Elogio di Domenico Bini, stralunato metallaro per diletto con la maglia della salute

In alto i calici, tintinnante un brindisi per Domenico Bini. “Cantautore e chitarrista heavy”, come si definisce nella sua pagina Facebook, ma anche su youtube (dove veleggia per i 100 mila iscritti al canale) e Instagram, con 40 mila accoliti. Quest’anno farà sessant’anni, ma nella tribù dei chitarristi di professione e chitarrai per diletto è rapidamente asceso in un Olimpo irraggiungibile di dadaismo e iperrealismo, scavandosi una imprevedibile nicchia di scherzosità che non indulge mai a sgarbi verbali.

Nato a Trani, probabilmente con un passato da agente di polizia penitenziaria, Bini se la canta e se la suona, filmandosi senza filtri, divertendosi con lo stesso entusiasmo di un ragazzino alla sua prima garage band. Certo, non ha la tecnica di Steve Vai né l’estensione di Ian Gillan, ma chissenefrega: a lui piace così e quella gioia concentrata la trasmette in modo contagioso, ipnotico.

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Sullo sfondo dei suoi video, da un appartamento di un Nessundove, l’abbaglio di una plafoniera al neon, qualche icona religiosa, pareti neutre in cerca di ritinteggiatura. Il suo look è quello ordinario di un signore di sessant’anni: in primavera ha ancora una maglietta bianca della salute sotto una polo turchesina, in inverno dei maglioni col collo rotondo, che di tanto in tanto cede verso il basso. Il suo stato social recita senza ambiguità: “felice a Trani”: e hai detto niente, in tempi bui in cui fare musica è diventato tutto fuorché la trasmissione di un giocoso divertimento e in cui, pur di non dirsi felici, s’è disposti a correre su e giù per i cento gradini della sofferenza, sperimentando derive e clivi bordeggianti la follia.

No, Domenico Bini è saggio tra i pazzi, naviga libero tra le frenetiche intemperie di polemiche da un giorno, l’acredine gaglioffa e sguaiata dei leoni da tastiera, gli apericena e i brunch di solitudini in cerca d’autore, quando il rischio della solitudine morde di più e può ammazzare.

Con la sua chitarra, classica o elettrica, senza microfoni né autotune né rack né modulatori, accende la webcam e fa quello che gli piace fare, senza badare al risultato, sbarazzino ma devoto a quello strumento il cui suono deve sedurlo più di quanto non si sia disposti ad ammettere. Come quando s’ama una donna brutta, ma che accecati dalla passione ci si convince esser da passerella, Bini è sedotto e travolto dal suono grattugiato delle sei corde e le glorifica con la religiosità di canti inopinatamente fuori dal beat, talmente squadrati da cappottarsi in una gioiosa festa dell’autoreferenza. E che male fa?

E infatti per i suoi fan è diventato, indiscusso, il “Maestro”, con un piglio affettuoso, velatamente canzonatorio ma che non si gira mai in perculata espressa, se così si può dire. Da “sta andando tutto male” a “shana wana”, da “ueeeee” a “il vulcano”, il Maestro scodella decine di nuovi brani al mese, puntualmente rilanciati e condivisi, lo fa con l’orgoglio di tenere alta la bandiera di quell’ heavy metal tutto suo, gentile e stralunato, quando malinconico quando roccioso.

Chissà in quanti riescono davvero a vivere con lo stesso cuore bambino una loro passione, riescono a trovare il divertimento (e la felicità) dietro a gesti semplici e, comunque la si voglia vedere, creativi. Senza sovrastrutture di pensiero, senza lo scrupolo dell’altrui giudizio. Farlo e basta, accada quel che accada. Stupore e meraviglia, altro che: in alto i calici, quindi, per Domenico Bini, il Maestro heavy “felice a Trani”.

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