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Speciali

Dalla RAF ai servizi segreti, da Tolkien all’heavy metal, cinque anni senza Sir Christopher Lee

Riccardo Colella

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“Quando ho letto “Il Signore degli Anelli”, negli anni ’50, avevo trentatré anni e non potevo certo immaginare che avrei poi girato il film. Se allora mi avessero chiesto chi avrei voluto interpretare, avrei risposto senza dubbio: “Gandalf!”. Lui è il mio personaggio preferito perché è lui a muovere la storia. Quando decisero di girare il film ero già troppo vecchio per interpretare Gandalf…”

Non è solo l’emblematico pensiero espresso da un semplice fan della più celebre saga fantasy di tutti i tempi. Perché Sir Christopher Lee, quel JRR Tolkien lì, l’ha incontrato davvero. Era il 2010 quando l’attore britannico raccontava in un’intervista, di quella sera in cui in un pub di Oxford, accompagnato da alcuni amici, fece la conoscenza dello scrittore sudafricano. L’episodio si riferiva ad una sera di qualche decade addietro e, per sua stessa ammissione, lo stesso Lee era ancora del tutto ignaro che da li a una quarantina d’anni, avrebbe preso parte alla trasposizione cinematografica de “Il Signore degli Anelli”.

Il mai celato desiderio di Lee era proprio quello di poter un giorno interpretare Gandalf; ma l’imponente statura, nonché la voce cavernosa e la sua veneranda età, lo rendevano un perfetto Saruman. Lo stesso Peter Jackson, dal canto suo, non la pensava diversamente. Mai scelta fu più azzeccata visto l’indissolubile filo che avrebbe sempre legato la figura di Christopher Lee ad alcuni dei maggiori villain della storia del cinema. Dallo stregone bianco di Tolkien al Conte Dooku in Guerre Stellari, fino all’indimenticabile Dracula, Lee è ricordato in primis per il suo enorme contributo al mondo della “settima arte”, con ben 280 film.

Egli è stato, però, molto più che un semplice attore. Per tutto il corso della sua lunga vita ha sempre rifiutato le etichette. Poliedrico come pochi altri, fu Cavaliere dell’Impero Britannico dal 2001, soldato nella Royal Air force, agente segreto, sportivo sopraffino – avendo raggiungo non trascurabili risultati nel cricket, rugby, calcio e scherma – e, non ultimo, musicista heavy metal.

La sua è stata una di quelle vite degne di essere raccontate. Nato a Londra nel maggio del 1922 da madre di origine italiana, deve il suo nobile lignaggio proprio ai natali della madre, discendente dei marchesi di Sarzano. Appena 18enne decide di seguire le orme del padre, ufficiale dell’esercito britannico, partendo volontario nella Guerra d’Inverno nelle forze finlandesi.

Nel corso della II Guerra Mondiale serve volontariamente sotto la Royal Air Force, ma quando gli viene diagnosticato un problema al nervo ottico e, conseguentemente, revocato il permesso di volare, la sua vita prende una svolta inaspettata. Proprio come quel James Bond (punta di diamante del cugino acquisito Ian Fleming) che lo avrebbe visto protagonista nel ruolo di Francisco Scaramanga in Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro, entrò nell’Intelligence di Sua Maestà, addestrandosi nell’Africa meridionale e dando la caccia ai nazisti in tutta Europa, fino al termine del Conflitto.

Uomo di grande riservatezza, non tradirà mai il segreto militare tanto da restar famoso lo scambio di battute, che sarebbe occorso da lì a qualche tempo tra lui e un giornalista che insisteva sulla questione.

“Sai mantenere un segreto?” Fu la domanda di Sir Christopher. “Sì!” La risposta del giornalista. Classico ghigno dell’attore britannico e poi la raggelante risposta: “Bene, anche io”.

Curioso è anche un aneddoto che girava sullo stesso Lee, proprio in relazione alla sua esperienza nell’Intelligence britannica. Sul set del Signore degli Anelli, quando Peter Jackson domandò se conoscesse il rumore di una coltellata alle spalle (vedi la scena di Saruman e Vermilinguo sulla torre di Orthanc nell’Extended Version del film), l’attore inglese rispose positivamente, in quanto l’aveva già fatto.

Caratteristico era il suo tono di voce basso e profondo. Fin dalla gioventù coltivò una sincera passione per il canto che lo porterà alla soglia dei 90 anni, ad incidere diversi album heavy metal. “Associo l’heavy metal alla fantasia, per l’enorme energia che questa musica sprigiona”. Fu una sua battuta in merito alla sua passione per il genere.

Inutile nascondersi dietro un dito, però. La figura di Christopher Lee sarebbe stata per sempre legata a quella del Conte Dracula, interpretato in ben tredici occasioni, e come ammesso da egli stesso, da lui sempre odiata. Questo relegò il volto di Lee ai maggiori ruoli malvagi dell’epoca, non ultimi la creatura del Dott. Frankenstein (1957), la Mummia (1959) fino al Lord Summerisle nel capolavoro (e suo ruolo prediletto) The Wicker Man del ’73.

Incredibilmente mai premiato con un Premio Oscar, muore il 7 Giugno del 2015 al Chelsea and Westminster Hospital di Londra, all’età di 93 anni e nella più totale riservatezza, così come aveva sempre vissuto. “Per diventare una leggenda devi essere morto o molto vecchio”, diceva. E Sir Christopher Lee, a cinque anni dalla sua scomparsa, una leggenda lo è diventato davvero.

Riccardo Colella

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

Speciali

Alla scoperta della casa museo di Louis Armstrong

Marina Colaiuda

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The Louis Armstrong House Museum: il museo dedicato alla leggenda del jazz, nella casa che Armstrong ha amato fino alla fine.

34-56 107th Street, Queens, New York City: questo è l’indirizzo in cui Louis e sua moglie Lucille hanno scelto di trascorrere tutta la loro vita. Per la precisione, è stata Lucille Wilson – ballerina di successo ad Harlem, nel leggendario Cotton Club – a scegliere di stabilirsi qui nel 1943, non volendo più seguire gli interminabili tour del marito.

Avrebbero potuto vivere in qualsiasi quartiere di lusso ma il Queens era il luogo perfetto per Pops. Tra queste strade hanno vissuto anche John Coltrane, Ella Fitzgerald, Billie Holiday e Count Basie.
Quel quartiere era un altro dei posti magici del jazz!

Il Queens è il più grande distretto di New York, una vera e propria miscela di culture, ed è sicuramente questa vitalità a renderlo tra i luoghi più affascinanti di NY. È inoltre un importante punto di riferimento culturale: il quartiere Corona ospita il Black Heritage Reference Center, dove possiamo trovare una tra le più vaste raccolte di materiale sull’arte e sulla letteratura afroamericana.

Oggi la casa-museo di Louis Armstrong offre al pubblico l’esperienza di cosa significasse frequentare quell’ambiente negli anni ‘50: gli arredi sono ancora quelli scelti da Lucille e delle clip audio, diffuse fra i vari ambienti, ci trasportano al fianco di Louis che si esercita alla tromba o che chiacchiera con i suoi amici.

Tutti audio originali, grazie alla “mania” di Armstrong di registrare gran parte delle sue attività quotidiane, dai suoi studi musicali ai litigi con Lucillle.

Sono inoltre esposti premi, fotografie, dischi, e diversi scritti di Louis; un ritratto fatto da Tony Bennet e una copia di “Ask Your Mama” scritta e autografata da Langston Hughes, con una dedica decisamente condivisibile: to the greatest horn blower of them all”.

L‘impegno del Louis Armstrong House Museum & Archives è quello di conservare e diffondere l’intero lascito artistico di Louis, celebrando lui e Lucille attraverso letture, concerti, e proiezioni cinematografiche – tutti eventi purtroppo attualmente sospesi, con la decisione del museo di rimanere chiuso per contenere la diffusione del COVID-19.

Incredibile quanta storia possa essere contenuta tra le mura di una modesta casa nel Queens!
Ma le parole di Louis non lasciano spazio a dubbi:

“I’m always welcomed back
No matter where I roam, always welcome
Just a little shack to me
Is home sweet home“

That’s My Home

Foto: Jonathan Wallen

Leggi anche: La street art rivitalizza i nostri borghi e ci aiuta a vivere meglio. Aielli, in Abruzzo, ne è l’esempio

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Speciali

Salvador Dalì in Italia nel 1959, il genio dell’arte si racconta

Antonella Valente

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Mix di stravaganza, genialità e delirio, Salvador Dalì è stato una delle personalità più famose ed influenti della storia dell’arte. Esponente del Surrealismo, col suo esplicito richiamo alla pittura di De Chirico e chiara influenza della psicanalisi freudiana, fu una figura di spicco per la pittura moderna ed ebbe un ruolo fondamentale tra le due Guerre.

“Volevo diventare cuoco, a 10 anni Napoleone, poi le ambizioni sono sempre cresciute!”

Dal forte carattere egocentrico – “La modestia non è la mia specialità” , dichiarò una volta, Dalì fu un grande amico di Federico Garcia Lorca, la cui poesia “Ode a Salvador Dalì” è dedicata proprio al pittore spagnolo.

Leggi anche: Quando Dalì usò cioccolatini e formiche per ritrarre il cervello di Alice Cooper. La vera storia di un incontro surreale

Amante di Raffaello, l’artista nato a Figueres l’11 maggio 1904 fu promotore di diverse teorie bizzarre come quella sul rinoceronte che lui stesso spiega nella famosa intervista italiana del 1959 ad opera di Carlo Mazzarella.

“Il rinoceronte è l’unico animale che trasporta un’incredibile somma di conoscenza cosmica all’interno della sua armatura

Una performance / intervista che si chiude con Salvador Dalì che decide di battezzare l’intervistatore con un corno di rinoceronte.

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Speciali

Chris Cornell: storia di un artista in lotta con i suoi mostri

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità

Luigi Macera Mascitelli

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Quando si parla di un artista, spesso, molto spesso, si tende ad ignorare il messaggio nascosto che emerge dalle sue produzioni. Ciò avviene soprattutto in ambito musicale e per il fan occasionale e distratto. Eppure i testi, la melodia, il pathos, sono lì, a portata di stereo o di cuffietta; basta saper ascoltare con il cuore e non con le orecchie. Nel panorama dei grandi autori che hanno saputo regalare al mondo un pezzo della loro anima c’è stato sicuramente Chris Cornell.

Frontman dei Soundgarden prima e degli Audioslave dopo, ed infine cantante solista. Una vita intera dedicata alla musica, forse l’unica terapia per placare una vita di incomprese sofferenze, culminate con il suicidio il 18 maggio 2017.

Il suo è l’esempio perfetto di come la fama, la notorietà ed il denaro non siano la formula perfetta della felicità. Al pari di altri grandi nomi della scena grunge di Seattle, quali Kurt Cobain (Nirvana) o Layne Staley (Alice In Chains), egli non è riuscito a vincere la sua battaglia con la vita. Ma non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Leggi anche: “5 aprile: il giorno in cui morì il grunge. Kurt Cobain e Layne Staley uniti da una tragica ricorrenza”

Nato a Seattle il 20 luglio 1964, Chris Cornell dovette fin da subito affrontare la sofferenza ed il travaglio di una situazione familiare infelice. Periodi di depressione legati anche al divorzio dei suoi furono delle costanti, che lo accompagnarono nell’adolescenza. Ed è in questo contesto che la musica fece capolino, come una valvola di sfogo, un testamento (forse inconsapevole all’inizio) nel quale buttare dentro la sua anima.

In quel lontano 1984 nacquero i Soundgarden, ad oggi considerati al pari di Nirvana, Alice In Chains e Pearl Jam, fondatori e pietre miliari del genere grunge. In particolare, fu proprio Cornell l’ingrediente che diede vita alla magia della band. Da un lato una musica a tratti avvolgente, a tratti spigolosa, forte delle influenze punk ed heavy metal. Dall’altro la voce di Chris: potente, squillante, disperata e malinconica.

La particolarità del frontman erano i testi delle tracce. Sempre scritti da lui, spesso sotto l’effetto di alcol e droghe di cui divenne dipendente. L’incredibile estensione vocale veicolava dei messaggi disperati, impauriti, esistenziali. Un chiaro segno di quel tentato attaccamento alla vita. Quella lotta che non ha mai abbandonato l’animo tormentato di Chris Cornell e che si traduceva in una fortissima potenza evocativa.

Cambiarono i musicisti, ma non l’indole del vocalist. Anche negli Audioslave, attivi dal 2001 al 2007, Chris non cambiò mai la sua attitudine nel raccontarsi e nel raccontare la vita. Quelle parole, che oggi, dopo la sua morte, assumono il loro vero significato, non smisero mai di mostrare la sua anima. La dolcezza delle note, a tratti liquide, in Like a Stone , sono il foglio bianco nel quale Cornell cantava:

In your house I long to be/Room by room patiently/I’ll wait for you there like a stone/I’ll wait for you there/alone.

(Vorrei essere nella tua casa/Stanza per stanza pazientemente/Ti aspetterò come una pietra/Ti aspetterò lì/Da solo).

Quella pietra, immobile, incapace di reagire agli eventi, lasciata lì da sola e in balia del mondo. L’attesa infinita di una pace che non giungerà mai. La consapevolezza che la vita vada presa in mano, per una volta sola. Infine l’atto estremo. Chris Cornell si impiccò in un hotel a Detroit all’età di 52 anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei fan e dei familiari. Ma, come dicevamo all’inizio, non sta a noi giudicare, perché non possiamo sapere, né, tantomeno, comprendere cosa voglia dire cercare di sopravvivere.

Il nostro speciale a cura di Alessandro Martorelli per AmaROCKriminale

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