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E venne il giorno delle macchine: l’intelligenza artificiale sarà la nostra autodistruzione

redazione

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Editoriale di Giuseppe Arnò, direttore della rivista La Gazzetta italo-brasiliana

L’intelligenza artificiale sarà la nostra autodistruzione, nel momento in cui la tecnologia senza controllo umano prenderà il sopravvento “C’è poco da stare allegri!” – È la mia amica Rosamunda, accademica, letterata, sociologa e partenopea di adozione, che così esprime la propria preoccupazione nei confronti delle sempre più sofisticate applicazioni tecnologiche nel nostro sistema di vita, via via più invadenti e pericolosamente irrispettose della nostra riservatezza.

“Siamo già arrivati al giorno delle macchine?” Mi chiede.

“Ci siamo o quasi!” Le rispondo.

La conversazione va così avanti e Rosamunda mi domanda se anch’io condividessi le sue preoccupazioni per l’avanzamento tecnologico riguardante la realizzazione di intelligenze artificiali.

Le rispondo e disserto per come segue:

L’astrofisico Stephen Hawking al Web Summit di Lisbona, nel novembre del 2017, mise in guardia l’umanità su un grosso pericolo futuro: l’intelligenza artificiale.

“L’intelligenza artificiale potrebbe sviluppare una volontà tutta sua”, aveva detto Hawking. “L’ascesa dell’IA potrebbe essere la cosa peggiore o la cosa migliore che può accadere per l’umanità”.

Oggi, in particolare, la pandemia, tra le tante altre cose, ha fatto squillare il campanello d’allarme sulla raccolta e sull’utilizzo dei nostri dati personali quali, ad esempio, le analisi sul comportamento quotidiano, sulle preferenze nonché sulle tendenze ideologiche, la registrazione delle nostre frequentazioni, dei nostri dislocamenti, dei depositi e dei prelievi in denaro contante, delle transazioni con carte di credito, la videosorveglianza (in Cina, oltre al monitoraggio dei cittadini già all’ordine del giorno, i cani robot sorvegliano gli spazi pubblici), i localizzatori GPS e GSM dei telefonini e quant´altro immaginabile. Il tutto dettagliatamente schedato e classificato.

Ci manca molto poco per arrivare al punto da farci innestare, come si fa con i cani, un chip sottocutaneo per poter registrare persino i nostri sentimenti nei momenti più intimi, tra le mura domestiche (nella camera da letto o addirittura nel bagno).

E non parliamo poi delle ultime applicazioni tecnologiche sia in campo civile che militare: auto a guida autonoma e addirittura velivoli bellici, senza equipaggio e dotati di intelligenza propria (droni), che decidono autonomamente sulla vita o sulla morte del prossimo. La tecnologia, sostengo, nei settori più sensibili può collaborare con l’essere umano, ma non può sostituirlo.

Da tempo, ad esempio, è in uso il riconoscimento facciale da parte delle polizie di vari paesi del mondo, ma sulla infallibilità del sistema si sta già discutendo e non poco. Basta pensare che per la polizia londinese, con questo mezzo tecnologico, la percentuale di errore ammonta al ragguardevole 98% dei casi e negli USA la statistica non migliora un granché.

Da ciò ci rendiamo sempre più convinti che nelle situazioni eticamente sensibili ci debba stare l’essere umano accanto o dietro i processi elaborativi della macchina. Essa da sola non può decidere le sorti degli individui, né tampoco dei popoli, ancorché dotata della massima tecnologia immaginabile.

V’è molto di più e, attenzione, si tratta di qualcosa ben più grave: da un certo tempo, per come sospetta una certa corrente spregiudicata di tecnologi dell’informazione, l’obiettivo fotografico del nostro telefonino o del nostro PC starebbe già filmando, furtivamente, le nostre giornate trasmettendole al CED (Centro Elaborazione Dati) addetto alla sorveglianza di massa e al servizio dei giganti della tecnologia.

Se ciò fosse vero, poveri noi, saremmo veramente messi male!

In realtà non navighiamo nel campo della fantascienza, ma nel campo delle ipotesi verosimili, dell’eventualità. Oggi con la scusa di isolare il virus e domani con qualsiasi altra motivazione, si chiede o meglio si impone all’impaurita società la massima trasparenza anche laddove l’etica e le leggi non lo permettono.

Ma nonostante l´insorgenza di siffatti effetti riprovevoli, il binomio “Uomo-Scienza”, il desiderio di ricercare e cioè di conoscere, rimane uno degli istinti più profondi dell´essere umano. Esso esiste da sempre e oggi appare più appagabile che mai, anche perché viviamo in un´epoca in cui abbiamo a disposizione gli strumenti idonei per scoprire i più reconditi segreti della natura.

Tornando all´IA, per meglio addentrarci nell’argomento relativo al pericolo costituito dalle “macchine”, ci pare opportuno riportarci all’apice del fantascientifico, oggi attuale più che mai: un colossal diretto da Stanley Kubrick, scritto assieme ad Arthur C. Clarke, che i lettori della terza età avranno sicuramente visto in prima visione nelle sale cinematografiche sparse per il mondo, oppure letto in edizione cartacea nel romanzo omonimo pubblicato nel 1968, lo stesso anno di esordio in anteprima mondiale del film “2001, Odissea nello spazio”.

Uno dei temi fantascientifici, da antologia, che maggiormente ci colpirono in quel film-documentario è stato quello che riguardava il moderno Prometeo; il supercomputer HAL 9000 e la sua ribellione.

Infatti, HAL nel film agisce dotato di una sofisticata intelligenza artificiale: ha un occhio, più perfetto di quello umano, che gli permette persino di leggere il labiale degli astronauti. Il suo timbro vocale è completamente naturale e sembra in grado di provare sentimenti umani. Naturalmente è in condizione di fare tutto ciò che un umano riesce a fare. Sa anche fare del male e, impressionantemente, persino uccidere, quando si sente minacciato e si rende conto della possibilità di essere “disinstallato”.

La ribellione della macchina è un punto di domanda molto preoccupante!

Allo stato è soltanto uno scenario proposto dalla fantascienza, che raffigura il sopravvento da parte di congegni meccanici (siano essi sotto forma di computer o di robot) ai danni della specie umana, ma nella realtà, nel momento in cui la macchina raggiungerà una super emancipazione tecnologica, acquistando autocoscienza ed intelligenza, scatenerà l’inevitabile e pericolosa competizione tra la tecnologia e il genere umano.

Eppure, la scienza continua nell’affannoso lavoro di ricerca sull’interazione uomo-macchina attraverso l’integrazione degli studi interdisciplinari di scienze sociali e bio-ingegneristiche nonché tra corporeità ed epistemologia sociale al fine di realizzare una “creatura” dalle sembianze quasi umane e in grado di sviluppare abilità simili a quelle possedute dai comuni mortali e magari molto di più.

A conferma dell’affannoso e atavico desiderio dell’uomo di creare un alter ego, un Avatar ovvero un io che prende vita dalla nostra anima, per poi acquisirne una propria, che possa operare nel fantastico mondo del reale al confine col virtuale, indichiamo gli antesignani di HALL 9000.

Del primo di essi si ha notizia negli antichi testi sacri, in cui si parla del Golem, che è una figura antropomorfa immaginaria della mitologia ebraica, una specie di robot, fedele esecutore degli ordini del proprio padrone. Il filosofo e matematico Archita di Taranto del IV secolo a.C., secondo le testimonianze del suo tempo, avrebbe costruito un uccello meccanico in grado di volare tra i rami degli alberi. Seguono i diversi robot intelligenti delle civiltà scomparse di Creta e dell’antica Cina e, non ultimi, gli automi del grande Leonardo da Vinci, di cui esistono i disegni e i progetti riscoperti solo negli anni cinquanta nel codice Atlantico e in piccoli taccuini tascabili databili intorno al 1495-1497.

Altre leggende di varie epoche ci descrivono ancora l’esistenza di esseri artificiali che avrebbero avuto il compito di obbedire ciecamente ai comandi dei loro “creatori”.

Del resto, la cinematografia fantascientifica ci anticipa con inquietante verosimiglianza quali saranno le macchine umane del futuro prossimo ovvero i cyborg, che – a seconda della loro origine – vengono divisi in tre categorie:

– Esseri umani potenziati con ingegnosi modificazioni artificiali ed innesti. Il protagonista del film Io, Robot (2004), per esempio, ha un braccio e altri organi cibernetici.

– Extraterrestri anch’essi potenziati e divenuti cyborg al pari degli umani di cui anzi. In Guerre Stellari, Dart Fener ha arti cibernetici e una speciale armatura, che gli garantisce il mantenimento in vita.

– Androidi, cioè robot umanoidi, provvisti di componenti biologiche allo scopo di approssimare al massimo le loro sembianze a quelle umane. È il caso del cyborg, assassino protagonista del film Terminator (1984) e di tutta la serie successiva.

Riassumendo, tutti questi dati ci rendono l’idea di come l’anelito dell’uomo, in ogni tempo, sia stato diretto verso un mondo virtuale, di cui potesse avere il controllo totale.

Fin qui tutto bene, ma – perché ci sia anche il lieto fine – la “conditio sine qua non” resta il menzionato e problematico controllo totale del creatore sulla creatura!

A questo punto, va da sé concludere che il sistema di elaborazione dati, nonché l’intelligenza artificiale, nell’accezione più ampia, se da una parte possono facilitare il sistema di vita dell’essere umano, dall’altra, se non resi trasparenti e assolutamente controllabili dall’uomo, costituiscono, ripetiamolo, un pericolo dalle conseguenze incalcolabili.

L’intelligenza artificiale, infatti, va presa con le pinze, per non rimanere scottati: gli aspetti etici, teorici e pratici sono le sue peculiarità e non a caso scienziati di tutto rispetto hanno denunciato in più tempi il pericolo di una eventuale disubbidienza della “creatura” ai comandi o ai programmi del creatore.

Il sunnominato Stephen Hawking nel 2014 ha messo in guardia riguardo ai pericoli dell’intelligenza artificiale, considerandola una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità, e nello stesso anno anche il fisico Elon Musk ha ribadito: “Dobbiamo essere superattenti all’intelligenza artificiale. Potenzialmente più pericolosa del nucleare.”

” Oggi realizziamo più di quanto non siamo poi in grado di controllare, nemmeno con l’immaginazione”. È il sociologo Günther Anders, ne “L’uomo è antiquato”, ed. 1956, ad affermarlo.

Quanto sopra esposto ci induce ad una seria riflessione: se oggi l’IA agli occhi dei governi non rappresenta alcun pericolo e ciò si spiega col fatto che essa asseconda i loro interessi immediati, è pur vero che la stessa provocherà conseguenze decisamente negative nel futuro dell’umanità.

Infatti, le nuove tecnologie permetteranno ai possessori, legittimi o meno, dei dati personali di tenere in scacco e manipolare l’essere umano grazie alle numerose informazioni biologiche nel tempo raccolte.

In principio, l’intelligenza artificiale è già di per se stessa un pericolo. Elon Musk, il fisico visionario già menzionato, fondatore di Tesla e SpaceX, ancora una volta, si schiera contro l’Intelligenza Artificiale. Egli teme che con essa possa nascere un “dittatore immortale” digitale, capace di annientare l’uomo qualora quest’ultimo dovesse risultare d’ostacolo ad un suo eventuale obiettivo (vedansi p.e. HAL 9000 e Joshua in Wargames).

Se sia distopia o un reale problema da risolvere ancora non ci è molto chiaro, ma una cosa è certa: il tempo stringe!

Per questo motivo, oggi più che mai, si rende necessario stabilire, con l’urgenza che il caso richiede e di comune accordo tra i diversi Stati, una serie di politiche di amministrazione e legiferazione nei riguardi delle tecnologie dell’IA, nel rispetto dei diritti universali e attraverso un dialogo aperto tra tutti gli interessati ovvero tra chi governa, tra chi produce, tra chi fa ricerca, e, perché no, tra i cittadini.

E per chiudere, sperando di non essere stato prolisso e con l’intento di strappare un sorriso alla mia preoccupata e attenta interlocutrice (Rosamunda), rievoco un detto del famoso scrittore e giornalista americano Sydney J. Harris, che ironicamente così recita: “Il vero pericolo non è che i computer inizieranno a pensare come gli uomini, ma che gli uomini cominceranno a pensare come i computer”.

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Ascanio Celestini: “Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile e rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante”

Antonella Valente

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Rabbia e incredulità regnano nel mondo dello spettacolo dopo la firma del nuovo DPCM emanato poche ore fa che vede le sale teatrali e non solo chiudere al pubblico, agli spettacoli e ai progetti fino al 24 novembre. Se tutto va bene. Milioni di lavoratori dello spettacolo resteranno a casa, ancora, per un altro mese.

Tra gli artisti che stanno mostrando il proprio disappunto, Ascanio Celestini, tra i primi attori a salire su un palcoscenico lo scorso 15 giugno alla – prima – riapertura dei teatri. E lo fece a mezzanotte e un minuto. Ora però la sua riflessione si concentra sull’esistenza di due Italie, una civile e rispettosa e l’altra arrogante e menefreghista.

Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, l’altro menefreghista e arrogante. Dal 15 giugno a oggi, 25 ottobre, chi ha frequentato i luoghi della cultura se n’è accorto più che negli anni scorsi. Ho fatto spettacolo a Pesaro un minuto dopo la riapertura dei teatri. Gli spettatori in fila, con la mascherina, distanziati in entrata e uscita dalla sala. Seduti a più di un metro uno dall’altro. Ho visto il sollievo di chi ha potuto togliere la mascherina per restare in silenzio a vedere il primo spettacolo dopo oltre 100 giorni. Poi il ritorno in albergo. Il portiere mi dice “questo finesettimana era pieno. Un pullman, tutti senza mascherina”. E infatti li ho visti anche io affollare il ristorante per abbuffarsi, pescare con le mani dalle stesse insalatiere per tornare all’amato aperitivo”.

Inizia così la riflessione di Celestini pubblicata su facebook: “Pochi giorni dopo sto in Veneto. Ragazze e ragazzi che montano le colonnine per i dispenser col gel. Li ho visti misurare la distanza tra le sedie nel piccolo parco. Poi andiamo alla ricerca di un posto per la cena. La folla. Nel ristorante riusciamo a conquistare due tavolini stretti, da bar. La padrona voleva darcene uno solo per sei persone che mangiano più due che bevono soltanto. Otto in un quadrato di plastica. Non c’entriamo manco in tempi normali. Nel caos c’è anche l’assessore che non dice niente. O quasi. Giustifica. In fondo anche questi ristoratori devono lavorare! Poi arrivano due anziani in divisa. Sono guardie in pensione che girano nella movida per controllare che sia tutto a posto. Io chiedo “cosa controllano? C’è un gran casìno!”. E l’assessore “controllano che non ci siano ubriachi molesti. Controllano che si faccia la raccolta differenziata”.

“In questa grottesca alternanza di mondi ho letto anche i deliri dei negazionisti. Sì, ha senso chiamarli così. Prima cosa perché non è affatto vero che il termine si utilizzi solo per quelli che negano il genocidio, i campi di sterminio, eccetera. E poi perché hanno la stessa tattica retorica. Se non la pensi come loro fai parte del complotto, consapevolmente o inconsapevolmente. Sei uno stupido, ti hanno fatto il lavaggio del cervello, leggi la stampa mainstream. Oggi ci infilano il deep state, Microsoft, Biderberg, Soros.. Ieri erano le lobby ebraiche.E ovviamente odiano essere definiti negazionisti. Proprio come quelli che dicono “non esiste la destra e la sinistra” e sono sempre di destra. Proprio come i razzisti, quelli che dicono “non sono razzista, ma…” Le immagini di quei gruppetti in piazza senza mascherine con i cartelli “tamponatevi il culo” a parlare di dittatura sanitaria e deriva autoritaria insieme ai fascisti di Forza Nuova!… quelle immagini sono perfettamente sovrapponibili alle ammucchiate della movida.

“Un popolo che cerca una libertà che non condivido, che non ho mai condiviso. Provo disgusto a chiamarla “libertà”, a usare la stessa parola che utilizzo per la libertà di pensiero, di espressione, la libertà che cercano i popoli sottomessi dai dittatori, che cercano i poveri incatenati alla miseria. Due paesi vivono uno accanto all’altro. Uno civile, rispettoso, L’altro menefreghista e arrogante. Quattro mesi dopo la riapertura dei luoghi della cultura faccio un viaggio di lavoro verso Bologna. L’ultimo. Per almeno un mese resterò senza lavoro. E con me se ne staranno a casa migliaia di persone. Cittadini di quel paese civile che s’è mosso con la mascherina, che ha rispettato le distanze per difendere una libertà che abbiamo nella testa e nel cuore. E che oggi si trova a doverla perdere perché quell’altro paese, quello arrogante ci ha sputato sopra. Lo trovo intollerabile”

ph. Luigi Angelucci

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Pablo Picasso, il visionario che voleva restare bambino

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Federico Falcone

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In presenza del genio artistico, l’etichetta diventa limitante.

Superflua. Effimera. Accessoria. Fuorviante.

L’estro non può essere bollato.

“Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi”

Era solito affermarlo Pablo Picasso, tra gli artisti più influenti del XX secolo. Innovatore, inventore del cubismo, visionario, geniale, fuori da qualsiasi tipo di etichetta, appunto. Nato a Malaga nel 1881, nel corso della sua lunga e straordinaria carriera è stato pittore e scultore, ceramista e anche scenografo. Impossibile da contenere, impensabile imprigionarlo in stili e marchi.

Il 24 giugno del 1901 la sua prima mostra. A Parigi, nella galleria in Rue Lafitte. Era giovane, ma non giovanissimo se consideriamo l’età di “esplosione” dei suoi predecessori. “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino“, disse anni più tardi. Ad accorgersi del talento dell’artista spagnolo fu Ambroise Vollard, mercante d’arte tra i più autorevoli in quegli anni, noto anche per aver lanciato Matisse e Cézanne).

Quell’incontro fu il primo di una collaborazione duratura. Cinque anni più tardi Vollard acquistò 27 quadri di Pablo Picasso il quale, in seguito, realizzò un ritratto del suo amico. La capitale francese fu culla del “periodo blu” (individuato nel triennio 1901 – 1904) che spianò la strada al “periodo rosa“, anticamera del cubismo, appunto. Qui, la sua gioventù dal sapori a tratti agrodolci, è bene espressa.

In quel di Parigi, Picasso trovò ispirazione anche dalla vita notturna, effervescente e imprevedibile. I luoghi bohemien, come caffè e sale da ballo, spalancarono le porte della sua visione artistica a nuove concezioni pittoriche. Molte scene, realmente viste o vissute, vennero infatti impresse su tela come, ad esempio, L’appuntamento, La vita, Due sorelle, Vecchio cieco con ragazzo, Vecchio chitarrista.

L’ascesa dell’artista fu inarrestabile e da quel momento i suoi quadri e le sue opere più in generale sono state vendute a cifre esorbitanti. “Les femmes d’Alger”, del 1995 fu acquistato a 179 milioni di dollari.

“La pittura è più forte di me, mi costringe a dipingere come vuole lei”

Per ottanta anni, Picasso si è dedicato all’arte. Coltivata, studiata, sdoganata e, infine, rinnovata. La sua mano ha contribuito a gettare le basi per l’arte moderna, stupendo in continuazione sé stesso, critici, appassionati e gente comune. “Si è detto sovente che un artista deve lavorare per se stesso, per l’amore dell’arte e fregarsene del successo; è falso. Un artista ha bisogno del successo. E non soltanto per vivere ma, soprattutto, per realizzare la sua opera“, rispose a un giornalista dopo una domanda piccante.

Pablo Picasso, il gigante che voleva restare bambino. Non solo Parigi ebbe su di lui un ascendente forte e indispensabile, ma anche l’universo femminile. Dal cosmo rosa, il pittore spagnolo attinse a piè mani con continui tributi e omaggi al fascino delle sue amanti. Modelle, scrittrici, ballerine, artiste. Dall’amore all’ammirazione il passo era quasi sempre breve, e quasi sempre corrispondeva a un ritratto, un dipinto, un’opera. Del suo rapporto burrascoso col gentil sesso ne parleremo in altra sede.

“I sessant’anni sono quell’età in cui ci si sente finalmente giovani. Ma è troppo tardi”

Una tra le sue frasi più celebri, pronunciate in un’età nella quale luci e ombre si alternavano con equità in un susseguirsi di episodi contraddittori. Troppo avanti – artisticamente parlando – per i suoi anni, troppo indietro rispetto al futuro. Lo anticipò, lo scrisse, ma non poté godere appieno del crollo di alcuni pregiudizi e stereotipi relativi al suo modo di intendere l’arte e il sentimento.

La carnalità era un rischio e intraprendere una relazione con una modella francese di 22 anni fu, per l’opinione pubblica, un passo azzardato. Lui, infatti, ne aveva esattamente 40 di più di più. Otto anni più tardi, quando di anni ne aveva 70, conobbe la futura seconda moglie. Che di anni, allora, ne aveva 27. “L’arte non è mai casta, e quando è casta vuol dire che non è arte“. Accuse respinte in colpo di fioretto.

“In ogni bambino c’è un artista. Il problema è capire come rimanere artisti diventando grandi” – Pablo Picasso

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Conte firma il nuovo Dpcm: chiusi teatri e cinema. È un lockdown mascherato

Fabio Iuliano

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Il braccio di ferro tra Governo e Regioni si è concluso, Giuseppe Conte ha firmato il nuovo DPCM. Sarà effettivo a partire da lunedì e resterà in vigore fino al 24 novembre. Di fatto si tratta di un lockdown mascherato. Non siamo in presenza delle restrizioni di marzo – non al momento – ma le misure prese sono stringenti e mirate a dare una brusca frenata al diffondersi del coronavirus.

I locali chiuderanno alle 18. La domenica e i giorni festivi i bar e i ristoranti potranno restare aperti. Disattese le premesse e i rumors delle scorse ore. Il programma è cambiato. La ragione di tale inversione di rotta è da ricercarsi nel parere del Comitato tecnico scientifico secondo cui “l’apertura domenicale dei ristoranti può essere utile per limitare le riunioni familiari”.

“Bisogna muoversi solo per motivi di salute, lavoro, scuola e di stretta necessità”

giuseppe conte in conferenza stampa

Cinema e teatri: sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto. Sono sospese anche le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all’aperto o al chiuso. Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso o all’aperto. A tal proposito, Cultura Italianae ha lanciato un appello contro questa stretta, con tanto di petizione online

A casa: con riguardo alle abitazioni private è fortemente raccomandato di non ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per comprovate esigenze

Sulla DAD è scontro e mancanza di condivisione: la richiesta era quella di aumentare la percentuale della Didattica a distanza, per il governo fissata al 75% delle lezioni. I governatori delle Regioni chiedevano a gran voce di portarla al 100% per tutte le scuole superiori e le università.

Leggi anche: Agis: nei teatri italiani 1 contagio su 350mila spettatori dal giorno della riapertura

Spostamento tra Regioni: non ci sarà la chiusura, come ipotizzato fino a ieri sera. I dati, si legge, dimostrano che i focolai sono soprattutto nelle zone metropolitane.

Fiere e sagre non si terranno, ma non è chiaro cosa accadrà ai mercati rionali.

Luca Zaia, governatore Regione Veneto: “Serve buonsenso, la chiusura dei ristoranti alle 23 è ragionevole. Il tema vero sono gli assembramenti in vie e piazze, il non utilizzo degli strumenti di protezione individuale, il non rispetto del distanziamento sociale”.

Lo afferma all’Ansa e prosegue: “Il Covid è fra di noi, il momento è di estrema difficoltà e alcune misure di sanità pubblica vanno pur adottate. Tuttavia ci vuole equilibrio e non si può pensare che la partita si risolva scaricando tutto su poche categorie produttive. Peraltro, come nel caso dei ristoratori, categoria che ha sempre rispettato le linee guida e si è dimostrata assolutamente rispettosa”.

IL TESTO DEL DECRETO

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