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Gabriella Ferri, 17 anni senza mamma Roma

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Gabriella Ferri, una delle voci più caratteristiche della musica romana. Aveva una voce unica che destò simpatia e ammirazione per quel suo modo beffardo di cantare e per quel volto col caschetto biondo che esprimeva grande ironia. Nata a Testaccio, crebbe tra San Giovanni e Trastevere nella Capitale e dal padre ereditò la passione per la musica folk romana.

La sua formazione musicale era dunque popolaresca. E di ciò ne andava fiera.
Le innumerevoli interpretazioni graffianti e personali delle canzoni popolari, con uno stile inimitabile, la resero di fatto un’artista unica e straordinaria.

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La carriera di Gabriella Ferri

Le sue prime canzoni erano state quelle da osteria, come La società dei magnaccioni, interpretate accanto ad una ragazza timida, Luisa De Santis, la figlia del celebre regista neorealista Giuseppe De Santis. Insieme fondarono il duo Luisa&Gabriella che Mike Bongiorno, nel programma La fiera dei sogni, era solito definire “la ragazza dei quartieri alti e quella dei quartieri bassi”.

Erano i tempi di “Ciuri, ciuri”, “Vitti ‘na crozza” e “La povera Cecilia”. Luisa però decise di ritirarsi dalle scene, complice il suo carattere timido poco adatto al palcoscenico.

Gabriella Ferri decise così di intraprendere la carriera da solista. Nel 1966 pubblica il suo primo album in solitaria e inizia una tournée negli Stati Uniti, poi partecipa al “Bagaglino”. Qui trionferà presentando un repertorio di stornelli e canzoni popolari romane, che la consacrarono come la regina della canzone romana.

Sempre nel 1969, al Festival di Sanremo, cantò con Stevie Wonder il brano “Se tu ragazzo mio”.

Nel 1976 recitò anche nel film “Remo e Romolo-Storia di due figli di una lupa” di Mario Castellacci e Pier Francesco Pingitore.

Negli anni ’70 è spesso presente in grandi varietà come Questa sera Gabriella Ferri (1971), Senza rete (1972), Dove sta Zazà (1973), Il circo delle voci (1974), Mazzabubù (1975). 

Le ultime apparizioni, già sporadiche negli anni ‘90, risalgono al 2002 quando partecipa a Buona Domenica di Maurizio Costanzo.

Mamma Roma

Era “Mamma Roma”, come veniva affettuosamente chiamata dai fans per via del suo aspetto che negli anni andò ad assumere le fattezze tipiche di una madre del popolo. Ereditò da Claudio Villa il ruolo di rappresentante del genere musicale romano. Con il cantante trasteverino indimenticabile rimarrà il duetto a colpi di stornelli romaneschi.

Molti rivedevano in lei il carattere, la personalità di Anna Magnani. Incarnava la diva che univa tratti eccezionali con tratti quotidiani, semplici. In Gabriella Ferri il pubblico si identificava. Complice anche il fatto che negli anni Sessanta e Settanta il divismo non riguardava più solo il cinema, ma anche la TV, la musica, lo sport e la moda.
Un’artista poliedrica che in molti conoscono per la sua musicale dialettale. Ma alcuni suoi brani non marcati linguisticamente ebbero grande successo oltreoceano. Tuttavia al dialetto Gabriella Ferri affidò una parte del suo complesso e profondo mondo interiore, consapevole che solo così poteva trasferire a chi la ascoltava una parte del suo mondo.

“Tu sai che per me il dialetto è la mia lingua” – disse a Mia Martini nel 1975 – “È una storia d’amore e l’amore è importante, è la ragione di tutto”.

Era romana come pochi. Ma la sua interpretazione di Dove sta Zazà, in napoletano, la rese patrimonio nazionale.

La sensibilità di Gabriella Ferri era fuori dal comune. Il figlio anni fa raccontò un aneddoto su di lei: “In centro ci sono persone senza gambe e la gente cammina, passeggia, non li vede: sono invisibili per la più parte di loro. Per mia madre, invece, esistevano solo loro; per lei erano invisibili gli altri, quelli normali”. Non a caso, il tema di chi è costretto a vivere tra le mure fredde del carcere è spesso presente nelle sue canzoni.

Purtroppo la depressione che la colpì alla fine degli anni ‘90 l’ha tolta troppo presto dalle scene, dal palco e dalla tv. Morì il 3 aprile del 2004 per un incidente, cadendo dal balcone della sua casa a Corchiano in provincia di Viterbo.

Ma le sue canzoni, le sue interpretazioni delle vecchie canzoni, rimarranno un patrimonio immortale per un genere musicale che va scomparendo. Riposa nel cimitero del Verano, a Roma. Sulla sua lapide il marito Seva Borzak fece incidere queste parole semplici: “Di notte i tuoi occhi brillavano più forte della luce di giorno, il tuo amore riscaldava più del sole”.

Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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Enciclica Quam Grave: mossa politica contro i don Bastiano

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A metà del XVIII secolo la Chiesa di Roma, rappresentata da papa Benedetto XIV, godeva ancora di un certo peso politico oltre che spirituale.

Nonostante la diffusione della cultura illuminista e del giurisdizionalismo che provocò una certa limitazione dei privilegi di cui godeva il clero.

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A questo bisogna aggiungere che la frattura interna al mondo cattolico, con la propagazione delle dottrine protestanti e calviniste, diede sicuramente uno scossone alle alte autorità ecclesiastiche.

In questo contesto si inserisce l’enciclica Quam Grave del pontefice Benedetto XIV del 2 agosto 1757. Un tentativo di tirare le redini e rafforzare la gerarchia intestina.

L’intento era quello di combattere la celebrazione abusiva delle Messe da parte di preti non autorizzati. I quali, inoltre, si spingevano a confessare i fedeli. A queste pratiche era data buona parte della colpa della degradazione della Chiesa e della perdita di fiducia nella stessa.

Lutero, nel 1500, aveva piantato in questo senso il seme della discordia. Tra le sue tesi vi era quello di una lettura autonoma e personale delle Sacre Scritture. Un avvicinamento a Dio del tutto privo di filtri clericali. La volontà era quindi quella di ricondurre i cattolici, e con essi anche i riformisti, sulla via segnata dai predecessori di Benedetto XIV.

Leggi anche “La scomunica di Martin Lutero: 500 anni fa la rivoluzione religiosa”

“Riteniamo superfluo dimostrare con molte parole quanto grave ed orrendo delitto commette chiunque, non investito dell’Ordine sacerdotale, presume di celebrare il sacrificio della Messa, dal momento che a tutti sono evidenti le motivazioni per le quali un simile sacrilego crimine giustamente si ritiene che sia da detestare e da punire con una rigorosa applicazione di sanzioni. Sarà sufficiente qui richiamare le Costituzioni Apostoliche dei nostri Predecessori, che stabiliscono pene severissime contro i colpevoli del delitto sopraddetto; quelle cioè che furono emanate dai Romani Pontefici di felice memoria, Paolo IV, Sisto V, Clemente VIII e Urbano VIII; in base alle quali si stabilisce che chiunque è stato scoperto a celebrare la Messa senza avere il carattere sacerdotale debba essere consegnato al Foro secolare per una giusta punizione”.

Il primo punto dell’enciclica è esplicativa ed esauriente al riguardo. Ma soprattutto, dal punto di vista della Chiesa, era fondamentale diffonderla e applicarla.

La Roma papalina dell’800 era ancora in questa situazione. Un esempio, seppur cinematografico, è Don Bastiano de “Il Marchese del Grillo”. Il personaggio interpretato da Flavio Bucci era un prete che praticava senza autorizzazione papale, revocatagli in seguito ad un omicidio per vendicare l’onore della propria famiglia.

“Io dico messe, comunico, battezzo, consacro, confesso, sposo. Ti vuoi sposare marchese mio? Ti sposa don Bastiano tuo”.

Una battuta di pochi secondi che fa ben capire quale fosse la realtà della Chiesa di Roma. Dove la figura e l’autorità papale era minata dalla presenza di varie correnti politiche, più che spirituali. Così come la presenza francese, a inizio ‘800, era portatrice di idee anticlericali propendenti all’Impero, sia come istituzione che come ideale.

L’enciclica Quam Grave fu una mossa politica di un papa che capì la direzione che stava prendendo il suo movimento. Dove i dogmi venivano meno e il decentramento politico aveva iniziato un percorso inarrestabile.

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Mondovisione, come i limiti di tempo e spazio si sono assottigliati

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I limiti di tempo e spazio vengono giorno abbattuti. Ogni evoluzione scientifica e tecnologica, contribuisce a questa relativizzazione di questi concetti.

I primi ad abbattere queste barriere invisibili furono i messaggeri. Coloro che per mezzo dei propri piedi (vedere la storia della battaglia di Maratona, in occasione anche dell’inizio delle Olimpiadi) o tramite animali o altri mezzi di trasporto, trasportavano notizie. Fatti realmente accaduti e importanti a tal punto da portarne un resoconto altrove.

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Leggi anche “22 luglio 776 a.C.: i primi Giochi Olimpici

Il bisogno di comunicare è alla base dell’abbattimento dei concetti spazio-temporali. Questa necessità sommata all’evoluzione tecnologica ha cominciato a scalfire le idee di lontananza e incomunicabilità. Chi sembrava irraggiungibile era ad un tratto più vicino. E ancora. E ancora.

Il 23 luglio del 1962 ci fu un fatto storico di importanza incredibile. Il primo scambio di immagini in mondovisione.

«Buonasera! Fra pochi minuti ciascuno di noi potrà partecipare, come testimone e come spettatore, alla nascita della televisione mondiale: per la prima volta nella storia delle telecomunicazioni, gli Stati Uniti e l’Europa si accingono a scambiarsi il primo programma televisivo attraverso un satellite artificiale». Con queste parole,in diretta sulla RAI, il telecronista Luca Di Schiena annunciò il primo collegamento televisivo via satellite tra USA ed Europa.

La possibilità di scambiare notizie, di comunicare da una parte all’altra del mondo in contemporanea si stava pian piano realizzando.

In questi campi è stata sicuramente la TV a dare grande impulso. Programmi televisivi in continua evoluzione ed espansione con sempre più collegamenti con il resto del mondo. 

La diffusione su larga scala dei reporter, degli inviati. Ma soprattutto la sempre più crescente richiesta di informazioni da quelli che sembravano altri mondi.

Le parole e le fotografie dei libri, della carta stampata furono affiancati, e in molti casi superati, dalle immagini video della televisione. Televisione che nei decenni ha preso sempre più piede. Divenendo un bene di consumo quasi per tutti. 

Leggi anche “Le prime Olimpiadi moderne – Storia, cultura e filosofia del corpo”

Ad alta richiesta corrispose una vasta offerta. Prodotti sempre più eterogeni. E soprattutto che rendevano, grazie alla diffusione del mezzo, i vecchi concetti limitanti di spazio e di tempo obsoleti.

Fu un continuo superarsi. Arrivò poi il telefono cellulare, i pc, i tablet, gli smartphone, i social, la messaggeria istantanea, le videochiamate, le call, le videoconferenze, lo smartworking.

In un’idea quasi di annullamento dello spazio e del tempo. Come se qualsiasi cosa, anche luogo, possa essere trasportato all’interno di uno schermo più o meno grande. Strumenti spesso criticati ma ormai beni imprescindibili. Che riducono praticamente a zero le distanze. Che in un periodo di distanziamenti cercano di essere un palliativo.

Manifestazioni come gli Europei di calcio, le Olimpiadi che hanno inizio oggi, sono eventi che uniscono in un’unica direzione persone di ogni parte del mondo. Ad ogni latitudine. Ad ogni fuso orario c’è qualcuno che starà guardando un atleta rappresentante la sua bandiera. E quell’atleta potrà essere visto in tutto il mondo. Ad ogni coordinata.

Grazie alla mondovisione. Che oggi celebra il suo 58esimo anniversario.

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Il cielo di luglio: il Leone di Nemea e il superamento di sé

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Il 23 luglio entriamo ufficialmente nel segno del Leone. Questa  costellazione è posizionata abbastanza lontano dalla Via Lattea, ed è possibile osservare al suo interno tantissime altre galassie: M65, M66, NGC 3628, M95, M96, NGC 2903, NGC 3193, NGC 3607. Sono presenti anche diversi sistemi di pianeti, ad esempio quello della stella gigante arancione HD 102272, attorno alla quale orbitano due pianeti simili a Giove, o quello della stella nana rossa Gliese 436, attorno alla quale orbita un pianeta la cui massa somiglia a quella di Nettuno.

Il Leone di Nemea nel mito

Nella mitologia, la costellazione del Leone rappresenta la prima delle dodici fatiche di Eracle/Ercole. Euristeo re di Micene, ordina ad Eracle di uccidere il famigerato leone dalla pelle così dura che risulta essere invulnerabile a qualsiasi arma, che vive in una grotta vicino la città di Nemea, in Argolide.

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Allora, Ercole, per sconfiggerlo, ricorre a un furbo stratagemma. Prende la sua clava di legno e corre verso il leone, agitando l’arma per aria. La bestia, colta di sorpresa, arretra e si rintana nella sua vicina grotta; Questa grotta aveva due uscite e se l’eroe fosse entrato da una delle due, il leone sarebbe potuto uscire facilmente dall’altra, arrivandogli alle spalle, intrappolandolo e uccidendolo. Ercole allora sigilla una delle due scappatoie con delle pietre, entra fulmineo e si scaglia sul leone; poiché non può ucciderlo con la clava o con le frecce, gli circonda il collo con le braccia e lo stringe, fino a soffocarlo. 

Dopo una terribile lotta, l’eroe riesce quindi ad annientare la belva strangolandola. Utilizzando gli stessi artigli del leone, Ercole lo scuoia e da allora utilizzerà sempre la sua pelle durissima come invincibile armatura. Dopo la battaglia l’eroe solleva la carcassa e la porta da Euristeo che, terrorizzato, gli ordina di lasciare da quel momento in poi le prove dei suoi successi di fronte alle porte della città. Il re fifone, impaurito dei terribili mostri che Ercole avrebbe portato con sé, attendeva quindi l’arrivo dell’eroe nascosto in un’urna di bronzo.

Le dodici fatiche compiute da questo mitico eroe rappresentano il cammino “iniziatico” dell’ uomo verso la consapevolezza di sé, fino all’ autorealizzazione finale. I 12 segni zodiacali rappresentano ognuno una diversa caratteristica dell’uomo che viene acquisita dopo il superamento di ognuno di questi ostacoli.


Il leone nello specifico è il simbolo del superamento del sé individuale; la belva feroce, infatti, allude alla personalità dominatrice che l’eroe deve uccidere, abbandonando l’egoismo. L’allegoria della grotta compare in molti racconti mitologici ed in molti testi sacri: lo stesso Cristo è nato in una di esse attenderà la sua resurrezione. Insomma questa prova consiste nel superare la fierezza orgogliosa e l’istintiva ostinazione di cui il leone è da sempre simbolo e raggiungere uno stadio “nobile” della forza e della grandezza. Dobbiamo uccidere e superare il leone della nostra personalità, domare la bestia che vorrebbe comandarci ed eliminarne la parte più nociva e tossica, utilizzando slamemte la parte sicura, utile e controllata.  La pelle del leone vinto d’ora in avanti costituirà la “divisa” di Eracle, la “corazza” che servirà a difenderlo e a ricordargli di controllare la bestia dentro di lui. Solo così sarà in grado di affrontare le nuove prove.

copertina: Rubens – Ercole E Il Leone Nemeo

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