Connect with us

Speciali

Buon compleanno Elvis, “The rock n’roll matador”. Una carriera segnata dalla chiamata alle armi

Federico Falcone

Published

on

Buon compleanno al Re che quest’oggi avrebbe compiuto 85 anni. Elvis Presley non è stato un semplice musicista o una semplice icona. E’ stato di più: un’esplosione rivoluzionaria pari a quella di un Big Bang. In molti gli attribuiscono la nascita del rock, per lo meno come lo conosciamo noi. E probabilmente è vero. Elvis Aron Presley from Tupelo, Missisippi, ha stravolto i canoni della musica, li ha ingigantiti e portati a un livello mai visto prima.

Elvis “The Pelvis” – soprannome dettato dalla tipica movenza del bacino – era destinato a essere il più grande, nonostante non si sia mai esibito fuori dagli Stati Uniti (a eccezione di qualche show nel confinante Canada). Un talento puro, cristallino, evidente fin dalla tenera età. Fin quando, a due anni, si aggregò al coro delle Assemblee di Dio del suo paese, la funzione religiosa in voga in quegli anni. La leggenda narra che, una volta dentro al luogo di culto, sono state sufficienti le prime note per farlo scappare dalle braccia della madre per andare a unirsi agli altri musicisti.

A detta di molti è stato quello l’imprinting di Presley con la musica. Da quel momento in avanti è stata una continua ascesa. Cori, piccole esibizioni in famiglia, primi passi da ballerino e, soprattutto, la presa di coscienza di voler cavalcare il sogno del rock n’roll attraversando sonorità blues, gospel e country. La fusione di questi generi ha determinato l'”Elvis sound“. Aveva 10 anni quando partecipò a un concorso per giovanissimi autori. Arrivò quinto grazie alla sua versione county di “Old Sheep“. L’anno successivo ricevette in dono la sua prima chitarra.

Ma tutto questo avrebbe rischiato di svanire in concomitanza della chiamata alle armi. Era il dicembre del 1957 e si trovava sul set del film “La via del male” quando fu raggiunto dalla telefonata che lo invitava a presentarsi per adempiere al servizio di leva. Elvis non si tirò indietro ma chiese e ottenne di essere temporaneamente dispensato. Il tempo di finire di girare la pellicola. L’arruolamento slittò dunque al marzo del 1958. Si unì al distaccamento di Fort Chaffee, nell’Arkansas, assegnato alla scuola per “addestramento carristi” – terza divisione corazzata – con il seguente numero di matricola: 53310761. Un numero, un culto.

L’interesse mediatico attorno alla sua figura e al suo arruolamento furono leggendarie. Tutt’oggi non c’è nessun paragone capace di stare in piedi. L’avvento del King nell’esercito dell zio Sam fu episodio epocale per stampa, media e società. Intervistato sul suo stato d’animo, rispose: “Se sembro nervoso… è perché lo sono! E’ una grande esperienza. L’ esercito può fare di me ciò che vuole. Milioni di altri ragazzi sono stati chiamati, e io non voglio essere diverso dagli altri“. Un entusiasmo che però durerà poco. Al suo ritorno negli Stati Uniti era fortemente cambiato. La sua musica ne risentì, spostandosi verso terreni più melodici e adatti a un pubblico non solo di teenager ma anche più adulto.

Dopo pochi mesi fu inviato a Brema, in Germania. Era il 1 ottobre del 1958. Vi rimase fino al 5 marzo 1960 . Come carrista si unì ai commilitoni di stanza a Friedberg, assegnato alla Ray Barracks, zona presidiata dai tempi della fine della Seconda Guerra Mondiale. Pare che rifiutò ogni singola forma di privilegio dettata dal suo essere una star. Si adattò allo stile di vita dell’esercito e, così facendo, guadagno il rispetto dei colleghi. I tedeschi iniziano chiamarlo “Rock n’Roll Matador“, alcuni in senso dispregiativo, altri presi dall’entusiasmo di averlo lì, nella loro città. Immaginate voi di avere Elvis Presley sotto casa: la leggenda, il Re, il rivoluzionario, il divo, la star. Chiamatelo come volete, la vostra euforia non avrebbe limiti.

Ma, per quanto il tentativo di essere trattato come gli altri compagni di battaglione fu nobile, all’atto pratico non fu rispettato in via tassativa. Chiese – e ottenne – di portare con sé parte della propria famiglia, oltre che alcuni amici. Con questi visse prima all’Hilberts Parkhotel e poi all’Hotel Grunewald prima di trasferirsi in una bellissima villa a Bad Nauheim, in Goethestrasse 14 dove soggiornò per tutta la durata della sua permanenza in Germania.

Durante quel periodo in Europa non andò tutto per il verso giusto, però. Il decesso della madre lo mise a dura prova, da un punto di vista emotivo. Fu proprio in quei mesi che iniziò ad assumere la benzedrina, farmaco “stimolante” da cui non si staccò mai più. Diventò, quindi, una concreta forma di dipendenza. Con il tempo, e con il ritorno in patria, arrivò ad ammetterlo, mostrandosi fragile e al tempo stesso determinato circa uno stile di vita che non avrebbe più abbandonato.

Di tale dipendenza incolpò – con un pò troppa facilità – la noia accumulata sotto le armi. Affermò che fu proprio questa a stimolarne la creatività. Non solo artistica ma anche sportiva. Si avvicinò al karate, che divenne una sua grande passione. Tra i dispiaceri prodotti dalla carriera militare ha sempre messo davanti quello di non essere riuscito a incontrare Brigitte Bardot. Si congedò dalla Germania con i gradi di sergente. Una delle frase più simboliche legate alla sua figura e alla sua militanza sotto le armi fu pronunciata da John Lennon: “Elvis non è morto oggi — quel tragico 16 agosto 1977 morì il giorno in cui iniziò il servizio militare“.

Circa un paio di anni fa, a Friedberg, cittadina dove, come detto, prestò il servizio militare, ha ricevuto un omaggio del tutto particolare: un semaforo, nei pressi della piazza intitolata al “Re del rock“. Al posto del classico omino presente in tutti i semafori del mondo c’è la sagoma di Elvis nella sua classica posa a gambe divaricate e bacino inarcato. Un ricordo impossibile da affievolire.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

Speciali

Speciale Nick Drake, il poeta maledetto del rock inglese in bilico tra Baudelaire e Robert Johnson

Nick Drake è stato più di un semplice musicista, cantore, poeta. E’ stato un cigno dei più eleganti, ammirevoli e splendenti

Federico Falcone

Published

on

C’è una sorta di ingiustizia che si aggira negli ambienti della musica. In quella rock, poi, che di sfumature e contorni ne conosce a dozzine, sembra essere ulteriormente feroce, quasi sadica, focalizzata a gestire con scarsa equità i suoi esponenti più delicati. Sventure e disavventure fanno da sfondo a una casta di musicisti che col destino sembrano avere un conto in sospeso. E probabilmente è così. Di casi illustri ne potremmo citare tanti, tantissimi, ma solo parte di questi, per dirla con i volgari censori aprioristici, “se la sono andata a cercare“. Ammesso che vi fosse, ab origine, una precisa volontà.

Chi di certo non se l’è cercata è stato Nick Drake. Musicista, autore di liriche di straordinaria bellezza per introspezione e sensibilità, effige di tutta quella palesata malinconia, di quel malessere interno, di quell’inquietudine che hanno finito per divorarlo e devastarlo. Uno scrittore sopraffino, un chitarrista sofisticato e forse troppo sottovalutato. Non un guitar hero, ma quel tipo di outsider dotato di talento e classe quanto basta per infondere un marchio ben riconoscibile al proprio stile.

Leggi anche: “Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Nicholas Rodney Drake non era un banale compositore o un semplice autore, bensì un poeta che ha trovato rifugio nella sei corde e nelle sette note che, nella sua seppur breve carriera (solamente tre album all’attivo), ha lasciato un’impronta ben marcata nel cantautorato del genere. Un poeta con una folle ammirazione e una sincera passione per quella corrente francese che in Baudelaire o Rimbaud vedeva i suoi massimi rappresentanti. Interesse, quello per la scrittura decadente, coltivato fin dall’adolescenza, quando prima di iscriversi alla facoltà di letteratura di Cambridge ebbe l’epifania per il genere durantae una vacanza-studio in Francia. Fu qui che scelse di approfondire la visione intimista e ultraesistenziale dei suoi cantori più amati.

Parallelamente all’interesse per la poesia, il figlio di papà Rodney e mamma Molly si avvicinò alla musica e al blues in particolare. Scoprì i grandi del genere ma si affezionò, in particolar modo, a Robert Johnson, un altro che, in quanto a leggende e dannazione, resta tutt’ora un mistero. Il chitarrista afroamericano, si racconta, strinse un patto col diavolo affinché questi gli fornisse un talento smisurato. Un compromesso diabolico, appunto. Una vita breve e intensa che culminò con la morte prematura in data 16 agosto 1938. Le circostanze del decesso non furono mai chiarite del tutto. Aveva 27 anni.

Ma Nick non era Robert e lo stile non era paragonabile. Pochi giri di blues, qualche accordo, tanta inventiva e sperimentazione, specialmente nelle accordature e nel sound, al punto che la riproposizione dei brani dal vivo si rivelava particolarmente complessa proprio per i sopra citati motivi. Drake aveva qualcosa in più degli altri: la capacità di guardare oltre, la visione di un insieme composta da anima, cuore e fragilità. Un ensemble altrettanto luciferino. Fu proprio questo connubio a far cadere su di lui un lento ma inesorabile drappo nero.

Leggi anche: 50 anni di “Father and Son”, canzone simbolo di Cat Stevens

Decise di mettere a nudo le proprie emozioni, di veicolarle sotto forma di musica, di svelare pubblicamente la propria intimità. L’amore per la poesia non lo abbandonò mai, anzi, se possibile aumentò col tempo, nutrendo la latente vena artistica con parole e concetti capaci di arrivare dritti, spesso come un macigno, all’ascoltatore. Era dolce, Nick. Era fragile, Nick. Era inquieto, Nick. A tutto ciò non sfuggì, sapeva di essere stretto in una morsa e di non poterne uscire. Erano i suoi punti di forza, ma anche le sue debolezze. Il supporto clinico dalle medicine che assumeva poteva avere effetto fino a un certo punto, dopo di che uscì inesorabilmente fuori lo spleen, quella morsa di emotività e dolore troppo difficile da sopportare.

Il tentativo di tornare a casa da mamma e papà, in quell’ambiente che Giovanni Pascoli identificò come “Il Nido” valse a poco. L’anima di Nick era ormai ostaggio di demoni e sofferenze, di scarsa capacità comunicativa col mondo esterno – se non tramite le sue canzoni – e di oziosi silenzi miscelati da atarassica indifferenza e incolpevole malessere. Non lo scelse. Non “se l’è cercata”. Un poeta maledetto, il nativo di Yangon, Birmania, che con Robert Johnson riuscì ad avere un’affinità. L’unica, la più sbagliata. L’età del decesso. Johnson morì 27enne, Drake ventiseienne. Un anno di differenza. Che vuoi che sia.

Five Leaves Left” (1969), “Bryter Layter (1970) e “Pink Moon” (1972) sono la sua eredità, il suo epitaffio musicale carico di sentimenti agrodolci, sfumati da momenti di esaltazione artistica, contornati da pathos e sofferenze troppo, troppo difficili da celare o nascondere agli occhi dei più. Debolezza e fragilità vanno spesso in coppia. Si spalleggiano e si fronteggiano fino a che uno dei due non ha la meglio. Nick Drake è stato più di un semplice musicista, cantore, poeta. E’ stato un cigno dei più eleganti, ammirevoli e splendenti.

Leggi anche: Quando i Metallica entrarono nella storia con dei live leggendari

Morì il 25 novembre del 1974 nella casa dei suoi genitori a Tanworth in Arden, nella campagna inglese a nordest di Londra. La madre, preoccupata dal fatto che a mezzogiorno il ragazzo ancora non si fosse alzato andò a svegliarlo. Lo trovò riverso nel letto, stretto sotto le lenzuola, contratto. L’autopsia dirà che era morto intorno le sei, sei e mezzo del mattino, probabilmente a causa di un arresto cardiaco derivante da un’assunzione esagerata di farmaci.

Continue Reading

Speciali

“Sarò una leggenda”: 29 anni senza Freddie Mercury, lover of life singer of songs

Federico Falcone

Published

on

Di Freddie Mercury è stato scritto tanto. Forse anche troppo. Sono molte, infatti, le leggende metropolitane che si rincorrono sul suo conto. La maggior parte di esse sono false, infondate o distorte. Quelle connesse alla sua morte sono anche spregevoli, non solamente perché ribaltano la verità dei fatti ma anche perché non rispettano l’uomo, prima che il cantante, e la sua vita privata. Morire non è ignobile. Morire di Aids all’inizio degli anni Novanta faceva scandalo e sensazionalismo ma col passare del tempo, sfortunatamente, divenne cosa ben nota. Egli fu una delle tante vittime, forse la più celebre.

Quella malattia con cui il leader dei Queen combatté per circa un decennio divenne il flagello dell’Africa e ben presto si abbatté anche in Europa e nel resto del mondo. Niente a vedere con i numeri dell’attuale pandemia da coronavirus, ma la sua violenza fu devastante. Era il 24 novembre del 1991 quando Mercury morì nella sua residenza di Garden Lodge a Londra. Erano le 18.48. Aveva 45 anni. Causa ufficiale del decesso fu una broncopolmonite, aggravata dalle complicazioni dell’Aids.

Leggi anche: A Night at the Opera: il capolavoro dei Queen compie 45 anni

Leggi anche: 13 luglio 1973, i Queen pubblicano il primo album e danno il via alla leggenda

Trascorse gli ultimi giorni tra dolori e sofferenze, braccato da giornalisti nascosti tutt’intorno alla sua residenza, bramosi di uno scatto, di una fuga di notizie e di uno scoop. Perfino le tende dietro le finestre erano chiuse per non lasciar trapelare nulla. Le cure non portarono alcun beneficio e nella migliore circostanza poterono solo alleviare il dolore. Aveva anche deciso di interromperle, ma il calvario era diventato insostenibile.

Il 22 novembre, due giorni prima della morte, il cantante convocò Jim Beach, manager dei Queen, per stilare un comunicato stampa ufficiale. Questo venne consegnato alla stampa il giorno dopo e dopo un giorno ancora Mercury morì. Al suo fianco, per l’ultimo viaggio, Mary Austin, ex fidanzata e amica fidata, il fidanzato Jim Hutton, l’amico e collaboratore Peter Freestone e Joe Fanelli, chef personale.

Jer Bulsara , madre di Farrokh, in una vecchia intervista al Telegraph, disse: “È stato un giorno molto triste quando è morto nel novembre 1991, ma secondo la nostra religione quando è giunto il momento non lo si può cambiare. A quel punto devi andare. Dio lo amava di più e lo voleva con Lui ed è quello che tengo nella mia mente. Nessuna madre vuole vedere morire suo figlio ma, allo stesso tempo, ha fatto di più per il mondo nella sua breve vita di quanto molte persone potrebbero fare in 100 anni“. Il figlio, però, non ammise mai alla madre la possibile origine della malattia.

Questa probabilmente subentrò all’inizio degli anni Ottanta. Ma Mercury non gli diede molto peso, attribuendo i sintomi al forte stress del momento e a una vita sregolata. Solo in seguito a controlli più scrupolosi e dettagliati venne a conoscenza di aver contratto l’HIV che nascose anche ai compagni di band, fino intorno al 1989. Nel 1987, però, scelse di rivelarlo a Elton John, tra i suoi più amati amici.

Leggi anche: Knebworth Park, 9 agosto 1986: Freddie Mercury e i Queen si esibiscono per l’ultima volta

Dopo altre analisi, l’altra amara conferma: AIDS. Cambiò tutto. Niente più vita pubblica, niente party sfrenati, molti meno sorrisi e atteggiamenti istrionici. Non era più Freddie Mercury, bensì il riflesso del dramma che stava vivendo. Da quel momento i tabloid si scatenarono e le voci su una sua malattia dall’indubbia gravità si rincorsero con sempre maggiore forza e vigore. Vennero intercettati ex amanti, ex amici, ex collaboratori: tutto pur di fare scandalo.

Il 18 febbraio del 1990 il cantante fece l’ultima apparizione in diretta, ai Brit Awards, dove i Queen ottenere un riconoscimento per il grande contributo dato alla musica britannica. Poche settimane dopo volò a Montreaux, in Svizzera, (dove si trova tutt’ora una statua eretta in suo onore di fronte al bellissimo lago). Qui affittò un appartamento, la “Duck House“. Parte di Made in Heaven, l’ultimo album della band, fu composto lì. Ma la malattia avanzava e il riposo era indispensabile per portare a termine il lavoro. O almeno per provarci.

Leggi anche: “Love of my life”: l’amore eterno nelle parole di Freddie Mercury

L’ultima canzona scritta, anche se mai terminata nelle registrazioni, fu Mother Love. Era il maggio del 1991. La sessione di registrazione finì tre settimane dopo. Mercury non completò tutto il lavoro anche a causa dei problemi polmonari sempre più avanzanti.

These are the days of our life” è l’ultimo videoclip girato dai Queen. Vederlo, anche a distanza di tutti questi anni, è struggente. Freddie Mercury sta male, è evidente. La sua lotta contro la malattia era ormai giunta al termine. Sapeva il destino cui andava incontro. Non c’era modo di evitarlo, neanche esorcizzando lo spettro della paura e del dolore con un’ultima, toccante, canzone. Non si può restare indifferenti all’ascolto di questo brano, non si può non provare rabbia e dolore per un destino beffardo che ci ha privati di un musicista dal talento sconfinato.

Il videoclip del singolo è commovente. Il momento in cui Mercury, ormai consumato dall’Aids fissa lo schermo e intona il ritornello è il classico pugno nello stomaco. Fu girato solo sei mesi prima della sua scomparsa.

Lui è lì, per l’ultima volta, e ci saluta con dolcezza e amore, lo stesso che ha riversato nella musica e nel rapporto con i fan. A volte spigoloso, certo, ma sempre onesto e sincero. Mercury si sottopose a lunghe sedute di make up per nascondere i segni sempre più evidenti della malattia. La scelta del video in bianco e nero non fu casuale; oltre a dare una veste teatrale e drammaturgica alle atmosfere della canzone, servì anche a nascondere il volto ormai consumato del cantante. In quel video il nativo di Zanzibar indossava una camicia nera che solo pochi mesi fa è stata venduta all’asta per 54.000 dollari.

Leggi anche: “Innuendo”, il testamento musicale dei Queen che riecheggia nell’eternità

 I still love you” è il suo epitaffio, la sua ultima volontà, le sue ultime parole. E sono per noi, il suo pubblico. Fanno male, però, perché rappresentano un punto definitivo. Sono la conclusione, la fine dei giochi. Non c’è più tempo per niente. Il video, per volere dello stesso singer, fu pubblicato solo dopo la sua morte affinché la stampa e l’opinione pubblica non avessero certezza del suo precario stato di salute, ormai sempre più difficile da nascondere.

Fu un ultimo colpo di teatro, un’uscita di scena degna del miglior frontman di tutti i tempi.

Continue Reading

Speciali

23 novembre 1825: storia di carbonari, Papi e pasquinate

Riccardo Colella

Published

on

“Lunedì 21 novembre 1825… Angelo Targhini, Leonida Montanari, Pompeo Garofolini, Luigi Spadoni, Ludovico Gasperoni, Sebastiano Ricci… Delitto di lesa Maestà, e di ferimento con prodizione… La Commissione Speciale condanna Angelo Targhini di Brescia e Leonida Montanari di Cesena alla Pena di Morte, Luigi Spadoni di Forlì e Pompeo Garofolini romano alla Galera a Vita e gli altri alla Galera per dieci anni… (proscritte Società Segrete… Setta Carbonica). Roma, Poggioli, 1825”. (Sentenza riportata su manifesto di condanna A.D. 1825).

Ci sono storie, a Roma, vive da secoli e che si tramandano di generazione in generazione. Storie di una Roma popolana che non c’è più, e che parlano de balli de corte, de Castel Sant’Angelo, de carbonari, de Pasquino, de li cardinali e de li rivoluzionari. Questa è una di quelle e parla di due carbonari, Angelo Targhini e Leonida Montanari, che sotto papa Leone XII furono condannati e decapitati in Piazza del Popolo.

IL FATTACCIO – Nel 1825 il rapporto tra Stato pontificio e popolo romano era minato da profondi contrasti. I moti carbonari che andavano sorgendo in tutto il regno, facevano sì che Papa Leone XII impiegasse l’esercito pontificio nel tentativo di soffocare le ribellioni dei sudditi più turbolenti. Tra le più “celebri” congreghe dell’epoca vi era quella denominata Costanza, istituita dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Pio VII, e che, in quel periodo, vide l’adesione del chirurgo cesenate Leonida Montanari. Capitò altresì che un ennesimo partecipante alla Costanza, tal Filippo Spada (detto Spontini e talvolta indicato nei documenti dell’epoca come Giuseppe Pontini, nobile incapricciato di giacobinismo), decidesse di fare da delatore e spia per le autorità governative.

Proprio per via delle persecuzioni poliziesche che spingevano le stesse sette carbonare ad un clima avvelenato da sospetti e tradimenti interni, e in modo che ciò fungesse da monito per altri eventuali traditori, il “governo carbonaro” scelse per la condanna del Principe Spada.

Il fatto avvenne nella notte tra il 4 e il 5 giugno. Nel mentre di una passeggiata in compagnia del Targhini nei pressi della Basilica Sant’Andrea della Valle, nel rione Sant’Eustachio, Pontini riceve una coltellata al fianco, che si rivelerà non mortale. La documentazione che ci arriva dall’epoca, non è sufficiente a far luce sull’effettiva dinamica dei fatti e sul reale coinvolgimento dei carbonari alla “spedizione” ed anzi, lascia spazio a versioni contrastanti dell’accaduto.

Addirittura alcuni cronisti riportano di come il fatto sia in realtà accaduto di fronte alla farmacia gestita allora dal Montanari, chirurgo e farmacista di stanza a Rocca di Papa e che lo stesso medico, notato che la vittima ancora respirava, tentò di terminare l’opera, venendo colto in fallo dalle forze dell’ordine. Note sono, invece, le conseguenze che scaturirono da quel gesto. La reazione del pontefice fu feroce: Targhini e numerosi esponenti della Costanza furono arrestati, mentre Montanari, inizialmente scampato all’arresto, finì con l’essere fermato due mesi dopo.

Il volere di papa Leone XII era quello di mandare un segnale chiaro e terribile a chiunque portasse velleità riottose: fu allestito un tribunale speciale col compito di condannare gli imputati senza dar loro la possibilità di difendersi, e la cui sentenza fu dichiarata inappellabile, dichiarando altresì secretati i verbali delle discussioni, le votazioni e gli esiti.

Se, però, sul Targhini gravava l’accusa dello stesso Pontini, è bene ricordare di come sul Montanari non pendessero particolari prove, se non la confessione del confratello Garofolini. Nella propria deposizione, quindi, il Montanari si dichiarò estraneo ai fatti, non negando tuttavia il suo appoggio alla carboneria, se non per ideali di “puro amor di Patria”. Ritenendolo comunque tra i mandanti della spedizione, le autorità pronunciarono la sentenza condannando Targhini e Montanari alla Pena Capitale. 

L’esecuzione avvenne nella sera del 23 novembre 1825 sotto l’operato dell’allora famigerato boia romano dello Stato Pontificio, Mastro Titta, che, per sue stesse parole, secondo quanto riportato nell’anonimo documento Mastro Titta, il boia di Roma: Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, dichiarava:

… decapitai al Popolo (inteso come Piazza del Popolo) Leonida Montanari e Angiolo Targhini, due cospiratori contro il governo di Sua Santità, appartenenti alla setta dei Carbonari, i quali avevano gravemente ferito un loro compagno, tale Spontini, sospettando che li avesse traditi e denunziati all’autorità. Di questa esecuzione si fecero di molti discorsi in Roma, perché la tenebrosa associazione alla quale appartenevano incuteva spavento alla popolazione di Roma, onesta, timorata e fedele al Papa. Ma benché si sussurrasse di tumulti ed insurrezioni preparate dai loro confratelli, per sottrarli al patibolo, la tranquillità, grazie alle sagge ed energiche disposizioni adottate dal governo, non fu menomamente turbata. Ecco come si svolsero i fatti.

Un affigliato, certo Angiolo Targhini, romano, fu incaricato dell’operazione. Era un popolano d’animo deliberato e di braccio sicuro. Una sera Targhini passa dalla farmacia Peretti e vedendo lo Spontini sulla porta, l’invita a seguirlo, dicendo dovergli parlare di cosa grave. Spontini accondiscende e lo segue.
Svoltano per il vicolo di Sant’Andrea buio e deserto: Targhini si guarda attorno un momento e, non vedendo nessuno, trae un pugnale dalla tasca in petto dell’abito e lo infigge in seno allo Spontini dalla parte del cuore. Spontini cade e Targhini si allontana con rapido passo con un altro che l’attendeva. Spontini non era morto.
Chiama aiuto; accorrono verso di lui due carabinieri pontifici che pattugliavano in quei pressi e lo trovarono seduto per terra, col capo appoggiato alla colonnetta, che stava sotto la cappelletta della Madonna, illuminata dalla lampada, sull’angolo del palazzo. Esaminatolo lo trovano ferito e vanno alla farmacia Peretti a chiedere se c’era qualche medico, per aiutare il malcapitato e giudicare se era trasportabile. Esce fuori il chirurgo Leonida Montanari di Cesena e s’avviano verso il ferito, sempre al medesimo posto. Montanari tira fuori la busta chirurgica, vi prende uno specillo, si mette a specillare la ferita e non la trova mortale.

Ma uno dei carabinieri che osservava attentamente il Montanari, si accorge che collo specillo tentava di approfondire la ferita. Non gliene lascia il tempo; gli toglie lo specillo e gli lega i polsi con un buon paio di manette. Poi, chiamata man forte, condussero il Leonida Montanari alle carceri; Spontini alla Consolazione, ove lo guarirono della sua ferita.

Fu eretto il processo contro il Targhini, del quale il ferito declinò il nome, accusandolo del fatto, e che venne tosto arrestato e contro il Montanari, che aveva tentato di compir l’opera, e, quantunque opponessero i più sfrontati dinieghi, furono condannati dalla Sacra Consulta alla decapitazione. Si temeva che per l’esecuzione gli altri settari volessero tentare qualche colpo audace, e furono prese tutte le disposizioni opportune. Quanto a me, sebbene avessi ricevuto una quantità di lettere anonime, che mi minacciavano di morte se avessi fatta l’esecuzione, ho compiuto il mio dovere senza esitanza.

Era uno spettacolo imponente. Piazza del Popolo era gremita di gente, come non la vidi mai. Quando vi arrivammo colla carretta i soldati stentarono ad aprirci il varco. Giunti sotto il palco, che avevo eretto durante la notte, col concorso del mio aiutante, Targhino prima e Montanari poi scesero colla maggior franchezza di questo mondo, e ne salirono i gradini circondati dai confortatori, saltellando quasi. Tutti i tentativi per indurli al pentimento ed alla confessione riuscirono vani. – Non abbiamo conto da rendere a nessuno: il nostro Dio sta in fondo alla nostra coscienza – rispondevano invariabilmente.

Avevo avuto ordine da Monsignor Fiscale di far presto e i confortatori, a quanto credo, lo stesso. Quindi non si perdette altro tempo. Li legai solidamente ai polsi, perché avevano rifiutato di lasciarsi bendare, poi spinsi innanzi Angelo Targhini, che porse il capo sorridendo alla ghigliottina e in un secondo fu spedito. Leonida Montanari mi salutò beffardamente dicendomi: «Addio collega.» e fece poi come il Targhini e come il Targhini lo spedii al Creatore.

Ci fu un subitaneo movimento nella folla; pareva volesse scoppiare un applauso. Ma la vista della forza armata la contenne e non si ebbe a deplorare il benché menomo incidente.”.

È presumibile dedurre che il documento di cui sopra, in realtà, altro non sia che un falso storico; e che lo stesso Mastro Titta abbia lasciato solo un taccuino su cui erano indicati i nomi dei condannati, il motivo delle condanna e i luoghi dell’esecuzione.

Sul patibolo, i due carbonari continuarono a proclamarsi innocenti e frammassoni, rifiutando i sacramenti

Vennero infine gettati lungo il Muro Torto, in terra sconsacrata e nella fossa in cui finivano i corpi di ladri, suicidi, vagabondi e prostitute.

La morte dei due giovani “…per burla di processo…” segnò pesantemente l’opinione pubblica, fungendo da ispirazione per il sorgere di nuove realtà carbonare e gettando le basi per i moti risorgimentali che condurranno alla futura Unità Nazionale.

Ancora oggi, appena entrati da Porta del Popolo, sul fianco della caserma dei Carabinieri, si può notare la targa dedicata ai due carbonari e che dal 1909 recita: “Alla memoria dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari che la condanna di morte ordinata dal papa, senza prove e senza difesa, in questa piazza serenamente affrontarono il 23 novembre 1825”.

NELL’ANNO DEL SIGNORE – La vicenda ebbe grande risonanza all’epoca dei fatti, in special modo tra il Popolo romano. Lo stesso regista capitolino Luigi Magni, dirigerà nel 1969 il film Nell’anno del Signore, primo atto della cosiddetta trilogia papalina ed ispirata ai fatti di quel 23 novembre 1825. L’Opera del cineasta romano è una critica ferocissima allo stato pontificio e alla struttura ecclesiastica in toto. Al trentesimo posto dei film italiani più visti di sempre, conta la colonna sonora del Maestro Armando Trovajoli e un cast stellare. È così che Montanari prende il volto di Robert Hossein (Angelica, I Miserabili), Enrico Maria Salerno (Casanova ’70, L’armata Brancaleone, L’uccello dalle piume di cristallo) diventa il Capitano delle guardie, e Ugo Tognazzi è il Cardinal Rivarola. Parallelamente alla storia dei due carbonari, si delinea la travagliata e non corrisposta storia d’amore tra il “calzolaro” Cornacchia/Pasquino (un Nino Manfredi clamoroso) e la “giudìa” Giuditta Di Castro, che porta gli occhi di Claudia Cardinale. La ciliegina sulla torta è rappresentata da quel frate incaricato di condurre i carbonari al pentimento e che è magistralmente interpretato da Alberto Sordi.

Numerose sono, tuttavia, le incongruenze che il film contiene. Angelo Targhini era bresciano mentre nel film è indicato come modenese e lo stesso Leonida Montanari, di padre cesenate, è raffigurato come un maturo medico romano. Nell’Opera il cardinale che si fa carico della condanna è Rivarola, che pur viene indicato come veneto, anziché genovese. Nella realtà, a pronunziare la sentenza è invece il cardinal Bernetti. In una delle scene più toccanti, inoltre, si ode Paolina Bonaparte che, in pieno ghetto ebraico, suona il “pianforte”. Nella realtà dei fatti, la stessa sorella di Napoleone abitava in tutt’altra zona di Roma, ossia nel Palazzo Bonaparte di Piazza Venezia.

PASQUINO – Figura estranea alla vicenda reale ma punto cardine attorno a cui ruota l’Opera di Luigi Magni, è Pasquino: la più famosa delle statue “parlanti” di Roma. La statua di Pasquino è un frammento risalente al periodo ellenista, raffigurante probabilmente un eroe greco che ne sorregge un altro, ma ben radicata nel folklore romano. Sita in Piazza Pasquino, Rione Parione, diede con gli anni il nome a quelle che ad oggi sono note col nome di “Pasquinate”: manifesti e sfottò che nottetempo venivano appese al collo della statua da “satirici epigrammatici”, tra cui lo stesso Pasquino, in segno di protesta e scherno nei confronti dell’opprimente potere esercitato durante la Roma papalina.

In realtà l’origine del nome è avvolta dal mistero e secondo alcune versioni, sarebbe da ricondurre alla figura del misterioso Pasquino (un barbiere, un sarto o il calzolaio di Luigi Magni) che imperversava nel rione, diffondendo i suoi versi satirici nel tentativo di risvegliare le coscienze popolari.

Continue Reading

In evidenza