di violenze, umiliazioni e privazioni di qualsiasi forma d’affetto e dire ok, la vita mi ha dato questo, “mio padre mi ha reso un guerriero” (parole sue, a ragione) morirò quindi lottando contro tutto e andate tutti a quel paese.

Scelse la seconda. Decisamente. Per tutto il resto della sua vita. Il soprannome GG invece gli venne affibbiato involontariamente dal fratello Merle Jr., il quale per un difetto di pronuncia non riusciva a chiamarlo Jesus e cominciò a chiamarlo Jeejee. Da qui, GG.

Nel ’62 la madre Arleta lasciò il marito, ormai psicotico, portò i figli con sé e cambiò all’anagrafe il nome del figlio, da Jesus Christ a Kevin Michael.

Ma ormai le fondamenta della personalità di GG erano già state gettate, e passò tutti gli anni della sua adolescenza tra furti, scippi, atti vandalici e rock & roll. Durante quel periodo subì il fascino sopra le righe di Alice Cooper, e successivamente iniziò ad interessarsi del punk rock dei The Ramones e dei The Stooges.

Iniziò così la sua “carriera” musicale con innumerevoli band, suonando inizialmente la batteria e cantando coi The Jabbers dal ’77 all’84, anno in cui si sciolsero per le sue performance on stage sempre più estreme.

Dall’85 in poi iniziò a militare in svariati gruppi, tra cui The Cedar street sluts, The Scumfucs e i Texas Nazis, mentre i suoi show si facevano sempre più estremi, e fu durante questo periodo, subito dopo un concerto in Manchester (New Hampshire) che si guadagnò la reputazione di “pazzo di Manchester”. Ciò che infatti rese famoso GG in breve tempo nel circuito underground non fu tanto la considerevole mole di materiale pubblicato, ma i suoi comportamenti dentro e fuori dai palchi.

È estremamente riduttivo parlare di GG nelle vesti di musicista. Come lui stesso affermò: “Se non fossi diventato un performer, avrei fatto il serial killer”.

Sarebbe banale perfino definirlo ribelle e anticonformista, di quelli che vestono jeans di marca strappati e si scatenano sul palco, inveendo contro lo stesso sistema che gli consente di esprimersi, mentre strizzano l’occhio alle major discografiche. Allin era semplicemente un’altra cosa, che non ha niente a che vedere perfino col punk.

Odiava le band che firmavano contratti con case discografiche e che dovevano sottostare alle loro regole interne per farsi promuovere, e disprezzava i suoi stessi fan, i quali non ricevevano nessun trattamento speciale. Di fatti ad un certo punto GG durante i suoi spettacoli prese a insultare, sputare e pisciare addosso a tutti gli spettatori delle prime file, per poi gettarsi tra la folla e iniziare anche a prendere tutti a pugni e a colpirli con l’asta del microfono.

Ovviamente cercavano tutti di difendersi dalle furiose e folli aggressioni senza senso di GG (stiamo parlando tra l’altro di un uomo grande e grosso, incazzato nero e impossibile da placare) e quindi i suoi “spettacoli” finivano sempre in rissa, oppure abortiti dopo poco dalla sicurezza del locale o dalla polizia che interrompeva tutto, mentre lui continuava a distruggere tutta la strumentazione e qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.

Allin impazziva in ogni singolo live, ed era solito colpirsi il cranio col microfono fino a ferirsi brutalmente. Alla fine era sempre una maschera di sangue, suo e dei suoi fan, ossa rotte, costole incrinate, anarchia e rock & roll. Dall’85 in poi inauguró anche una nuova pratica, e cioè defecare sul palco, mangiare le sue stesse feci e tirarle addosso al pubblico mentre si esibiva, il tutto condito dalle sue automutilazioni, dal suo intransigente e spietato sadomasochismo più varie ed eventuali, come sesso orale coi fan, masturbazione ricoperto di escrementi, oggetti infilati nell’ano e sodomia con carcasse di  animali.

Cose altamente (d)istruttive. Ma i suoi fan andavano ai suoi spettacoli proprio per questo, perché in un “bordello” del genere potevano fare tutto quello che volevano, senza regole, senza limiti, senza giudizi. La più sporca libertà. L’euforia adrenalinica della lotta nel pogo violento. Il lasciarsi trasportare dalla follia totale del momento, senza sensi di colpa tipicamente cristiani, senza pensare al dopo, senza inutili freni inibitori. Tutto ciò che là fuori tra le “persone per bene” è visto come immorale o è vietato fare.

Sul finire degli anni ‘80 GG era fisicamente cambiato dagli inizi: abbruttito dalle cicatrici, dai tatuaggi disegnati male e fatti peggio, dall’eroina e le più disparate altre droghe, e dall’alcolismo. Ed era precisamente ciò che voleva, d’altronde come lui stesso affermava: “il mio corpo è il tempio del rock n’roll”.

È stato detto di tutto sull’ultimo vero Re del rock n’roll (come lui stesso si definitiva), e si fa sempre troppo presto a giudicare. Noi ovviamente ci asteniamo dal farlo, ma vorremmo solo porre un interrogativo: Quanti di noi vivono la vita senza barriere tra la vita pubblica e privata, in un continuum temporale senza ipocrisie, falsità e nulla da nascondere?

E quanti di noi avrebbero il coraggio di vivere genuinamente, in modo romantico, ripudiando le continue disumane costrizioni, finzioni e artefatti che la società moderna e “civile” ci serve a tavola tutti i giorni e che ci fa anche pagare a caro prezzo, disprezzando le comodità borghesi, i servilismi ipocriti, gli scatti di carriera per abbracciare invece la verità, la libertà, ed essere sempre innamorati del vero? Anche se non si conoscono le risposte, è sempre giusto e onesto verso sé stessi e verso la propria natura umana porsi delle domande. Le giuste domande.

L’ultimo periodo della sua vita lo vede protagonista in band come “Antiseen” e “The murder Junkies”, questi ultimi assieme a suo fratello Merle al basso, coi quali continuò la sua opera di iconoclastia, violenza e ribellione fino alla sua morte, avvenuta il 28 Giugno 1993 a New York, dopo il suo ultimo concerto al “The gas station”.

In quell’occasione dopo la seconda canzone mancò la corrente al locale (ma probabilmente qualcuno la staccò) e GG andò fuori di testa e iniziò a distruggere tutto, cagarsi addosso, lanciare le sue feci addosso alla gente e prendere a pugni tutti i suoi fan. Alla fine uscì e iniziò a girovagare senza meta per Manhattan, prima nudo e poi indossando la minigonna della sua ragazza, il tutto mentre era ricoperto di sangue e merda, con una folla di fan e altri pazzi forsennati al seguito che strillavano con lui e lanciavano ovunque bottiglie di vetro.

Morì la notte stessa, per overdose da eroina e da una vita di veri eccessi. Cose che farebbero apparire il più duro e puro dei metallari come un poppante in fasce che si ciuccia il dito mentre gioca a fare il ribelle incazzato e incazzoso, con tanto di corpse painting e portafoglio gonfio. Il suo funerale fu una festa, tutto documentato e reperibile online, con i suoi amici e suo fratello che versavano superalcolici sul suo cadavere sporco così com’era stato trovato, senza lavarlo. Come avrebbe voluto lui.

GG Allin era un antisociale, radicale ed estremo, che non accettava compromessi e viveva secondo le sue regole. Tutto il suo pensiero è racchiuso nel suo “manifesto”, scritto in carcere, da cui traspare tutta la sua frustrazione e il suo odio per il falso e per la corruzione nella musica:

“Even Iggy let me down. The Sex Pistols let me down. Sid let me down when he fell in love (that’s why they are all dead). And now we have the Ramones praising bands like Guns N’ Roses, which runs against everything they were set out to destroy”.      

 Odiava sottomettersi alle logiche di mercato delle industrie discografiche, e probabilmente a tutto ciò contribuì anche l’aver dovuto assistere impotente a tutti i suoi miti della scena punk rock che si vendevano al miglior offerente, diventando parte di quel sistema “mainstream”che tanto dicevano di odiare un tempo, quando erano giovani e puri, urlando dai microfoni degli scantinati maleodoranti, snaturando quindi il senso della loro esistenza. Per lui la vita era una lotta continua, e la musica per lui non significava nulla, era solo uno strumento che usava per lanciare un messaggio. Il suo messaggio.

Perché, in fin dei conti, l’arte dovrebbe servire a questo, nient’altro. E chiunque possieda un’ intelligenza acuta, un carattere e un cuore forte, lo sa bene. E non se ne fa nulla dei narcisismi inutili da finto “dannato” col fiato corto e la sua debole “arte” sterile e priva di contenuti. Ne esistono fin troppi oggi così, coi loro concetti pettinati, in linea con gli standard, che non lasciano più spazio per l’ingenuità provocatoria e dissacrante di “stelle comete” come GG. Ma la sua scia di “sangue e merda” brilla ancora.

“Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi si sente diverso va da sé al manicomio” – F. W. Nietzsche

Live Fast, Die Fast.

Alla prossima.

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Il mistero di Sleepy Hollow: la superstizione tra Illuminismo e Romanticismo

Riccardo Colella

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L’ora è giunta: dopo un’intera settimana a tema, la notte di Halloween è finalmente arrivata. In questi giorni brulicano i consigli su come passare una serata all’insegna del brivido, calandosi nello spirito della festa più spaventosa dell’anno. The Walk of Fame non si chiama fuori dal ballo e, anzi, rilancia con un grande classico di Halloween. Non tanto per il genere più o meno classificabile come specifico horror ma per tutta una serie di fattori legati alle ambientazioni, musiche, origini della storia e ultimo ma non ultimo: la figura del Cavaliere senza testa. Cari amici e care amiche, parliamo de “Il mistero di Sleepy Hollow”: film del 1999 diretto da Tim Burton.

LA TRAMA – New York, 1799. Ichabod Crane è un agente di polizia che pone alla base delle sue indagini, dei rigidi metodi illuministi. Ardimentoso di dimostrare la scientificità del proprio operato (ma anche per il reiterarsi degli scontri che lo vedono costantemente opposto ai suoi superiori), viene inviato ad investigare su una serie di misteriosi delitti occorsi in una piccola comunità di coloni (per lo più olandesi) nell’isolato villaggio di Sleepy Hollow, nel cuore delle Hudson Highlands. Coadiuvato dal giovane figlio di una delle vittime e dall’affascinante ma enigmatica Katrina Van Tassell, Crane dovrà calarsi in una cupa realtà dove la superstizione pare aver chiuso le porte al progredire della scienza.

C’ERA UNA VOLTA – La pellicola è un libero adattamento dal racconto di Washington IrvingLa leggenda di Sleepy Hollow” pubblicato per la prima volta nell’Inghilterra del 1820. Esistono infatti sostanziali differenze tra l’opera letteraria e quella cinematografica. Nel racconto di Irving, Ichabod Crane è un maestro di scuola che rivaleggia con Abraham Van Brunt per il cuore della diciottenne Kathrina Van Tassell e sulle cui vicende sentimentali/economiche, incombe l’oscura minaccia del Cavaliere senza testa.

Ma chi era quest’ultimo? L’inquietante figura del cavaliere è uno spauracchio che ritroviamo nel folklore popolare sin dagli albori del medioevo: dalle leggende celtiche a quelle americane, da quelle tedesche a quelle del vecchio West, è addirittura protagonista del lungometraggio animato targato Disney del 1949. Nel film di Tim Burton, trova personificazione nello spettro di un mercenario dell’Assia (ucciso dai soldati americani via decapitazione) che torna dall’oltretomba per reclamare proprio quella testa che, misteriosamente, non fu mai sepolta col resto del corpo.

Sebbene si tratti, come detto, di una figura nata dalle credenze popolari, possiamo notare come, effettivamente, nutrite schiere di mercenari, noti come cavalieri neri, furono in quel tempo mandati dagli Imperi Centrali Europei per impedire ai coloni americani di liberarsi dal giogo britannico.

IL FILM – La pellicola vede, oltre all’immancabile presenza di Johnny Depp, divenuto nel frattempo autentico attore-feticcio del regista, anche quella di Christina Ricci (nei panni di Kathrina Van Tassell), Miranda Richardson (matrigna di Kathrina stessa), Jeffrey Duncan Jones e, soprattutto, un Christopher Walken calatosi perfettamente nell’ormai consolidato ruolo del villain.

L’impatto visivo è di quelli tanto cari a Tim Burton: atmosfere cupe, tinte dal sapore gotico/dark e villaggi fittamente circondati da spesse coltri di nebbia fanno da apripista a un vero e proprio manifesto del cinema pop. Proprio la nebbia può fornire un interessante spunto di riflessione, se consideriamo che nel pieno passaggio da Illuminismo a Romanticismo, rappresenta una delle tematiche più care a quest’ultimo movimento culturale. L’emblematico mantra su cui Crane fonda le proprie convinzioni investigative: “Razione più deduzione scoprono la verità”, rappresenta al meglio le forze che spingono l’arguto investigatore (uomo di profonda fede illuminista) ad accettare giocoforza la tanto vituperata superstizione popolare così radicata nel Romanticismo, pur mantenendo una parte delle proprie convinzioni scientifico-progressiste.

WELCOME TO SLEEPY HOLLOW – Se la figura del cavaliere è ovviamente frutto di fantastiche leggende romanzate nel corso dei secoli, affascinanti quanto singolari sono le peculiarità che l’odierna “Sleepy Hollow” tuttora vanta. L’impatto che il racconto di Washington Irving ha avuto sulla contea di Westchester è stato così profondo da spingere la stessa amministrazione a ribattezzare la cittadina di Tarrytown (dove hanno luogo le avventure dei protagonisti dell’opera) in Sleepy Hollow nel 1997. Lo stesso Irving, inoltre, morto nel 1859, ha trovato sepoltura nell’antico cimitero comunale.

Sempre nel generoso atto di “mantenere vive le tradizioni”, infine, durante la notte di Halloween un uomo a cavallo e mascherato da cavaliere nero senza testa e che imbraccia una zucca intagliata, galoppa per le vie di Sleepy Hollow, seminando inquietudine tra i turisti capitati nello spettrale villaggio dell’interno, a poche miglia dal fiume Hudson.

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“Buona fortuna, bambina”: Casablanca è ancora il film di cui abbiamo bisogno

Antonella Valente

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Il 26 novembre del 1942, all’Hollywood Theater di New York, debuttava Casablanca. Diretto da Michael Curtiz e liberamente ispirato a “Everybody Comes to Rick’s“, opera teatrale firmata dalla coppia Murray Burnett – Joan Alison, (mai messo in scena in precedenza, e che fu sceneggiato da Julius & Philip Epstein e Howard Koch) la pellicola vantava una coppia di protagonisti fuori dal comune: Ingrid Bergman e Humphrey Bogart, tra i più affascinanti e magnetici della storia del cinema a stelle e strisce.

A distanza di settantotto anni dalla sua uscita, Casablanca è ancora considerato come uno dei film più romantici di sempre, complice anche l’innegabile vortice di suggestioni che il bianco e nero dello schermo può esibire. Un classico intramontabile, reso ulteriormente immortale dai tre premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura).

Oscar – 1944

  • Premio miglior film
  • Premio miglior regista a Michael Curtiz
  • Premio migliore sceneggiatura non originale a Julius J. Epstein, Philip G. Epstein, Howard Koch
  • Candidatura miglior montaggio a Owen Marks
  • Candidatura migliore attore non protagonista a Claude Rains
  • Candidatura migliore attore protagonista a Humphrey Bogart
  • Candidatura migliore colonna sonora per un film non musicale a Max Steiner
  • Candidatura migliore fotografia per un film in bianco e nero a Arthur Edeson

Fa sorridere pensare che nel 1946, prima della sua uscita nelle sale cinematografiche italiane, fu sottoposto a una rigida censura. Ferrari (uno dei personaggi) divenne Ferrac, e alcune scene che ritraggono un ufficiale militare italiano, goffo e maldestro, vennero tagliate. Il fascismo era ormai alle spalle, ma i retaggi si estesero ugualmente sulla pellicola…

Humphrey Bogart è Rick Blaine, americano espatriato a Casablanca, nel Marocco francese sotto il regime filo-nazista, durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ proprietario del Rick’s Café Americain ma ha alle spalle un passato nel contrabbando d’armi a fianco dell’Etiopia al tempo dell’invasione italiana del 1935, e da repubblicano nella Guerra Civile spagnola del ’36.

Una sera arriva nel suo caffé Ugarte (Peter Lorre), noto criminale, con due lettere di transito rubate a due soldati tedeschi che lui stesso ha ucciso; il suo intento è incontrarsi con un compratore a cui vuole venderle, ma prima che possa riuscirci viene arrestato, non prima di aver consegnato a Blaine le lettere, dei preziosissimi lasciapassare per gli Stati Uniti. Il giorno seguente arriva a Casablanca la profuga norvegese Ilsa Lund (Ingrid Bergman), vecchia fiamma di Blaine di cui lui è ancora innamorato, insieme al marito Victor Laszlo (Paul Henreid), leader della ribellione ceca e fuggito da un campo di concentramento.

La coppia è in pericolo e cerca di procurarsi proprio delle lettere di transito per scappare, quando viene a sapere che proprio Blaine ne possiede due. Rick è tormentato perché vorrebbe vendicarsi di essere stato abbandonato dalla donna e anche perché vorrebbe rimanere con lei, ma quando capisce fino a che punto il marito sia disposto a sacrificarsi per metterla in salvo, cambia idea e decide di aiutarli, mettendo in pericolo tutto ciò che si è costruito a Casablanca.

I personaggi interpretati da Bogart e Bergman sono diventati iconici, anche grazie alle numerose frasi e citazioni memorabili che hanno conquistato intere generazioni di appassionati di cinema. “Suonala ancora, Sam. Mentre il tempo passa…“, “Viva la libertà“, “Un giorno capirai, sono sicuro“, “Buona fortuna, bambina“, “Con tanti ritrovi nel mondo, doveva venire proprio nel mio“. Un film indimenticabile, esattamente come la scena finale in cui Bogart saluta una Bergman in lacrime prima di partire. Un culto lungo quasi mezzo segolo. Immortale.

Storie d’altri tempi, modi d’intendere il cinema e il messaggio intrinseco allo stesso che sembrano così lontani dai giorni nostri. Nei cento e poco più minuti di Casablanca troviamo alcuni, ovvi, cliché dell’amore e del rapporto che intercorre tra due amanti: dal cinismo alla disillusione, dal vortice incontrastabile di chi vorrebbe abbandonarsi alle braccia dell’amore passando per la paura di rischiare tutto e perdere, quindi, tutto. Casablanca è ancora il film di cui abbiamo bisogno, per sognare, lasciarci trasportare dalla nostra intimità e credere che, in fin dei conti, domani è un altro giorno. Ah, no, quella è un’altra storia…

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“Scream”, la morte vivente dei Misfits targata George A. Romero

Il video di “Scream!” è pura opera di Romero. Facilmente riconoscibile grazie al suo trademark inconfondibile

Federico Falcone

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Dopo l’uscita di Glenn Danzig dalla band, in molti consideravano i (The) Misfits come una band sulla via del tramonto. Incapaci di rialzarsi dopo aver perduto il leader, venivano bollati come dei morti viventi. Per lo meno dai fan di vecchia data, quelli storicamente più intransigenti. Furono anni indubbiamente complessi, tra tanti bassi e pochi alti, ma nel 1999 Jerry Only fece di tutto per assecondare questa etichetta. E ci riuscì.

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Superato il contraccolpo dall’uscita del frontman, che nel frattempo si era dato ad altri progetti, pur mantenendo viva la disputa legale per il possesso del moniker della band, Only tirò su, non senza qualche difficoltà, la seconda incarnazione del gruppo. Una line up tirata a lucido. Lui al basso, ai cori e alla voce, Dr. Chub alla batteria, Doyle Wolfgang von Frankenstein alla chitarra e Micheal Graves alla voce.

Una mano scheletrica, sporca, con brandelli di carne penzolante, stava uscendo fuori da una tomba. La resurrezione stava per avvenire...

Nel 1997 il ritorno sulle scene grazie all’album “American Psycho“. Diciassette i brani presenti (più una ghost track) e una prima hit, “Dig Up Her Bones“. Del brano fu registrato un video, il primo mai prodotto dalla band, a firma di John Cafiero. Ambientato in un cimitero, alternava spezzoni di concerti dei Misfits a parti del film horror La sposa di Frankenstein del 1935. Un’immagine della sposa, inoltre, è impressa sulla copertina del singolo.

Nel 1999 la resurrezione è completa. I morti tornano dall’aldilà…

I Misfits pubblicano “Famous Monsters“, secondo full-lenght dell’era Graves, nonché l’ultimo prima del suo abbandono. Il disco esce su una major lanciatissima, la Roadrunner Records. E i morti viventi citati in precedenza tornano in gran forma come un tempo. Diciotto tracce (più 3 bonus tracks, rispettivamente per l’edizione giapponese e inglese) e una hit clamorosa: “Scream!“. Jerry Only ebbe la sua rivincita facendo dirigere il video a uno dei maestri del cinema horror, George Andrew Romero, autore di quel “Night of the Living Dead” del 1968, pietra miliare del genere.

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Originariamente, però, il videoclip della canzone doveva essere affidato a Wes Craven che, al al tempo, era impegnato sul set di “Scream 2“. L’idea era quella di inserire il brano nella soundtrack del film. Il progetto non si realizzò e la scelta ricadde su Romero. Anch’egli era impegnato dietro una macchina da presa, precisamente con “Bruiser – la vendetta non ha volta“, pellicola che sarebbe uscita a distanza di sette anni da “La metà oscura“, film ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King.

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Romero si trovava a Toronto quando fu raggiunto dalla telefonata con cui si chiedeva la collaborazione. Caso volle che necessitasse di una band per una scena del film. Nacque così il sodalizio tra i principi dell’horror punk e il maestro delle tenebre.

Il video di “Scream!” è pura opera di Romero. Facilmente riconoscibile grazie al suo trademark inconfondibile, propone gli inevitabili cliché del genere, tra momenti splatter e zombie in fuga da una corsia d’ospedale che fino a pochi minuti prima era immacolata, linda e pinta. Tutt’a un tratto irrompono dei ceffi, male vestiti e sanguinanti. Lamentano dolori e ferite e vengono quindi soccorsi. Ma ben presto divampa la lotta per la sopravvivenza.

Entra una barella. Sopra di essa vi è un uomo coperto da una lenzuolo infradiciato di sangue. E poi un’altra, e un’altra ancora. Sono feriti gravi, volto squarciato e viso tumefatto. Da un’altra barella un uomo col ciuffo di capelli appuntito in avanti si alza e aggredisce un’infermiera. Sono i componenti della band. I Misfits sono diventati zombie. Sono dei morti viventi…

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