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Da Vasto a Vasco: 300 chilometri sull’A14 per raggiungere l’hotel del Komandante

Fabio Iuliano

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Trecento chilometri a salire, altrettanti a scendere, per buona parte sulla A14. Dalle strade di Lanciano-Vasto (Chieti) – sul tratto costiero d’Abruzzo più prossimo al Molise – al lungomare di Marina centro, cuore pulsante della bella Rimini d’estate. Da solo. Perché così riesci a “trovare un senso a tante cose”. Come la canzone, no?

Chiedetelo a Emanuel, fan di lungo corso di Vasco, originario di Morino (L’Aquila). Uno di quelli che programmano il piano ferie in base al calendario del tour estivo del rocker di Zocca. E, tornati a lavoro, hanno i sensi pieni di ricordi da sovrapporre alla routine . In fabbrica, alla Sevel di Lanciano, c’è sempre da trottare nello svuotamento e nel riempimento linee , ma a volte basta avere in mente una buona playlist “e tutto è più già più semplice”.

Il suo racconto parte da un audio di Whatsapp e arriva a noi con lo stesso mezzo: ci ha raccontato il suo weekend romagnolo tutto di un fiato. Non ci sono parole più efficaci delle sue per trasmettere il suo mood.

Eccole:

Da quando ho scoperto l’esistenza di quest’uomo, il mio desiderio è stato sempre quello di incontrarlo. Sabato ero a lavoro. Il mio turno era di mattina. Verso le 8.30 mi arriva un audio da un’amica: ‘Un senso’ la canzone. Già avevo programmato di andare a Rimini, ma era saltato tutto. Metto la canzone in riproduzione in un momento di pausa.

Mi fermo all’improvviso e mi dico: devo partire per raggiungere lì dove è alloggiato lui, al Grand Hotel. Arrivo a Rimini e mi fermo fuori l’hotel, lì dove c’erano già un po’ di persone in attesa che uscisse. All’improvviso, Vasco passa e saluta per rientrare nella hall. La speranza è vederlo uscire di nuovo. Nulla. Riusciamo solo a notare che era a cena, attraverso una grande vetrata che si apre su parte della sala del ristorante.

Così rimando i propositi all’indomani e prendo una stanza in un altro albergo da quelle parti per tornare a ridosso delle 8.30, a fare le poste davanti al Grand Hotel. L’obiettivo è sempre lo stesso. Verso le dieci esce e dà il buongiorno a tutta la combriccola prima di farsi la sua consueta passeggiata in bici.

Poi, verso le 11.30, ritorna e si ferma sorprendendoci alle prese  con le sue canzoni, tra cori improvvisati e stecche come se non ci fosse un domani. Risco a farmi fare l’autografo su un braccio.

Volevo dirgli qualcosa, ma avevo i battiti fuori controllo e piangevo come un bambino.

Rientra in hotel. Raggiungo lo stabilimento balneare dove va solitamente a pranzo. Solo che lì c’è da prenotare in largo anticipo  per pranzare o, quantomeno, bisogna avere una stanza nel Grand Hotel. Mi fermo davanti a un chioschetto che si trova giusto a metà tra l’hotel e il lido. Me lo ritrovo davanti, ma decido che non è il caso di disturbarlo. Stessa valutazione fanno i ragazzi che sono lì ad aspettare con me. Verso le 15 sbuca fuori dal lido per rientrare in hotel e a quel punto non resisto: mi piazzo davanti a lui, mi tolgo la maglia e gli chiedo: “Scrivimi una canzone sulla schiena”.

Lui non si scompone e mi chiede: “Dove la vuoi, spalla destra o spalla sinistra?”.
Gli faccio: “Da spalla a spalla”.

Lui mi guarda e mi fa: “Nelle mie canzoni, già ti ritrovi. In tutte quante”. Poi, però, si limita a farmi un altro autografo sulla spalla destra.

Ero fuori di me per la gioia, ma non era ancora tutto. Volevo una foto io e lui e basta, “e tutto il mondo fuori!” 

Il modo c’è ma è un po’ caro: prenotare una cena nell’hotel e, magari, procurarmi da un negozio locale un paio di pantaloni lunghi, visto che ero salito solo con un paio di shorts. Il mio “investimento” viene comunque premiato. Neanche  il tempo di sedermi a tavola che me lo ritrovo davanti, ma intuisco subito che è il caso di non disturbarlo tra una portata e l’altra. Come si alza chiedo alla guardia del corpo (credo si chiami Willy o qualcosa del genere) di aiutarmi ad avvicinare Vasco. Mi invita a pazientare qualche istante. In quel lasso di tempo, Vasco si ferma a fare gli autografi fuori l’hotel e scherza con i bambini. Credo adori giocare con i piccoli. Si diverte a chiamare e scherzare ogni bambino che incontra. Poi, entra dentro una stanzetta e ci fanno cenno di entrare uno alla volta. Quando arriva il mio turno, lui mi dice: “Tu sei quello che oggi si è tolto la maglia e mi è saltato davanti, vero? Da dove vieni?”

“Dall’Abruzzo, ho fatto 300 chilometri, solo per te”.

Ci salutiamo col pugno e lui fa: “Beh, non ce lo potremmo neanche dare, però a noi non ce ne frega un cazzo!”

Indica due ragazze nei paraggi e mi dice: “Loro sono con te?”

“No, le ho conosciute qui”.

“Bene, allora questa sera, qualcosa la combiniamo”.

Facciamo la foto e vado via, anche se mi fermo qualche minuto a parlare col suo personal trainer e la security. Sicuramente, questo viaggio ha dato un senso alla mia estate.

EMANUEL VELOCCI

Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.

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E’ morto Martin Birch, storico produttore di Iron Maiden e Deep Purple

Federico Falcone

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E’ morto ieri, all’età di 71 anni, Martin Birch, storico produttore per band come Iron Maiden, Deep Purple, Black Sabbath, Rainbow, Whitesnake. A confermare la notizia è stato anche David Coverdale, cantante dei Whitesnake, con un tweet: “È con il cuore affranto che ho appena saputo che il mio carissimo amico e produttore Martin Birch è morto. Martin ha rappresentato una parte importante della mia vita … aiutandomi dalla prima volta che ci siamo incontrati fino a Slide It In … I miei pensieri e le mie preghiere alla sua famiglia, amici e fan… “

Ha prodotto tutti i principali album degli Iron Maiden, da “Killers” fino a “Fear Of The Dark”. Straordinarie le sue collaborazioni con i Black Sabbath per “Heaven and Hell” e “Mob Rules” o con i Whitesnake dal 1978 al 1984. Con i Deep Purple ha dato alle stampe il leggendario “Live in Japan”, ma anche anche grandi album come “Burn”, “Machine Head” o “Stormbringer”.

Infinite le sue collaborazioni. Fleetwod Mac, Rainbow, Blue Oyster Cult, Jeff Beck, Skid Row, Peter Green, Gary Moore, John Lord, giusto per citarne alcuni.

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Tra sacro e profano, Capossela e il rituale del Pandemonium condividono vecchie e nuove profezie

Federico Falcone

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Pandemonium da Pan, tutto, e demonio: tutto demonio, in opposizione a pan theos, tutto Dio”

Dunque un concertato per tutti i demoni. Vinicio Capossela, tra i più sofisticati e personali cantautori italiani in circolazione, ha rapito il pubblico presente a Tagliacozzo (Aq) in occasione della tappa abruzzese del suo tour. Un concerto magnetico, dinamico, coinvolgente e di straordinaria classe ed eleganza, quello a cui hanno potuto assistere i fortunati spettatori presenti all’interno del Chiostro di San Francesco.

Un doppio show esclusivo (una data nel pomeriggio e una la sera) per circa 200 spettatori

Sempre in bilico tra il sacro e il profano, attento a giocare con i sensi e i significati delle parole, è salito sul palco accompagnato dal “rumorista intraterrestre” Vincenzo Vasi, polistrumentista che ha contributo a evocare gli scenari del Pandemonium, mitologico e gigantesco strumento di metallo dal tono grave che scava negli inferi, in quel sottosuolo che è anche sede della memoria. Un concerto narrativo di canzoni messe a nudo, scelte liberamente da un repertorio che quest’anno tocca il traguardo dei trent’anni dalla data di pubblicazione del primo disco “All’una e trentacinque circa”.

“In questo luogo spirituale possiamo iniziare il nostro Pandemonium con la metafora biblica del Leviatano. Essere inghiottiti da esso per cercare di tornare alla luce”. Nel suo copricapo da boia, Capossela è un principe della dissacrante sacralità.

Pandemonium, inoltre, è anche il titolo della rubrica quotidiana tenuta da Capossela durante la quarantena. Non sono mancati, durante la serata, momenti dedicati all’intimità del colloquio. “Il demone a cui mi riferisco in questo Pandemoium è il dáimōn dei greci – ha spiegato Capossela -l’essenza dell’anima imprigionata dal corpo che è il tramite tra umano e divino. Il destino legato all’indole, e quindi al carattere”.

“Pan e Daimon, tutti insieme. Il Pandemonium è la somma delle nature nelle loro contraddizioni. Nature che generano cacofonia, il pan panico, la confusione del tutto quanto, l’entropia incessante che ci fa continuamente procedere e separare. Tutti i dáimōn, come in un vaso di pandora liberati nell’isolamento e nell’insicurezza che ci ha colti nella pandemia. Nuove e antiche pestilenze“.

Demoni e paure, spettri e artefici, tutti allontanati da un’esibizione evocativa e ricca di suggestioni. Le atmosfere, più vicine a un rituale che non a un concerto, hanno rapito i duecento spettatori presenti al Chiostro, conducendoli attraverso richiami biblici, letterari, filosofici. Un incontro tra varie forme d’arte sapientemente condensate in una setlist capace di spaziare attraverso i vari stati d’animo dell’artista e dei suoi fans.

La scienza e la medicina non sono esenti dalle umane miserie e spesso anche la verità scientifica fatica a venire a galla. Pensiamo al medico cinese che per primo ha denunciato la pandemia. Nell’Ottocento, invece, un medico, nello svolgere un esame autoptico, per pura intuizione scoprì che anche le mani possono trasmettere infezioni. Così accadde. Egli fu cacciato e morì in un manicomio. Fu un genio, ma morì come un pazzo. Destino beffardo”.

Inevitabili i richiami alla pandemia da coronavirus che ha flagellato e sta flagellando il mondo. Con malinconica dolcezza ricorda gli anziani, principali vittime in Italia di questo virus. “…Quei volti dietro una finestra, senza possibilità di contagio ma comunque isolati…”

Prima di chiudere, l’appello è però alla vita. “Abbiamo cercato di dare voce ai nostri demoni in questo luogo così sacro. Vorrei concludere con un’indulgenza plenaria che è la cosa migliore che questa triste fase della nostra vita ci ha lasciato. La catarsi della purificazione, perché l’uomo è vivo”.

Foto: Raffaele Castiglione Morelli

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Lucca Summer Festival, l’edizione 2021 prende forma

Fabio Iuliano

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Prende forma l’edizione 2021 del Lucca Summer Festival che già può contare sulla riprogrammazione dei concerti di Celine Dion, Liam Gallagher, Nick Mason, Beck, Paolo Conte, Ben Harper e Brunori Sas. Tutti gli artisti avevano dovuto posticipare il concerto a causa dell’emergenza epidemiologica.

Per quanto riguarda gli spettacoli di Yusuf Cat Stevens, John Legend, Lynyrd Skynyrd, Liam Payne, Anderson Paak e Patti Smith, gli accordi verranno chiusi nell’arco delle prossime settimane. L’annuncio è previsto per settembre.

Infine, alla luce dei chiarimenti ottenuti dal legislatore in merito alle modifiche apportate all’Art. 88 del Dl Cura Italia dalla legge di conversione del Dl Rilancio, in ossequio alla normativa vigente, gli organizzatori procederanno al rimborso monetario per il concerto di Paul McCartney.

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