Tra Suburra e Fargo, Francesco Acquaroli si racconta su The Walk of Fame

Francesco Acquaroli è tra i principali interpreti di SuburraFargoIl giorno e la notte, e Alfredino – una storia italiana. È un periodo molto intenso e gratificante, ricco di importanti soddisfazioni per l’attore romano che dopo il personalissimo successo riscosso con il ruolo di Samurai in “Suburra”, ha lavorato in America nella famosissima serie di successo “Fargo”. Ne abbiamo parlato direttamente con lui nel corso di una piacevole chiacchierata.

Sta terminando le riprese della serie Tv “Alfredino-una storia italiana”. Che idea si è fatto di questa tragica vicenda di cronaca che tenne col fiato sospeso il Paese ormai quasi 40 anni fa? In che modo, soprattutto, si è documentato per dare vita al suo personaggio?

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Oggi, con le possibilità di ricerca offerte da internet, tutto è più facile. Ho reperito tantissimo materiale da cui attingere. Poi ho conosciuto Pietro Moscardini, uno dei vigili impegnati nel tentativo di salvare Alfredino Rampi (un bambino di sei anni che nel giugno del 1981 cadde in un pozzo artesiano in località Vermicino, tra Roma e Frascati, morendo dopo tre giorni, ndr.) Grazie ai suoi ricordi e ai suoi racconti sono riuscito a trovare alcune chiavi recitative fondamentali per interpretare il mio personaggio. E infine ho avuto anche la possibilità di frequentare per un po’ di tempo una caserma dei vigili del fuoco, un’esperienza che è risultata anch’essa molto preziosa (mi hanno anche regalato un loro elmetto dell’epoca).

Per quanto riguarda il fatto di cronaca in sé, ci tengo a precisare innanzitutto che la miniserie parla solo delle ultime 60 ore della vicenda, quindi si è cercato di essere esaustivi su quel particolare lasso di tempo. La storia di Alfredino fu una specie di bomba mediatica, comunque. Per certi versi potrebbe essere considerato un reality ante litteram, che fece scoprire all’Italia intera la capacità della televisione di arrivare dentro le case di tutti e, conseguentemente, di coinvolgere emotivamente milioni di persone. All’epoca avevo più o meno diciannove anni e ricordo ancora la trepidazione di mia madre davanti al piccolo schermo. Il dramma di quello sfortunato bambino, si trasformò nel dramma di un intero Paese.

Da qualche giorno è in onda anche con la quarta serie della serie televisiva (americana) “Fargo”, dove ancora una volta interpreta il ruolo del cattivo. Non teme che questo possa portare l’opinione pubblica e i registi a considerarla un caratterista, negandole la possibilità di cimentarsi in parti diverse?

Sinceramente non mi sono posto neanche il problema. L’occasione, dato il prestigio di cui gode la serie oltreoceano, era troppo ghiotta anche solo per pensare di lasciarsela sfuggire. In realtà, io penso che non ci debbano essere pregiudizi di nessun tipo sulle parti da scegliere. L’unica e sola determinante dovrebbe essere legata alla considerazione che siano o non siano interessanti, punto. In questo caso lo era, moltissimo. Per svilupparla bene nel corso delle riprese, mi è stato di grande aiuto l’aver approfondito un libro di Roberto Saviano, dove, tra i vari personaggi, ce ne è uno che è una sorta di “formatore” nell’ambito della malavita americana, dal quale aspiranti mafiosi apprendono quell’”etica criminale” che io ho cercato di trasmettere con il mio Ebal Violante.

Nella seguitissima serie Suburra ha impersonato un autentico “genio del male”, il Samurai. Come ha trasformato il deus ex machina della criminalità romana raccontato da De Cataldo e Bonini in qualcosa di suo? Più in generale, qual è l’atteggiamento che un attore dovrebbe sempre avere nei confronti di un (anti)eroe narrativo che deve essere portato sullo schermo?

Ogni attore è un mondo a sé e io ho sempre pensato che non ci siano delle regole troppo astringenti da dover tenere in considerazione, né che, parimenti, facciano troppo bene i paragoni con altri colleghi. Detto questo, io non cerco mai di portare i personaggi a me, ma tendo ad andargli io incontro, anche quando il loro stile di vita e i loro valori possono essere completamente opposti ai miei. Nel caso specifico, ho certamente prestato una grande attenzione a quello che hanno scritto De Cataldo e Bonini, ma il vero punto di riferimento è stata la sceneggiatura, non il libro di partenza. E per quanto riguarda le sfumature, che dirti? Le vado cercando ogni giorno vivendo in mezzo alla gente. Osservandola, parlandoci, sentendola ragionare sulla vita.

A breve, Covid 19 permettendo, sarà nei cinema anche “Il giorno e la notte”, il nuovo lungometraggio di Daniele Vicari. Ci può raccontare qualcosa di quel che vedremo e delle difficoltà incontrate durante le riprese a causa del pericolo legato alla pandemia?

È stata certamente un’esperienza molto particolare, ma anche divertente, piena di umanità. Quando giravamo gli interni, i tecnici ci portavano le attrezzature necessarie ad allestire il set e gli oggetti di scena fuori dalle stanze in cui ci trovavamo ed eravamo in costante contatto con loro attraverso Zoom per avere le varie indicazioni (benedetta tecnologia!). Non so ancora quando potrà essere nelle sale, ma posso affermare che sarà un film in grado di generare riflessioni importanti sul nostro modo di vivere, soprattutto per quel che riguarda la dimensione della coppia (la storia ruota su un possibile attacco terroristico che costringe le persone a stare chiuse in casa, tra l’altro. Un tema, purtroppo, molto attuale). Vedrete, saprà sorprendervi.

Le manca il teatro e riesce ad immaginarsi, nel breve volgere di qualche mese, una soluzione attraverso la quale il mondo della ribalta potrà superare le enormi difficoltà (economiche e strutturali) del periodo?

Io sono per natura fiducioso e immagino che quando questa pandemia sarà finita tutto possa riprendere a funzionare come prima. Spero, però, che questa drammatica situazione che stiamo vivendo da ormai diversi mesi a questa parte possa aiutarci a superare certi disvalori che sono stati per troppo tempo imperanti e che ci si possa riscattare da certi errori del passato, riconoscendo alla cultura il ruolo centrale che dovrebbe avere in una società civile. Se così sarà, anche il mondo del teatro potrà giovarne e trovare un nuovo slancio per attrarre a sé molte più persone.

Sempre a proposito di teatro: lei ha avuto la possibilità di lavorare con due grandi del settore come Ronconi e Patroni Griffi. Che ricordo serba di quelle esperienze e cosa le hanno insegnato?

Patroni Griffi mi è rimasto nel cuore! Con lui ho lavorato ne “Il Giocatore” di Goldoni, che fu si può dire la sua ultima vera regia. Era un intellettuale meraviglioso, pieno di opinioni e di umorismo. Un uomo di grande brio.

Lo stesso, ovviamente, dicasi anche di Ronconi con il quale ho lavorato in una sola occasione che, comunque, mi fu sufficiente per apprezzarne la straordinaria preparazione come regista, una qualità che lo rendeva ben al di sopra di certa dimensione “artigianale” del teatro, portandolo a comunicare sempre qualcosa di molto importante in scena.

Qual è sogno nel cassetto di Francesco Acquaroli (non per forza legato alla recitazione)?

Ho un cassetto stracolmo di sogni, davvero! Dovessi tirarne in ballo uno solo, beh, direi che mi piacerebbe tanto girare un film con Francis Ford Coppola (qualche tempo fa, tra l’altro, ho avuto modo di conoscere suo nipote, Jason Schwartzman). Ho iniziato a recitare sulla spinta emotiva trasmessami dalla visione del suo “Apocalypse Now”, quindi, che dire?, sarebbe un modo magico di “chiudere un cerchio”, no?

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