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Interviste

Galeffi: tra amore, Roma e Harry Potter

Federico Rapini

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Galeffi, nome d’arte di Marco Cantagalli, è un cantautore romano classe 1991 e ormai volto di spicco dell’indie pop italiano.

Dall’esordio nel 2013 al talent “The Voice of Italy”, selezionato da Piero Pelù, oggi Galeffi conta 2 album che gli hanno permesso di essere conosciuto e apprezzato in tutta Italia.

Panorama nazionale che lo ha visto protagonista della tournée “Un’estate italiana” con 70 date di cui parecchie sold-out, passando anche per eventi come il concerto del 1° Maggio a Roma in Piazza San Giovanni e al “MI AMI Festival” di Milano.

Dopo l’album d’esordio “Scudetto”, uscito nel 2017 collezionando 25 milioni di ascolti streaming, nel Marzo di quest’anno Galeffi pubblica il suo 2° album dal titolo “Settebello” la cui riedizione include l’ultimo singolo, realizzato il mese scorso, “Il regalo perfetto”.

Cresciuto con Betleas, Paolo Nutini e Amy Winehouse, il cantautore romano, dotato di grande vocalità, ha dato ai suoi testi un’impronta che lo rendono facilmente riconoscibile dal pubblico.

Siamo a pochi giorni da Natale e mai come quest’anno sarà più o meno “mai Natale” per i distanziamenti e coprifuoco. Questa festività, che ritorna più di una volta nei tuoi testi compreso l’ultimo singolo “Il regalo perfetto”, cosa significa per te? Se ti ispira in quanto lo colleghi a ricordi più o meno belli, cosa ti trasmette. 

Natale mi piace, adoro giocare a tombola coi miei nonni o fare tardi a giocare a carte. Mi fa impazzire essere in famiglia e stare senza pensieri almeno per qualche giorno vivere con leggerezza e positività.

La vigilia di Natale in tv trasmetteranno la prima parte dell’ultimo capitolo di Harry Potter. Parlaci del tuo rapporto con questo personaggio che citi nel brano “Potter/Pedaló”. 

Sono un fan Harry Potter, ho letto tutti i libri quando ero più piccolo e lo omaggio tuttora portando occhiali tondi come lui, mi manca la cicatrice però e soprattutto i suoi poteri.

A proposito della canzone di cui ti ho appena chiesto, questa inizia con “non lo so se in un bicchiere l’amore troverò”. Due temi, l’amore e l’alcol, molto bukowskyani. Te che rapporto hai con loro? 

Non sono un grande bevitore, mi piace bere poco ma bene, a tavola cerco la qualità perennemente. Sicuramente le grappe e il vino sono gli alcolici che prediligo, meno dei cocktail che non mi dicono niente.

L’amore è comunque ricorrente nelle tue canzoni. Dai sempre l’idea di viverlo in maniera quasi angosciosa, senza certezze, senza un attimo di stabilità. Pensi che riuscirai a far incastrare tutti i pezzi del “Puzzle” o preferisci lasciarti ancora ispirare dall’imprevedibilità?

L’amore è vita, è materia per le canzoni. Penso che le dinamiche sentimentali ed esistenziali siano un motore per la scrittura, soffri, rifletti attraversi il dolore e oltrepassi la verità, tutto questo ti rende più fragile e più consapevole allo stesso modo. Questa attitudine ti aiuta a comporre.

Hai sempre detto che “Settebello” è nato nel tuo monolocale a Montesacro, quartiere di Roma. Quale è il tuo rapporto con la città, con il quartiere , con i suoi personaggi. E se magari c’è qualche aspetto particolare di essi che ti ha ispirato. 

Non so quanto mi ispiri il mio quartiere nelle canzoni, ma di sicuro sono una persona che ama le abitudini, frequento sempre la stessa gente, gli stessi ristoranti, gli stessi locali, mi piacciono le certezze in questa vita in continuo mutamento. Credo che il mio quartiere mi dia equilibrio più che ispirazione.

Visto che parlavamo di Roma, una domanda te la faccio sull’As Roma e su Totti. L’ex capitano giallorosso dà il titolo al brano “Tottigol”, espressione che usi per descrivere uno stato d’animo. Parlaci di cosa significa per te il calcio, la Roma, il tifo.

Il calcio per me è tutto, ho sempre sognato di diventare un calciatore ma purtroppo non è andata, non avevo troppa tigna e dopo un po’ ho mollato. Adesso credo più in me stesso e nel futuro. Rimane un grande rimpianto non aver proseguito ma va bene così, fa parte del gioco. Totti è un monumento, una poesia bellissima, una storia che non si ripeterà, per questo è unico, sia lui sia il rapporto della gente con lui. Farà sempre parte di me e il mio primo obiettivo nella vita da futuro genitore sarà quello di crescere i miei figli con i dvd di Totti e raccontare le sue gesta.

Chiudo con l’inevitabile domanda sul Covid e di quanto ciò ha influito sulla tua produzione. Se e quanto ha rallentato i tuoi progetti, anche riguardo i live in programma, e se magari hai trovato qualche ispirazione anche in questo momento abbastanza buio. 

È stata dura e lo è tuttora, già il mondo musica è una continua altalena, col covid è diventato ancora più difficile fare programmi, si vive alla giornata, senza certezze e purtroppo fino a che non si potrà tornare a suonare dal vivo anche senza economie. Sto vivendo questa fase come un’occasione per costruire un Marco più forte e pronto per il divenire , sia a livello umano che musicale.

Ph. Matteo Casilli

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Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

Interviste

Street art, geometrie e working class: New York fotograta da Marco Cimorosi

Federico Falcone

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New York è una città, è un’opportunità, è un sogno. È l’alba di una seconda, terza, quarta vita. È il tramonto di una prima, seconda o terza esistenza. A New York accade tutto e il contrario di tutto. New York, infatti, è tutto e il contrario di tutto. E’ un’anima inquieta e ambiziosa, determinata e fragile.

La Grande Mela non sempre si può descrivere con parole o immagini e, in alcune circostanze, immortalare uno spaccato di vita attraverso uno scatto preciso e puntuale può contribuire a farsi un’idea di una tra le metropoli più affascinanti al mondo. Marco Cimorosi, fotografo abruzzese, lo sa bene. Ha da poco pubblicato “Fotografare New York City“, sottotitolando l’opera “Aritmiche visioni metropolitane“.

Un libro, una testimonianza della vita newyorkese, immortalata in quasi duecento pagine. Con i contributi di Saro Di Bartolo, Luca Maggitti e Paolo Di Vincenzo, la raccolta fotografica di Cimorosi è imprescindibile per chiunque ami la “città che non dorme mai”, la fotografia e soprattutto la vita di strada. Potremmo parlare per giorni di un lavoro così completo e paradigmatico della città simbolo degli Stati Uniti, del capitalismo esasperato e dell’indigenza assoluta. Abbiamo provato a raccontare il tutto attraverso quest’intervista.

Per usare le sue parole, “New York è talmente sorprendete che ormai non mi sorprende più“. Cosa, allora, continua a incuriosirla e ad affascinarla della Grande Mela?

Il principale motivo per cui vado a New York è perché mio figlio vive e lavora lì da undici anni. Le prime due volte che sono andato a NY ci voleva una guida che mi spiegasse tutto. In quelle circostanze fu mio figlio. Si resta imbambolati da un ritmo frenetico, ci si muove a ritmi assurdi e c’è voluto tempo per metabolizzare quel modo di vivere. Con gli anni questo stupore iniziare si è tramutato in un ambiente più famigliare. Quando sai come muoverti è tutto diverso e non ci vuole qualcuno che ti indichi cosa fare e come farlo. Sai anche cosa aspettarti. Di NY mi affascina il suo essere in continuo movimento, ogni volta che vado trovo qualcosa di nuovo e imprevisto che muta costantemente. Sulla scia di ciò, però, avendolo ormai compreso a fondo, riesco a muovermi meglio.

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Quanto conta l’essere preparati, il sapere cosa aspettarsi e quindi avere già idea di cosa fotografare e come farlo?

Per fotografare è essenziale essere preparati. Non si può essere sprovveduti e tirare fuori la macchinetta all’ultimo momento. Occorre avere un’idea, passo fondamentale per capire cosa e come fotografare. Se ad esempio vai a Time Square o sulla 5th Avenue è tutto frenetico e può accadere qualsiasi cosa da un momento all’altro. A Soho o nei quartieri più bassi, invece, è più tranquillo.

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Come scegliere quando scattare e quando no? Quale discrimen c’è alla base della scelta di immortalare un momento?

Faccio un esempio, di un episodio accaduto a Pescara. Andai a fare delle foto street al porto. Mi misi a chiacchierare con un pescatore che stava rammendando delle reti. Volevo immortalarlo con uno scatto. Alla fine non l’ho fatto, perché mi sono soffermato ad ascoltare le sue storie, le difficoltà dell’andare in mare, i periodi di magra. Sono rimasto rapito e affascinato e non ho scattato nulla, ho solo tenuto a mente quanto detto. La fotografia street è un piacere, non un obbligo. Se mi piace fare la fotografia la faccio subito, sono anche disposto a disturbare la quiete della persona ritratta. Altre volte no, preferisco lasciare la foto memorizzata in testa. A volte rimane nella memoria e quindi, se dovesse ricapitare un’esperienza simile, posso ripetere la storia di fare la foto come e quando voglio. Ma è una decisione immediata, frutto del momento. Se un qualcosa mi attira, scatto. Questo nella maggior parte dei casi.

Cosa non le piace fotografare?

Il mio stile fotografico non contempla il ritrarre i disagi gratuitamente. E’ un mio modo di vedere la fotografia. Se mai dovessi realizzare un servizio commissionato sugli homeless, ad esempio, le foto le farei. Ma se c’è uno scopo. Per un motivo nobile. Altrimenti no, mi disturba, non mi piace fotografare il dolore.

New York ha tante identità e tante anime e, proprio per questo, forse non ne ha una ben precisa. Che idea ti sei fatto di ciò? Quale credi che sia l’anima della città?

Ve ne sono tante. Ma è talmente vasta che è difficile raffigurare NY con un solo scatto. Non si può, non ci si riesce. Non c’è un’immagine che potrebbe raffigurare interamente la mentalità newyorkese. C’è molta tolleranza. Ad esempio per quanto riguarda le foto in strada le persone sono abituate a fotografi che ti scattano fotografie. E non si lamentano, non dà fastidio. Un giorno andai per strada, a una signora al mio fianco cadde un qualcosa vicino al suo cagnolino. Mi abbassai con lei, le faccio la foto, mi rialzo, lei non batte ciglio. Impassibile. Questo mi ha destabilizzato, non mi aspettavo tanta tranquillità. Per raffigurare NY forse serve immortale la frenesia.

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Tra le classi sociali più identitarie della città, troviamo gli appartenenti alla working class e alla street art…

La street art è nata come simbolo di protesta, iniziata dal ceto più basso, quello più popolare che aveva necessità di urlare la propria voce. Poi è stata accolta, si è evoluta, non dava più fastidio e questo ha fatto si che potesse attecchire anche in altri quartieri. Magari a Manhattan è complessa da realizzare, ha altre caratteristiche. Ma a Brooklyn, ad esempio, ne è pieno. Gli artisti necessitano di posti simbolo e una volta che hanno elaborato la propria opera possono svilupparla e consolidarla all’interno della città e della società. Anche i padroni delle abitazioni che vedono i propri muri graffiati, sono più tolleranti. Inoltre, se commissionata, è pienamente legale. Riguardo la working class: mio figlio abita nel New Jersey devo attraversare il ponte Washinghton e poi andare verso Manhattan e oltre per girare. Ogni volta mi trovo assieme a pendolari di tutte le classi sociali, dagli operai con i caschi sporchi di vernice a persone con la ventiquattrore che si recanoin ufficio. Negli States il lavoro è sacro, viene prima di tutto il resto. Con il covid è uguale. Il contagio è alto perché il lavoro è primario, non si chiude così facilmente come da noi. Nell’ufficio con mio figlio c’era un dipendente con il covid, così come il suo datore di lavoro. Per loro è normalità, il lavoro viene prima di tutto. Il lavoro è l’anima di New York.

New York è un set cinematografico a cielo aperto, lo sappiamo. Quali sono, però, gli angoli più nascosti o gli scorci meno rappresentativi che comunque l’hanno particolarmente colpita?

In questi anni mi sono imbattuto in diversi set cinematografici. Sai cosa fanno? Se il set è grosso bloccano interi quartieri. Letteralmente. Magari vedi che si incolonnano camion di attrezzature o barriere. Capita di frequente. Di posti inusuali ce ne sono, anche se non li abbiamo visti tutti quanti. Se si vanei quartieri più a sud si trovano edifici e costruzioni più bassi e contenuti in termini di altezza e grandezza, non ci sono più i grattacieli di Manhattan ma posti più caratteristici. Ci sono case in mattoni, basse, con piccole scalette con ai bordi cancelli in ferro battuto e sono tutte alberate. Se venissi proiettato in quel luogo a occhi chiusi, non crederesti di essere a New York, è molto diversa dal caos che uno immagina.

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La fotografia cattura l’attimo e lo consegna alla storia. Rivedendo i propri scatti, però, le è mai capitato di cambiare la percezione di quei momenti?

Ci sono degli scatti a cui tengo più di altri, questo si. Mi hanno fatto riflettere molto. Alcuni esempi: quello di una signora seduta dentro al ristorante (una delle prime del libro) mi è rimasto particolarmente nel cuore. Ciò che incoraggio a fare, quando si fanno fotografie di questo tipo, è fantasticare. Immaginare, farsi venire in mente delle cose diverse dall’evidenza. In quella foto non sono andato via con un senso di tristezza, perché ho comunque visto la volontà di andare avanti. La volontà di integrarsi, vedere posti e gente è più forte della condizione attuale che si vive. E’ una foto molto impattante che porto nel cuore. Le foto sono come figli, ognuna ha una sua storia. C’è il clochard con un carrellino con un cartello con scritto “persone stupide governano il mondo”. Mi guardava, ma non potevo fare a meno di fotografarlo. Oltretutto era in una via affollatissima. Un messaggio umile di una persona che dice molto della verità che ci circonda.

Altre foto impattanti sono quelle che ritraggono le proteste di piazza…

Le proteste di piazza aprono un altro capitolo. Non è che mi rimangio le parole scritte nel libro, ma gli ultimi avvenimenti mi hanno fatto riflettere (si riferisce ai fatti di Capitol Hill, a Washington, nda). Lì ero in una piazza, era tranquillo ed è andato tutto bene. Ma vedendo quello che è accaduto a Washington d’ora in avanti andrò sempre con un approccio diverso perché gli stupidi sono ovunque. Qualsiasi manifestazione può degenerare. NY è la città delle manifestazioni, tutte molto tranquille per la verità. Sono rimasto un po’ meravigliato anche dai cartelli che vengono realizzati, spesso casarecci, fatti sul momento, scambiati, sono tutti molto spontanei. In queste foto che ho raffigurato gli autori li mettevano raccolti in piazza, ognuno li poteva prendere e usarli per protestare, erano a disposizioni di tutti. Mi è rimasta impressa anche la protesta animalista, dove hanno unito delle registrazioni di animali che stavano morendo. E’ stata forte, difficile da digerire. A un certo punto c’è stato il silenzio con l’audio degli animali morenti. Sono rimasto frastornato. Ho ripreso a fotografare solo dopo aver trovato il coraggio. Una manifestazione pacifica è sempre impattante. Ma la violenza no.

Quale criterio adotta per pubblicare una foto in bianco e nero oppure a colori?

Di alcune ho realizzato più versioni, ma va molto in base alla sensazione di dove voglio che la foto vada. Anche rispetto ai colori che sono dentro. Il colore purtroppo ha il difetto che non sempre è abbinabile. Magari una persona e i suoi oggetti sono di colore differenti e messe in un fotogramma potrebbe stonare, distorcere il messaggio che si vuole mandare attraverso la fotografia. Ovviamente da un punto di vista tecnico. A volte la scelta del bianco e nero è quasi obbligata. La foto della signora che viene coperta dal giornale è in bianco e nero perché a colori non garantirebbe lo stesso effetto. Vi è una dissonanza che distorce il messaggio e il valore delle scatto.

La fotografia “geometrica”, invece, l’appassiona?

La fotografia geometrica porta a essere per forza precisi. La precisione passa in secondo piano in alcuni momenti, come la street art dove l’azione di ciò che sta facendo la persona è preponderante rispetto a ciò che fa. Ma nella fotografia geometrica la precisione è tutto. L’architetto che elabora i progetti intende lanciare anche un certo messaggio e la difficoltà di scattare una foto a quei soggetti è proprio quella di cogliere il messaggio. E’ difficilissimo, ma è altrettanto stimolante. Dietro lo scatto c’è un ragionamento quasi matematico.

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Emozioni e suggestioni sono alla base della fotografia?

E’ ciò che mi auguro! Solo con la tecnica non si va da nessuna parte, servono emozioni e sensazioni, capire cosa una situazione trasmette e lasciarsi trasportare. Le questioni tecniche devono essere talmente acquisite che devono uscire fuori in automatico.

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Interviste

Astol, un teen idol da disco d’oro: “Grazie ai social ho fatto conoscere la mia musica”

Alessio Di Pasquale

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Dal 10 dicembre è disponibile in radio e su tutte le piattaforme streaming Vediamoci Stasera” il nuovo singolo di Astol con LDA e Robledo.

Dopo il grande successo del romantico tormentone estivo “Sangria” con Emma Muscat, certificato oroAstol, con la fine dell’estate, ha posto le basi per il suo nuovo progetto discografico. Ha dato vita così, a partire da un ritornello scritto a quattro mani con Francesco “Francis” Conteddu, a “Vediamoci Stasera”, brano unico, innovativo e caratterizzato da sonorità spiccatamente reggaeton, genere di cui Astol, tra gli esponenti italiani, è uno dei principali protagonisti.

Classe 1995, Pasquale Giannetti, in arte Astol è nato in provincia di Napoli, ma romano d’adozione. Inizia la propria carriera artistica nel 2013 pubblicando su YouTube i suoi primi brani, seguiti da videoclip che attualmente contano milioni di visualizzazioni. Nel 2018 partecipa, insieme ai principali influencer italiani, al The Hottest Summer 2018 a Malta e successivamente al The Hottest Winter 2019 a Canazei, contest trasmessi su Real Time.

Nel 2018 pubblica l’album di debutto “Astol”, che sancisce il suo debutto ufficiale per l’etichetta Believe, sotto la produzione di Jeremy Buxton. Un concept album che suona fresco, con strumentali inspirate al pop d’Oltreoceano, dalle influenze latino-americane, frutto del lavoro di Astol insieme al suo producer. Nel 2019 Astol dà vita, insieme all’artista Daniel, al duo reggaeton DASTOL.

Gli artisti diventano in breve tempo dei veri e propri teen idol collezionando milioni di streaming su Spotify. Il primo singolo del duo è “Fuoco”, connubio perfetto tra trap e reggaeton, seguito da “Proibito”, “Fulmine” e “Momenti”, brani dagli oltre 17 milioni di stream su Spotify. Dopo il duo con Daniel, Astol ritorna al proprio progetto collaborando con Don Joe nel brano “Jingle Bell Trap” e pubblicando i singoli “Princesa”, “Diabla”, “Mondo” e “Sangria” che è stata un’indiscussa hit dell’estate 2020. Sta attualmente lavorando al nuovo album di cui “Vediamoci Stasera” è il primo singolo.

Chi è Astol? come si avvicina a questo mondo?

Un romantico amante. Ho iniziato tra i banchi di scuola, in realtà penso di essere sempre stato un cantante, o almeno, anche da piccolo in qualche modo sognavo che un giorno avrei dovuto esserlo. Inizio ufficialmente a provare a realizzare il mio sogno pubblicando in maniera indipendente le mie canzoni nel 2016.

Se potessi descriverti usando un solo aggettivo quale sceglieresti, e perché?

Galante. Il modo di fare è il nostro biglietto da visita

“Vediamoci stasera, ti porto sulla luna”. Come hai vissuto e come stai vivendo invece questa privazione della libertà di uscire anche solo di casa senza portarti dietro l’autocertificazione?

Con responsabilità e speranza. Rispetto le regole e sogno il momento in cui questo momento finisca. Cerco sempre di confortare le persone che ho intorno, di star loro vicino nei loro momenti più delicati. 

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Cosa significa per te fare musica? È una forma di espressione di te stesso, una semplice valvola di sfogo personale o entrambe?

È il modo per esprimermi, spesso è stata uno sfogo, è il mio modo per raccontare la mia storia.

Sei seguitissimo sui social, che rapporto hai con questi?

Ho tanta gratitudine verso chi mi segue, cerco di coinvolgere i miei fans in tutto ciò che faccio e vorrei fare sempre di più. Con i social ho iniziato a far conoscere la mia musica. I social sanno essere il posto ideale dove poter costruire un percorso, ovviamente con tanti sacrifici e determinazione, fondamentale è per me la qualità dei contenuti e la passione che metto in tutto ciò che faccio.

Hai un certo magnetismo sui giovani. Quali consigli ti senti di dare a questi ultimi che come te che stanno affrontando questo difficile momento storico, per aiutarli a superarlo?

Di informarsi su ciò che accade nel mondo, di utilizzare il tempo per imparare cose nuove, di non arrendersi mai, di impegnarsi per realizzare i propri sogni. Nell’attesa del momento in cui potremo di nuovo abbracciarci. Non vedo l’ora!

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Interviste

Shores Of Null: un viaggio introspettivo attraverso l’accettazione della morte

La morte turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla

Luigi Macera Mascitelli

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Lo scorso 27 novembre 2020, i romani Shores Of Null hanno rilasciato Beyond the Shores (On Death and Dying), il loro terzo album. Un lavoro che si compone di una sola lunghissima traccia nella quale si ripercorrono le cinque fasi dell’accettazione della morte. La band capitolina è ad oggi una dei massimi esponenti del death/doom metal italiano. Con uno stile vicino alle sonorità di Paradise Lost, My Dying Bride, Katatonia e Sentenced, questa nuova fatica consacra ufficialmente il quintetto tra le migliori realtà nostrane del genere.

Per l’occasione abbiamo avuto modo di fare qualche domanda al vocalist e leader Davide Straccione (già cantante degli degli Zippo). Di seguito l’intervista nella quale esploreremo più da vicino il lavoro che c’è stato dietro questo concept album. Buona lettura!

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Ciao Davide e benvenuto su The Walk Of Fame. Beyond the Shores (On Death and Dying) è forse il lavoro degli Shores Of Null più maturo e stilisticamente completo. Come è nata l’idea di creare una singola suite di 38 minuti?

Mi fa piacere che lo consideri il nostro lavoro più maturo e completo, perché in un certo senso la vedo allo stesso modo. L’idea di un unico brano di 38 minuti è nata in maniera molto particolare, quasi rocambolesca. Avevamo già un altro disco pronto ed eravamo entrati in studio per registrarlo. Le parti di batteria e basso erano state terminate quando, in una pausa dalle registrazioni, abbiamo sentito la necessità di scrivere qualcosa di più sperimentale.

Perché, ti chiederai. Il motivo principale è che stavamo da tempo vivendo un rapporto particolarmente difficile con la nostra precedente etichetta (Candlelight/Spinefarm) . Contrattualmente ci spettava ancora un disco con loro. Ma eravamo molto insoddisfatti del lavoro di promozione (non) svolto sul nostro precedente Black Drapes For Tomorrow, per cui non volevamo affidare a loro le stampe del nuovo album, sul quale avevamo già investito troppo tempo e denaro. In un momento di pura follia ci siamo detti “scriviamo una sola traccia lunghissima, ai limiti del drone, monolitica e diversa da ciò che facciamo di solito, e vediamo se vogliono pubblicarla lo stesso”. Doveva essere un pezzo quasi di serie B, e invece col passare del tempo è diventata la traccia che puoi ascoltare, frutto di un songwriting d’urgenza, spontaneo e disperato. L’unico paletto che ci eravamo dati era quello di una maggiore lentezza rispetto al solito.

Il brano, strumentalmente parlando, è nato in 4 o 5 pomeriggi spalmati nell’arco di poche settimane. Per una serie di motivi, poi, siamo riusciti a svincolarci completamente dalla vecchia etichetta, trovandoci a questo punto con ben due dischi in mano. Per coronare un anno già di per sé infausto e privo di concerti dal vivo, abbiamo deciso di dare priorità a Beyond The Shores e di tenere l’altro disco al caldo, sebbene composto prima a livello temporale.

La scelta di una sola lunga traccia è stata sicuramente ambiziosa, poiché si rischia di scadere nella ripetitività e di offrire un prodotto noioso e prolisso. Possiamo dire che si è trattato una scommessa con voi stessi o sapevate fin da subito che l’album avrebbe funzionato?

Come ti dicevo, il tutto è nato in circostanze molto particolari e non abbiamo avuto il tempo materiale per fare previsioni. Abbiamo sentito l’urgenza di far uscire questo disco come primo perché lo sentivamo più attuale che mai. Sicuramente una scommessa con noi stessi, ma col senno di poi una scommessa vinta.

L’album è un concept ispirato allo scritto On Death and Dying della psichiatra svizzero-americana Elisabeth Kübler-Ross, in cui vengono formulati i cinque stadi del lutto. Un tema piuttosto delicato ed introspettivo. Come mai questa scelta?

Prima che il modello Kübler-Ross venisse esteso al lutto di coloro che hanno perso qualcuno, il libro in questione, così come gli studi stessi della psichiatra, si concentrava sulle fasi che attraversano i malati terminali, dalla diagnosi della malattia alla morte. È proprio questo il punto di vista narrativo di Beyond The Shores (On Death And Dying), quello coraggioso di chi la morte l’affronta in prima persona, sapendo di doverla accoglierla molto presto.

La paura della morte è un concetto assai radicato nella cultura occidentale. In fondo essa altro non è che la fine del ciclo della vita stessa e in quanto tale non dovrebbe sconvolgerci più di tanto. Eppure non è così. Essa turba sia noi stessi sia coloro che ci sono vicini, perché nulla ci prepara davvero ad affrontarla. Con questa scelta abbiamo voluto dare voce proprio a tale paura ma da una prospettiva forse poco esplorata: quella del paziente, della persona in punto di morte, del proprio lutto. Quindi mi sono basato sugli studi della Kübler-Ross e le sue interviste ai malati terminali raccolte poi in questo libro seminale. Uno scritto sulla morte che in realtà è una grandissima lezione per i vivi.

Quali sono le differenze nel processo di songwriting tra il lavoro fatto con gli Shores Of Null e quello con gli Zippo?

Con gli Zippo la composizione nasceva prettamente in sala prove: qualcuno arrivava con un riff o un’idea e da lì si jammava fino ad avere il pezzo finito. Io, pur non suonando, ero spesso presente mentre questa magia accadeva. Non mi risulta che un brano degli Zippo sia mai giunto in sala fatto e finito. Ovviamente questo era un processo piuttosto lungo per alcune tracce, soprattutto a seconda della frequenza con cui ci vedevamo per provare.

Con gli Shores Of Null è l’esatto opposto, sin dall’inizio. Siamo più una band da “smart working”, passami il termine. Gabriele e Raffaele, i due chitarristi, compongono sempre in remoto registrando dei demo a casa, poi li ascoltiamo tutti con attenzione ed infine li arrangiamo insieme in un secondo momento. Dal mio punto di vista, quello del cantante, in entrambi i casi le cose funzionano pressappoco allo stesso modo: inizio seriamente a lavorare alla voce solo a brano finito, e poi mi dedico ai testi dopo aver steso una prima bozza di linea vocale. Quasi mai ho scritto un testo prima della linea vocale.

Durante l’ascolto si sente molto l’influenza di varie band del panorama death/doom, come My Dying Bride, Paradise Lost e Sentenced. Ci sono dei gruppi a cui siete particolarmente legati?

Le band che hai citato sono tra le mie influenze principali e sono molto apprezzate anche all’interno della band. Questo disco in particolare si rifà al death doom e al gothic doom degli anni ’90. Non ho problemi ad ammetterlo, ma credo che al di là di tutto, sebbene questa influenza sia più marcata nel nuovo lavoro, il marchio di fabbrica degli Shores Of Null sia comunque presente.

Nel disco sono presenti diversi ospiti importanti, tra cui Mikko Kotamäki (Swallow The Sun), Thomas A.G. Jensen (Saturnus), Elisabetta Marchetti (Inno) e Marco Mastrobuono (Hour of Penance). Come è nata questa grande collaborazione?

Fin da subito ci sembrava chiaro che un disco così ambizioso necessitasse di un approccio più corale; un lavoro di squadra nel vero senso della parola. Man mano che ascoltavamo il brano sentivamo il bisogno di avere ospiti esterni per fornire la giusta dose di varietà, oltre che un carattere più personale. Non nascondo che ascoltando determinati riff abbiamo pensato che fossero cuciti apposta per Mikko o Thomas, perché sia Swallow The Sun che Saturnus sono due grosse influenze per noi. E così abbiamo fatto la cosa più naturale da fare, ossia chiedergli di prendere parte al disco, e loro hanno accettato senza esitare.

Marco Mastrobuono è il nostro produttore sin dal primo album Quiescence ed un amico da molto prima. Oltre ad aver prodotto, registrato e missato ogni nostro lavoro, questa volta ha inciso anche le linee di basso, precedentemente composte da Matteo il quale però è tornato in Olanda dove attualmente vive. Questa ci è sembrata la soluzione più pratica. Elisabetta, oltre ad essere la cantante degli Inno, è anche la moglie di Marco. Lui sapeva che stavamo cercando una voce femminile per un paio di punti cruciali del disco. Ovviamente Il suo consiglio è stato accolto a braccia aperte e non posso che esserne felice. Il mio duetto con Elisabetta è, a detta di tutti, tra i punti più alti dell’intero lavoro.

Farete un tour promozionale quando sarà possibile oppure vi muoverete diversamente per sponsorizzare l’album?

Tra le nostre volontà c’è quella di portare questo album dal vivo non appena sarà possibile. Speriamo ciò avvenga in tempi piuttosto brevi, poiché abbiamo diversi festival confermati per l’estate 2021 e non vorremmo dovervi rinunciare. Per il resto cerchiamo di essere presenti sui nostri social, in particolar modo Facebook e Instagram. In più abbiamo da poco pubblicato un video dell’intero brano, che ovviamente vi invito a guardare.

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