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Disse il corvo: “Mai più”. L’oscurità creativa del genio di Poe

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Siamo ormai lontani almeno un centinaio di milioni di anni dal XIX secolo di Edgar Allan Poe. Stiamo vivendo l’epoca del pro(re)gresso scientifico, la nuova dogmatica religione a cui ci si affida ciecamente per non pensare o riflettere più. Quella più intransigente, che non ammette errori o revisioni di sorta. Quella che ha tolto le libertà fondamentali dell’individuo, barattandole con un illusorio, fasullo senso di protezione.

Che ha deciso e stabilito che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più “uguali” degli altri. Ma non è così. E lo stiamo imparando. Che ci piaccia o meno, la natura è aristocratica, gerarchica, e assegna ruoli. C’è chi contribuisce di più, chi di meno alla causa umana. Solo che oggi non esiste più nessuna causa per cui lottare, e i ruoli di conseguenza sono invertiti. Chi dunque avrebbe tanto da dare al vero progresso, di cui nessuna crisi di governo potrà mai spogliare, e cioè quello interiore, è tagliato fuori e lasciato a morire al freddo e al gelo. Succede questo quando il materialismo scientifico diventa il braccio armato o la puttana lussuriosa del Dio denaro. E noi lo abbiamo anche permesso. E ora ce lo teniamo. 

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L’800 dal punto di vista del progresso umano/interiore è stato come mettere il turbo ad una nuova creazione, togliendo di mezzo le macerie delle illusioni razionalistiche lasciate in eredità da quei poveri ingenui degli illuministi del secolo precedente, ricostruendo così su un terreno più fertile. Un’epoca che ha visto nascere alcune tra le più grandi menti di sempre in ogni branca dell’arte, e non è un caso dunque se fu proprio agli inizi di questo secolo, il 19 gennaio del 1809, che nacque il genio tormentato e sconfinato di Edgar Allan Poe.

Il pericolo di essere manchevoli quando si parla di simili uomini fuori dal comune come Poe è sempre in agguato, ma ci proveremo lo stesso.

C’è una locuzione latina che scava nel profondo, e che riassume la vita di Poe: “Natura abhorret a vacuo“. Tradotto: la natura odia il vuoto. Tutti abbiamo dei vuoti nelle nostre vite, che i nostri istinti naturali ci portano a tentare goffamente di riempire con qualsiasi cosa: dal lavoro al sesso, dall’alcol di pessima qualità al crearci una famiglia disfunzionale, mentre qualcosa dal profondo ci suggerisce che è una battaglia persa in partenza. Ma noi mettiamo a tacere quella voce con altro alcol, altro lavoro, altro sesso.

Alcuni invece sono un’eccezione alla regola: non nascono con dei miserabili buchi; nascono con delle vere e proprie voragini insanabili nell’anima. E la vita di Poe è stata tutta un susseguirsi di disgrazie dovute al maldestro tentativo di colmarle in qualche modo, partorendo però dal caos della sua esistenza opere letterarie di inestimabile valore. Basti dire che senza di Edgar Allan Poe non esisterebbe il genere poliziesco e non avremmo la letteratura dell’orrore, di cui è stato di entrambi pioniere. Inoltre, per reazione a catena, probabilmente non avremmo nulla di tutto ciò che abbia a che fare con i misteri imperscrutabili della mente in ogni campo dell’arte, dal cinema alla musica. 

Nato a Boston come Edgar Poe da David Poe ed Elizabeth Arnold (una coppia di attori girovaghi) fu abbandonato dal padre alcolizzato a soli 2 anni, mentre sua madre morì qualche mese dopo di tubercolosi in un albergo di Richmond. Nessuno per due giorni si accorse dei pianti disperati del piccolo Edgar chiuso in quella stanza, con il cadavere di sua madre che iniziava a decomporsi.

A seguito di questa orribile esperienza, il tema della morte di una donna amata lo tormenterà per tutta la vita, e ricomparirà in moltissimi suoi scritti come Berenice o Ligeia, e non lo lascerà mai andare nemmeno nella realtà la maledizione della perdita delle sue amate. Come del resto scrisse lui stesso: “Dunque la morte di una bella donna è, fuor di discussione, il più poetico tema in tutto il mondo“. Dopotutto, non siamo quasi mai il risultato dei nostri brevi momenti felici. Siamo spesso il risultato dei nostri drammi e dolori.

Venne dunque adottato da un’amica di sua madre, Frances K. Valentine, che si prese cura di Edgar insieme al marito John Allan (da cui prese l’altro suo cognome), ricco mercante di tabacco e di schiavi di Richmond. Nonostante l’alto tenore di vita che gli permisero di condurre, la tristezza non lo abbandonò mai. E come avrebbe potuto in fondo. Senza un padre a dargli coraggio e con una imago materna malata, logora, morente. Come tutte le donne della sua vita, non a caso.

Dopo aver trascorso pochi anni in Inghilterra, studiando e ricevendo un’educazione prettamente inglese, tornò in America con la sua famiglia adottiva e nel 1825 si iscrisse all’accademia di Richmond, ma fu espulso in breve tempo per i suoi comportamenti dissoluti e grossi debiti di gioco. Fu qui che si innamorò per la prima volta di una donna, Jane Stith Stanard, ma la perse in breve tempo a causa della di lei morte. Inconsolabile, si recava di notte e sotto la pioggia, vento e neve sulla sua tomba a piangerla. Fu la prima donna che riaprì in lui la sua antica, originaria ferita dell’abbandono.

Provando a reagire al dolore, si iscrisse successivamente all’università della Virginia per studiare lingue antiche e moderne, ma anche qui non ebbe fortuna. Invaghitosi di un’altra donna, Sarah Elmira Royster, gli fu impedito di continuare a vederla dal padre di lei per vecchi rancori col suo padre adottivo John Allan. Quest’ultimo inoltre si rifiutò di pagare i debiti di gioco che Edgar aveva contratto all’università, e fu costretto dunque ad abbandonarla.

Per sublimare il dolore dell’ennesima perdita, si arruolò nell’esercito americano e scrisse Tamerlano e altri poemi, una raccolta di poesie che ebbe però scarso successo. Lasciò l’esercito e si iscrisse all’accademia militare di West Point, dove passava le giornate a leggere e a disobbedire agli ordini (come ogni genio che si rispetti), ottenendo di conseguenza, solo otto mesi dopo, l’espulsione per insubordinazione. A causa di ciò, e per continui altri contrasti, fu in seguito anche diseredato dal signor Allan Sr. dal suo testamento.

Iniziò così ad impegnarsi seriamente nel vivere di sola scrittura, ma si scontrò ben presto con un periodo nero per l’editoria che difettava perfino di una legge sul diritto d’autore, e dovette spesso ricorrere ad altri saltuari impieghi per sopravvivere. Incoraggiato da alcuni editori, che videro nelle sue manie e nelle sue stranezze di pensiero e comportamento un punto di forza, iniziò quindi a scrivere i primi racconti horror e giallo psicologico per diversi giornali di Richmond, Baltimora e New York. Pubblicò così nel 1838 (senza successo) il suo unico romanzo Storia di Arthur Gordon Pym. 

Si guadagnò subito invece una discreta fama di spietato, tagliente critico e furioso polemista, specialmente di testi popolari del suo tempo. Era infatti una persona dal temperamento molto nervoso e dal senso dell’umorismo satirico e pungente, in controtendenza con quasi tutto ciò che riguardava la sua epoca, ma era anche estremamente intelligente.

Di fatti, ad ogni giornale a cui approdava come redattore, ne moltiplicava immediatamente le vendite, e fu sotto il Burton’s Gentleman Magazine di Filadelfia che pubblicò il suo primo vero successo La caduta della casa degli Usher, insieme ad altri racconti. Fu però solo negli anni ’40 che iniziò a farsi un nome con scritti come Lo scarabeo d’oro, Il gatto nero, Il cuore rivelatore, La maschera della morte rossa, Il pozzo e il pendolo (solo per citarne alcuni tra i più conosciuti) e la sua poesia più gotica e famosa di sempre: Il corvo. Una poesia a dir poco meravigliosa, commovente, che ha aperto la strada a tutta una serie di subculture sotterranee che non hanno mai cessato di esistere, e sono tuttora sempre in fermento.

Nel 1841 scrive per il Graham’s Magazine, con il quale pubblicò I delitti della Rue Morge, considerato da molti critici il primo vero racconto di genere poliziesco della storia, in cui compare la figura di Auguste Dupin (criminologo), padre simbolico del più conosciuto investigatore logico-deduttivo Sherlock Holmes.

Nel frattempo, le nubi cariche delle sue ossessioni si fanno sempre più dense e oscure sulla sua vita, e il suo carattere irrequieto, emotivamente instabile, lo induce a consumare sempre più alcol per resistere ai demoni che lo tormentano dalla nascita, che lo chiamano a gran voce dalle ferite profondissime nella sua anima. Si dice che spesso finiva a bere fino a mattino nei pub, dove parlava con le persone comuni dei suoi racconti, ma questo non faceva altro che provocargli ulteriore frustrazione, in quanto non veniva ovviamente capito e spesso anche deriso dai suoi (dis)simili.

La situazione emotiva per lui si aggravò ulteriormente quando sua moglie Virginia, una cugina di secondo grado che aveva sposato qualche anno prima e di cui era perdutamente innamorato, si ammalò anche lei come sua madre di tubercolosi. Si rivolse quindi con ancor più feroce disperazione all’unica che lo capiva veramente, capace di lenire le sue sofferenze: la bottiglia.

Nel 1844 si trasferì a New York, e divenne proprietario del Broadway journal, col quale si fece conoscere grazie anche al suo Il corvo. Ciononostante, il giornale fallì pochi mesi dopo per motivi finanziari, ed ebbe il suo vero tracollo di depressione nervosa nel 1846 quando, trasferitosi in un cottage a Fordham in condizioni di estrema povertà, sua moglie morì ventiquattrenne. Di nuovo, esattamente come sua madre. L’alcol non bastava più, e si diede al laudano, peggiorando le sue condizioni di salute psicofisica. Diversamente dagli altri poeti maledetti, iniziò col laudano in tarda età solo per placare la sua profonda malinconia, e non per cercare ispirazione.

Per qualche anno tentò di sopravvivere tenendo conferenze, ma alla fine la sua solitudine esistenziale ebbe la meglio sul suo spirito già duramente provato dalla sorte: morì il 7 Ottobre del 1849, a soli quarant’anni. Le circostanze della sua morte non furono mai del tutto chiarite. Le fonti dicono che fu trovato delirante lungo le strade di Baltimora, con addosso vestiti non suoi e, portato in ospedale da un passante, non riuscì mai a riacquisire la lucidità necessaria per spiegare cosa gli fosse successo. Ci sono varie teorie sulla causa della sua morte, ma non entreremo nel merito. A volte è più importante come si vive che come si muore. Le sue ultime parole furono: “Signore, aiuta la mia povera anima“. Dopodiché si adagiò sul letto, chiuse gli occhi… e non li riaprì mai più.

Poe, come tutte le persone dotate di una grande intelligenza, di un viscerale intuito per i segreti insondabili della psiche umana e di un delicato senso artistico, non fu capito dai suoi contemporanei. È probabilmente il destino che gli dèi assegnano a persone di tale sensibilità, quello di essere postumi mentre sono ancora in vita. Di essere capiti molto tempo dopo. Di essere terribilmente, tristemente, disperatamente soli. 

Fu solo grazie alle traduzioni dei suoi testi fatte dal suo collega europeo Charles Baudelaire che ebbe, dopo la sua morte, finalmente la visibilità che meritava. Baudelaire provava infatti per Poe una sincera ammirazione e un tenero affetto, tali da condurlo non solo a tradurre le sue opere, ma anche a scrivere dei saggi sulla sua vita. È bello essere riconosciuti ed amati da chi è in grado di capirti. 

Concludiamo con alcune parole proprio di Charles Baudelaire, che fanno al caso nostro: “Nei disordini di momenti come questi alcuni uomini socialmente, politicamente e finanziariamente a disagio, ma assolutamente ricchi di un’energia innata, possono concepire l’idea di stabilire un nuovo tipo di aristocrazia, ancora più difficile da abbattere perché basata sulle più preziose e durevoli facoltà e su doni divini che il lavoro e il denaro sono incapaci di donare.”

Amate l’arte, e non morirete mai di realtà.

Disse il corvo: «Mai più». 

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Madame, il tweet riaccende la polemica sul divismo

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Madame divismo ian curtis

Il tweet della discordia mette al centro delle polemiche la 19enne cantante veneta Madame.

“Se non hai ascoltato il disco o se non hai preso il cd o il biglietto o se non sai di che parlo, se non hai fatto nulla per me non farmi alzare mentre mangio per una foto. Perché io sono Madame 24 h solo per chi mi usa per la musica, per il resto sono una scorbutica veneta 19 yo”.

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I fans, ovviamente, non l’hanno presa bene. Tra i commenti più emblematici c’è quello di un utente che scrive “io ho fatto qualcosa per te, cara Madame, ho pagato il canone Rai per permetterti di esibirti”. Il che riporta a un assunto vecchio quanto l’idea dell’essere divo. Senza pubblico l’idolo non sarebbe tale.

Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma anni ’80 e simbolo dell’anti-divo, una volta disse che “non dovete ringrazirmi, sono io che sono grato a voi. A fine partita lasciate che sia io a battervi le mani”.

Altri tempi, altri uomini, altro mondo. Non per forza migliore.

MADAME, TRA DIVISMO E INTIMITÀ VIOLATA

Quanto scatenato da Madame fornisce l’opportunità per affrontare un tema che oggi è sempre più in auge. Soprattutto nel mondo della musica, dove un ottimo profilo Instagram rende più che un testo o una melodia accattivante. Ma cosa è il divismo? É un fenomeno nato ad inizio del ‘900 con l’affermarsi dei primi attori del cinema. Piano piano si è ampliato a qualsiasi altra forma d’arte e soprattutto verso personaggi famosi. Probabilmente nato in Italia negli anni dieci si è poi sviluppato soprattutto a Hollywood.

Consisteva nel “divinizzare” quelli che oggi sono chiamati VIP. Nell’identificarsi nel loro modo di essere. Nelle tendenze che influenzano.

Il gossip, la sete del pubblico di avere informazioni personali dei loro idoli. Tutte cose che rendono (teoricamente) questi personaggi al di sopra dei “very normal people”. La celebrità ha uno scotto. La perdita, o quasi, della propria intimità. E se fino all’avvento dei social questo era dovuto ai paparazzi o a fans troppo invadenti precursori degli stalker, ora sono gli stessi “divi” a rendere pubblico ogni attimo della loro vita.

Tutto gira intorno all’apparire. Più likes e followers si hanno, maggiore è la dose di fama a cui si è sottoposti.

Il successo, il bagno di folla sono qualcosa che gli attori, i cantanti, i personaggi del mondo dello spettacolo in generale, ricercano. La ricerca dell’applauso è oggi sostituita dal puntare a un “mi piace”. Checché se ne dica è difficile pensare al disinteressa per la gloria. Per l’essere riconosciuti in pubblico. Quantomeno agli esordi della propria carriera. Perché è lecito che, anni e anni dopo il raggiungimento del successo, si voglia (e pretenda) maggiore riservatezza e tranquillità.

Ma senza dimenticare che senza pubblico, senza i fans che richiedono un autografo o una foto, il divo non sarebbe tale. L’esempio sono tutte quelle meteore, molte delle quali nel mondo della musica, rimasti per poco tempo sulla cresta dell’onda, salvo poi sparire e ritrovarsi a cantare nelle sagre di piccoli paesi. Non che ci sia nulla di male. Ma sarebbe stupido non ammettere che passare dal fare un concerto all’Olimpico di Roma al suonare in piazza in un paesino di 300 anime non sia degradante per un artista.

Il divismo è qualcosa che facilmente porta dalle stelle alle stalle. Personaggi come Marilyn Monroe, Kurt Cobain, Ian Curtis sono tra le celebrità più famose ad essersi suicidate. Nonostante la fama, la depressione ebbe la meglio. Probabilmente il troppo successo, l’essere sempre al centro delle attenzioni e visti come “divi”, ha spostato la luce dei riflettori dai problemi di queste persone.

Alla gloria va pagato questo prezzo. Al pubblico non interessano i problemi. L’idolo lo si vuole sempre sorridente e disponibile. Schiavi di quella vecchia (e sbagliata) idea secondo cui “il cliente ha sempre ragione”. Il fan si vede così. Consumatore di un prodotto. Composto dalle performance del vip e della sua intimità. Ignorando talvolta di avere davanti una persona come lui.

L’amore per il divo, la divinizzazione del personaggio celebre, è anche rischioso dunque. John Lennon insegna. Ma la gratitudine per chi, con il proprio sostegno disinteressato anche solo per una canzone e per una discografia (filmografia, bibliografia ecc.) scarna, non va mai dimenticata. Né disprezzata.

Esistono le buone maniere, certo. E se si ricerca un po’ di riservatezza, in un mondo dove l’apparire ha reso possibile che una cantante di 19 anni venga riconosciuta al ristorante, di certo non è scrivendolo su un social che la si può raggiungere.

Madame non è ovviamente né la prima né l’ultima a infastidirsi per un fan troppo invadente. E la sua risposta alle critiche non è tardata ad arrivare. La cantante ha sottolineato come lei sia Madame solo per chi è veramente un fan. Come se il suo personaggio sparisse una volta scesa dal palco (o spenti i social). E che nonostante ciò ha concesso la foto mentre era a cena con la sua famiglia.

La nuova fase dell’essere un divo passa per il divismo a ore. D’altronde in un mondo di dissing preparati e di scoop inventanti, non è così strano che anche un cantante sia un attore.

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Libertà di espressione nel 2021: quando giornalisti e docenti sono perquisiti per un tweet di troppo

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In queste settimane dove il significato e l’uso delle parole sono al centro di numerose discussioni, proprio chi con le parole ci lavora è stato investito da un uragano.

Si tratta in particolare di Francesca Totolo, giornalista, e del professore universitario Marco Gervason. I due, infatti, rientrano tra gli 11 indagati e sottoposti a perquisizioni nelle proprie abitazioni da parte dei Ros. Il motivo è l’inchiesta dei pm romani Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito, coordinati dal procuratore Michele Prestipino, per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere.

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Senza entrare nel merito della questione dei post pubblicati su alcuni social network, la questione che si pone è un’altra. Laddove si grida ai quattro venti la libertà di espressione e di stampa, è giusto colpire con un atto del genere professionisti e non, per avere espresso (tralasciando la forma più o meno edulcorata) la propria opinione?

Entra ovviamente in gioco l’etica professionale, la deontologia. Così come il buon gusto e la capacità di esprimere dissenso pur senza scadere nel becero insulto. Ma ognuno è libero di esporre le proprie idee (anche se a tutto c’è un limite, come ad esempio l’apologia di determinati comportamenti e minacce) senza dover temere una censura.

I post passati al vaglio sarebbero infatti relativi al modus operandi del governo, in particolare di Mattarella, nel fronteggiare la pandemia.  È stata rilevata la diffusione nel web di numerosi post offensivi nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, sembrano rientrare in un attacco elaborato verso le più alte Istituzioni del Paese. Le perquisizioni fanno parte di un’indagine che la Procura di Roma sta svolgendo da tempo con il Ros, che già nello scorso agosto ha eseguito analogo provvedimento nei confronti un 46enne residente nella provincia di Lecce, molto attivo su Twitter.

In questo caso, da destra a sinistra, si sono levate alcune parole di solidarietà con gli indagati. Se da una parte Vittorio Feltri ha così commentato “Giù le mani da Gervasoni che è un ottimo professore ed eccellente editorialista con l’unico vizio di non essere di sinistra”, dall’altra Piero Sansonetti tuona “Mi sembra molto improbabile che Gervasoni organizzi minacce a Mattarella, ma mi sembra anche molto curioso che si debba fare un’inchiesta su messaggi contro Mattarella: contro Mattarella dici quello che vuoi, in una società libera si può dire quello che si vuole. Una ‘campagna d’odio contro Mattarella’ è un concetto ridicolo. Il reato di vilipendio al presidente della Repubblica è il reato più ridicolo che esista in un qualunque codice penale. Bisognerebbe spiegare a questi che siamo nel 2021, ma non sarà facile”.

In uno Stato in cui si critica il governo russo per aver arrestato giornalisti organizzatori di manifestazioni non autorizzate per 3 settimane, sembra paradossale che non ci sia stata un’alzata di scudi contro una perquisizione all’alba per alcuni tweet politicamente scorretti. Ammesso e non concesso, non è dato sapere infatti esattamente cosa viene contestato agli indagati, che le parole usate siano state effettivamente sopra le righe, il trattamento riservatogli appare più adatto a dei terroristi che a dei giornalisti e professori.

Se la libertà di parola è un diritto riconosciuto e sacrosanto in questo caso si rischia una deriva autocensoria. Si può dire di tutto, ma è meglio non dirlo? Questa sarebbe la più grande sconfitta per qualsiasi Stato si dica democratico. 

Per citare Nanni Moretti “le parole sono importanti” (tra l’altro lo schiaffo che riservò alla giornalista in quel film oggi gli costerebbe la gogna mediatica per settimane nonché il boicottaggio della pellicola). Sono importanti è vero. Come è vero che è importante anche chi le dice. La pericolosità di una persona non la fanno certamente 150 caratteri battuti su un social. Né tantomeno qualche like a pagine più o meno discutibili. Ciò che invece è pericoloso è la censura delle idee. La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sembrano essere più uguali degli altri.

Un personaggio pubblico e il cui operato è sempre oggetto di analisi e critiche deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Conscio, tra l’altro, del pensiero altrui che potrebbe differire dal suo. La psico-polizia del nucleo anti-odio online sembra richiamare i “pompieri” di Bradbury. O ancor di più “I love radio rock” (The boat that rocked). Il film del 2009 sulle radio pirata degli anni ‘60 costrette a trasmettere a largo del mare della Gran Bretagna. In quel caso il ministro Sir Alistair Dormandy affida al segretario Pirlott l’incarico di ostacolare le trasmissioni delle stazioni pirata, in particolar modo di Radio Rock. L’ottusità, la chiusura mentale verso ciò che è diverso portò il governo ad una battaglia contro queste trasmissioni. Salvo poi doversi scontrare con la solidarietà della popolazione inglese accorsa a salvare i propri paladini del rock.

La massima affibbiata a Voltaire passata alla storia (in realtà fu scritta da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire del 1906), rivenduta a iosa dai creatori di immagini per i 50enni di Facebook, “non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo”, in questo caso viene sminuita. Uno dei capisaldi su cui si fonda lo Stato viene meno. La Libertà, in questo caso di pensiero e di parola, perde di credibilità. Come se fosse qualcosa da conquistare e non un diritto.

In un mondo dove si tende ad equiparare tutto, all’inclusività, un atto censorio, quasi intimidatorio, del genere pone troppi paletti ad una realtà, come quella giornalistica, che vive di analisi e critiche dell’attualità e di ciò che la circonda. Il silenzio è d’oro quando spontaneo. Non quando imposto.

Photo by Kristina Flour on Unsplash

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