Daniele Salvo porta in scena “Il Grande Inquisitore”: la nostra intervista

“Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte”, frase partorita dal genio di Fëdor Michailovic Dostoevskij; un sentimento letterario che continua a far vibrare le corde dell’anima di chiunque abbia letto una sua opera. la letteratura russa è come un buco nero dal quale è difficile risalire.

Leggere Dostoevskij equivale alla messa in discussione di ogni atomo del nostra coscienza; come uno sgretolamento lento e sequenziale di un muro di certezze costruito anno dopo anno, mattone dopo mattone. Ci si ritrova a dover fare i conti con un dialogo interiore e con la volontà di dover risalire in superficie perché intrappolati dalle sabbie mobili della verità.

MyZona

In occasione del bicentenario dalla nascita dell’illustre autore il Teatro Maria Caniglia co-produce insieme all’Istituto Ivanov Roma con il contributo di Gazprombank, Fahrenheit 451 Teatro e Mulino ad Arte uno spettacolo di grande prestigio.

Leggi anche: Democratizzare l’arte attraverso l’acciaio: la rivoluzionaria mostra di Jeff Koons a Firenze

L’8 e il 9 gennaio 2022 ha avuto luogo il debutto de “Il Grande Inquisitore” tratto dal romanzo dostoevskiano “I fratelli Karamazov” presso l’Off/Off Theatre di Roma. Lo spettacolo, nato dalla cura e l’interpretazione attiva del regista Daniele Salvo, allievo di una delle stelle più luminose del firmamento teatrale Luca Ronconi, vanta un cast d’eccezione con la straordinaria presenza di Melania Giglio e Daniele Ronco.

La pièce calcherà i palchi abruzzesi del Teatro Maria Caniglia di Sulmona stasera, sabato 15 gennaio 2022, e del Teatro “Talia” di Tagliacozzo domenica 16 gennaio 2022.

The Walk of Fame Magazine ha incontrato il regista Daniele Salvo.

Come nasce il progetto di co-produzione con il Teatro Maria Caniglia di Sulmona?

Questo è un lavoro a cui tengo particolarmente, sia per le tematiche che per l’altezza drammaturgica di Dostoevskij. Questo progetto è nato dal Centro Studi Ivanov di Roma che ha ottenuto un finanziamento dalla Gazprombank, dal Mulino ad Arte e Fahrenheit 451 (Associazione che dirigo). Nasce anche dall’idea, insieme a Patrizio Maria D’Artista, direttore artistico della stagione di prosa del Teatro Maria Caniglia di Sulmona, di realizzare a Sulmona un lavoro di grande prestigio. 

Per i cultori della letteratura di Dostoevskij, il peso della parola porta a tremori esistenziali. Veri e propri fardelli intrisi del dubbio contradditorio, DNA del genere umano. L’adattamento de “Il Grande Inquisitore” su cosa sarà improntato? Manterrà una chiave di lettura tradizionale oppure dobbiamo aspettarci delle novità sul palco?

Nel momento in cui si attua un’operazione registica sul testo ci si scontra inevitabilmente con la novità. Nonostante ciò, io amo molto eviscerare dal testo le idee. Ci tengo a far capire al pubblico che tutto quello che si vede in scena provenga dal testo, che non sia una distorsione o sovrapposizione del regista. Tutto quello che si vedrà viene dall’opera.

L’unico elemento inedito è la presenza di una figura, lo “Spirito Nero” interpretato da Melania Giglio, che incarna le ossessioni di Ivan, uno dei fratelli Karamazov. “Lo Spirito Nero” della famiglia Karamazov parla e canta soltanto in latino e appare nei momenti di snodo dello spettacolo. Quindi, il testo dell’opera è rispettato in modo scientifico e pedissequo però è presente questo fil rouge che attraversa tutto lo spettacolo.

Leggi anche: Parole & Suoni, Vinicio Capossela non fu più lo stesso dopo Cèline

Tornando all’importanza del peso del Verbo, citando proprio la leggenda del Grande Inquisitore, le parole che si trovano all’interno del capitolo graffiano la coscienza e fanno vacillare le certezze che in realtà sono sempre state contraddizioni travestite da assiomi. Stiamo Parlando della volontà di un libero arbitrio e il profondo bisogno di sollievo dal peso decisionale. Contrapposizioni connaturate all’io più profondo di ogni uomo. Lei pensa che ci siano dei caratteri affini alla società contemporanea? In quale misura?

Assolutamente sì. Il focus è proprio questo: i confini della libertà dell’uomo. Noi viviamo continuamente divisi da questa contraddizione; tra il bisogno di una tutela che ci sollevi dal peso di decidere e l’aspirazione ad una libertà individuale. La contraddizione del libero arbitrio la incontriamo anche nel periodo storico che stiamo vivendo, di pandemia. Dostoevskij è un architetto di emozioni, uno scienziato dell’animo umano, fotografa molto bene questa contraddizione.

È un autore che non ha paura di affrontare gli angoli più oscuri dell’animo umano. Proprio come Shakespeare, Dostoevskij presenta l’uomo in tutte le sue sfaccettature, anche nei suoi lati più scomodi e rimossi. È come se davanti a noi ci fosse uno specchio.

Nei primi anni del ‘900 a New York c’era un cartello con scritto “l’animale più pericoloso al mondo” ed era uno specchio: il nostro riflesso, l’uomo. oltre a presentarci i nostri istinti più bassi, Fëdor Dostoevskij mostra la nostra aspirazione alla purezza, al nitore umano e al nostro desiderio di relazionarci a livello spirituale.

Di Chiara Del Signore

Da leggere anche

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli