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Cinema

Con il cinema si possono salvare i territori, parola di Sergio Rubini

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Cammini come memoria, narrazione, incontro, condivisione, conoscenza e opportunità di lavoro.

Con il cinema si possono salvare i territori, si può fare PIL, si può preservare la memoria e, quindi, le radici. Lo ha sostenuto Sergio Rubini, ospite dell’evento speciale che ha chiuso la 3^ edizione di “Mònde – Festa del Cinema sui Cammini” andata in scena dal 4 al 6 settembre a Monte Sant’Angelo.

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All’attore e regista pugliese è stato conferito il Premio “Parco Nazionale del Gargano 2020” per i trent’anni del film “La stazione”, perché “con la sua arte ha saputo raccontare la Puglia, in particolar modo la provincia di Foggia, contribuendo a creare un immaginario positivo, rendendo questi luoghi scenari di memoria condivisa”.

E a sottolineare l’importanza dei luoghi e della memoria è stato lo stesso Rubini, a cui è stato consegnato il Testimonium realizzato dal maestro Salvatore Lovaglio, simbolo scelto da “Mònde” che rimanda a quello rilasciato ai pellegrini per certificare l’avvenuto pellegrinaggio.

«Tornare dopo 30 anni in questa parte di Puglia, che amo molto, è una grande emozione», ha dichiarato Rubini durante il dialogo con Fabio Prencipe e Antongiulio Mancino che ha preceduto la proiezione del film, regalando ai presenti ricordi intimi e sguardi profondi, non solo sul cinema ma sull’uomo.

«Il rischio, nella società in cui viviamo è che con le tecnologie che abbiamo a disposizione si possa vivere un continuo presente, invece è la memoria che ci conferisce identità ed è solo grazie alla memoria che riusciamo ad immaginare un futuro sostenibile», ha dichiarato Rubini, che ha aggiunto: «L’idea di invitarmi e di ricordare che nella stazione di San Marco in Lamis è stato girato un film, vuol dire ribadire che questi territori hanno bisogno di cultura, di giovani, non dell’opacità delle mafie».

Durante la tre giorni del festival cinematografico dedicato al tema del viaggio in tutte le sue sfumature ed accezioni – diretto da Luciano Toriello – sono state esplorate le molteplici potenzialità dei cammini, partendo dalla memoria per guardare ad un futuro sostenibile.

Il cammino come memoria, perché il passato è custode nelle nostre radici e della nostra identità.

“Io sono una forza del Passato, solo nella tradizione è il mio amore”, scriveva Pier Paolo Pasolini. Da qui il titolo della mostra fotografica “Io sono una forza del Passato”, ideata e curata dall’Archivio Storico Luce – Cinecittà, visitabile durante il Festival. Attraverso le fotografie dei maestri Garrubba e Settanni e il documentario “La Parabola d’oro” di De Seta è stato possibile immergersi in un Passato lontano e al tempo stesso vicino dei paesini del Meridione italiano, un passato custode delle nostre radici e della nostra identità, un passato senza cui non è possibile costruire un futuro.

Il cammino come narrazione, per recuperare le storie, le fiabe, i racconti trasmessi di bocca in bocca, di generazione in generazione.

Laura Marchetti, responsabile scientifica de “La strada delle fiabe”, come una sirena ha ammaliato il pubblico di “Mònde” durante i Walk Show, evidenziando la necessità di tutelare il paesaggio anche attraverso la rivitalizzazione delle antiche narrazioni. Quelle narrazioni “cullate” dalle donne che come Estia – la dea vergine della casa e del focolare, ma anche protettrice della comunità – devono mantenere l’equilibrio tra il camminare e lo stare ferme perché è grazie alla sedentarietà che sono stati valorizzati i luoghi.

Uno dei pericoli del turismo è perdere l’autenticità delle radici e la narrazione può salvarci da questo pericolo.

Il cammino come opportunità di incontro e condivisione, ora più che mai. «Dopo il lockdown è emerso più forte il bisogno di incontrarci e sentirci comunità. Proprio questo bisogno ci ha spinti ad organizzare in presenza la 3^ edizione di “Mònde” nell’anno dell’emergenza sanitaria», ha affermato con convinzione Luciano Toriello.

Momenti di conviviale condivisione hanno caratterizzato anche i cammini – organizzati dall’Associazione Monte Sant’Angelo Francigena – per ripercorre a piedi le antiche vie di pellegrini e crociati. Si è andati alla ricerca dei segni della storia nella cittadella Micaelica di Monte Sant’Angelo, Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, negli Eremi e nell’Abbazia di Pulsano, un diamante incastonato nella montagna sacra del Gargano, e nella Vetusta Faggeta della Foresta Umbra dove si è creata un’atmosfera unica grazie al connubio tra natura, racconti e musica.

I camminatori e gli ospiti di “Mònde” sono stati accolti nello spazio antistante l’Elda Hotel dove è stata allestita la mostra fotografica “Al centro del Mònde” di Michele De Filippo e Pino Maiorano, a cura di MAD – Memorie Audiovisive della Daunia, e dove Paolo Sassanelli ha dato voce alle storie del cantore del Gargano Matteo Salvatore, accompagnato dai Rione Junno. Una mattinata per ricordare da dove veniamo, per riflettere sulle diversità, sul rapporto tra uomo e natura, sul senso di comunità.

Una comunità, quella di “Mònde” che “abbraccia” anche i più piccoli, grazie al laboratorio creativo “Con le mani e con il cuore” di Stefania Guerra e che si apre a nuovi incontri, come quello con il cammino di Collateral Maris, Festival di Arti e Paesaggi di Vieste, incrociato in Foresta Umbra.

Un altro incontro è stato quello di “Mònde” con la Rete Nazionale Donne in Cammino, che per il Festival ha realizzato “Il cammino è donna”, un videoracconto partecipato che narra lo spirito del camminare da un punto di vista tutto femminile. E proprio al tema del cammino al femminile è stato dedicato il Walk Show “Ragazze in gamba”, a cui hanno preso parte la documentarista e conduttrice RAI Gloria Aura Bortolini, la regista Anna Kauber, la responsabile scientifica de “La strada delle fiabe” Laura Marchetti e Ilaria Canali della Rete Nazionale Donne in Cammino.

Il cammino come conoscenza e come opportunità di lavoro. Perché camminare ci riporta ad ampliare gli orizzonti, ad aprirci al sapere.

Di questi temi si è parlato durante il Walk Show “Raccontare i territori: tra fabula e intreccio” a cui hanno partecipato il regista e produttore Gianni Aureli, il camminatore e ideatore di “The pathfinder – Road to Finisterre” Riccardo Girardi, il regista e ideatore di “Vostok100k” Lorenzo Scaraggi e il regista Giuseppe Valentino. Ad impreziosire l’incontro è stato il contributo di giovani operatori e imprenditori del territorio, “portatori sani di impegno” che con i loro progetti stanno cercando di dare una “destinazione nuova” al Gargano, sempre conservando la memoria del passato ma con l’aiuto dei nuovi strumenti digitali. Perché è possibile trasformare la ricchezza dei nostri luoghi in lavoro e in economia.

E, quindi, il cammino come crescita sostenibile per il territorio.

“Mònde” è una infrastruttura immateriale che supporta i cammini, è opportunità di incontro e crescita comune e condivisa. È quanto emerso dal Walk show “Le strade e i sentieri dei Parchi incontrano i Cammini” che ha visto il contributo di Enzo Lavarra (componente del board Euro Park Federation), Giovanni Chimienti (Biologo marino e National Geographic Explorer) e Gianni Sportelli (Dipartimento Cultura e Turismo Regione Puglia). Durante l’incontro si è sottolineata l’importanza della sostenibilità, della valorizzazione della biodiversità e dei tesori nascosti come quello della foresta di coralli neri (tra le più grandi del Mediterraneo) scoperta nei fondali delle Isole Tremiti. Da qui la necessità di farsi permeare dalla “biofilia”, letteralmente passione per la vita, e di preservare la natura e quindi il Parco Nazionale del Gargano, che è uno scrigno antropologico straordinario, custode di memoria.

“Mònde – Festa del Cinema sui Cammini” è un’iniziativa della Regione Puglia – Assessorato Industria Turistica e Culturale a valere sulle risorse del Patto per la Puglia FSC 2014-2020 – prodotta da Apulia Film Commission nell’ambito dell’intervento Apulia Cinefestival Network con il contributo di Ente Parco Nazionale del Gargano e del Comune di Monte Sant’Angelo. Soggetto ideatore e organizzatore della manifestazione, per la Direzione artistica di Luciano Toriello, è MAD – Memorie Audiovisive della Daunia.

L’evento è stato realizzato in collaborazione con: Istituto Luce-Cinecittà e Università degli Studi di Foggia e con Ass. Monte Sant’Angelo Francigena e Rete Nazionale Donne in Cammino. Con il patrocinio dell’Associazione Europea delle Vie Francigene. Mediapartner: Mediafarm Radio NOVA IONS 97.

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Il mito intramontabile di Grease, simbolo della rebel generation

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Grease fil John Travolta Hoolywood

Generazioni e generazioni hanno rischiato di rimanere senza capelli per imitare John Travolta. Lui e la sua combriccola con giacchetti di pelle e litri di brillantina. Quella “grease” che ha dato il titolo al musical forse più famoso di sempre. Sicuramente il più longevo e apprezzato anche dai ragazzi di oggi. Chi non ha provato a fare un movimento “anca-bacino” sulle note di “Greased Lightning” ? In ogni villaggio vacanze che si rispetti almeno uno spettacolo dell’animazione è sempre stato ripreso da uno spezzone di questo film.

Brillantina, gelatina o cera che fosse, sono stati milioni i ragazzi che hanno provato a pettinarsi come Danny Zucco. 

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Risultati del pubblico a parte, lo stile del giovanissimo Travolta ha fatto la storia. Jeans, chiodo e atteggiamento da un lato spaccone. Un duro, amante dei motori e delle donne. Ma in grado di sciogliersi solo davanti a Sandy. La bella australiana conosciuta durante l’estate.

Come ogni bulletto che si rispetti Danny non poteva lasciar trasparire i suoi sentimenti verso di lei. Però, come in ogni storia d’amore che si rispetti, alla fine sarà proprio Cupido a trionfare.

Il tutto in un trionfo di canzoni travolgenti, balli e galloni di “grease”.

Il 16 giugno del 1978 usciva nelle sale cinematografiche americane questo splendido musical che ancora oggi, quando viene trasmesso in TV, tiene incollati al divano generazioni di ogni età.

GREASE NONOSTANTE LE POLEMICHE

Nonostante la cancel culture abbia provato ad additarlo come “sessista e razzista” il successo di questo film non è venuto meno.

Continua a rappresentare un simbolo, una favola in carne e ossa. Quell’amore estivo, nato al tramonto in spiaggia, sognato da milioni di ragazze in attesa del principe azzurro. O di un macho in decappottabile e sigaretta sempre accesa. 

Un film del 1978 ambientato negli anni ‘50. Impossibile non contestualizzarlo. Inutile, quanto stupido, fare il contrario. La stessa Olivia Newton John zittì le polemiche affermando che “è solo un film. È una storia degli anni Cinquanta, anni in cui le cose erano sensibilmente diverse. Tutti dimenticano che, alla fine, anche lui cambia per lei. Sandy è solo una ragazza che ama un ragazzo, e pensa che se proverà a cambiare, riuscirà nel suo intento. È una cosa abbastanza reale. Le persone lo fanno l’una per l’altra. E’ solo una divertente storia d’amore”.

Ed è stato proprio questo a far appassionare il pubblico. Attratto dai movimenti, dai canti, dal carattere di Danny Zucco. Dalla bellezza di Sandy Olsson. Dalla leadership di Rizzo che sotto quell’aria matriarcale nascondeva un bisogno di essere considerata una ragazza adolescente. E quante giovani donne hanno imitato le Pink Ladies. Quelle studentesse vestite uguali, un po’ ribelli e un po’ bambine. 

Perché “Grease” è stato questo. La trasposizione cinematografica del musical omonimo. Ma soprattutto una perfetta rappresentazione, almeno agli occhi del pubblico, dei “favolosi” anni ‘50. Il decennio in cui le star del cinema a stelle e strisce invasero le copertine delle riviste femminili. Da Marilyn Monroe alla piccola Audrey Hepburn, la cui immagine è legata a doppio filo con quel giro in Vespa insieme a Gregory Peck in “Vacanze romane”.

A distanza di 43 anni “Grease” continua a resistere nelle classifiche dei film più visti e apprezzati. E lo fa senza invecchiare. Perché, nonostante l’ambientazione, la storia e i personaggi sono senza spazio e al di là del tempo. Chiunque, ancora oggi, può riconoscervisi. Magari con maggiore difficoltà nel reperire un tubetto di brillantina. Ma qualche nonno, o papà, ormai calvo, sicuramente l’avrà conservato in qualche cassetto in soffitta. In ricordo di fantastiche “summer nights”.

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Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

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Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

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Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

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Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

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The Gloaming – le ore più buie: dall’Australia il nuovo thriller disponibile su Disney Plus

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Non sono presenti molti prodotti australiani nel mondo delle serie tv e del cinema. Spesso le riprese vengono effettuate in Australia e Nuova Zelanda, grazie alla bellezza dei paesaggi sconfinati e alle molteplici possibilità che questi offrono, ma le produzioni effettivamente ambientate in quei luoghi sono sempre state più uniche che rare. Basti pensare a successi come Il Signore degli Anelli e True Detective, entrambi girati in Nuova Zelanda ma collocati, nella storia, altrove.

Questo è uno dei motivi che rende The Gloaming un prodotto interessante. Una serie thriller- sovrannaturale ambientata in Tasmania, dalle parti di Hobart, dove una donna viene brutalmente assassinata. A indagare sul caso vengono chiamati due detective dal passato tormentato, che si ritrovano a fare i conti, oltre che con le difficoltà delle indagini, anche con la corruzione locale.

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Ad indagare è la poliziotta poco ortodossa e problematica Molly McGee (Emma Booth), insieme all’ex marito e collega Alex O’Connell (Ewan Leslie). I due non si parlano da più di vent’anni, ma ora sono disposti a collaborare per scoprire la verità sull’efferato delitto, che sembra essere collegato ad altri omicidi irrisolti del passato, accomunati dalla corruzione politica e dalla presenza di pratiche occulte.

The Gloaming si sviluppa su una struttura crime piuttosto convenzionale, dove troviamo una coppia di detective che inizialmente si detestano ma pian piano legano sempre di più, c’è un delitto iniziale che scuote una piccola cittadina e rivela segreti inconfessabili e c’è un vecchio trauma, legato ai casi irrisolti del passato, che fa da collante per tutti i protagonisti. Uno schema classico che viene però reso unico dalle atmosfere cupe, che generano una forte suspance, e dalla componente sovrannaturale creata da delle presenze mute, che vivono nell’ombra e possono essere percepite solo da alcuni abitanti del luogo.

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La serie, creata da Victoria Madden e prodotta da Sweet Potato Film per Stan, che ne ha rilasciato tutti gli episodi il 1° gennaio 2020, è stata trasmessa da Starz negli Stati Unti ed è distribuita a livello internazionale da Disney plus, dove appare nella sezione dedicata agli adulti del catalogo Star.

Nel cast della serie troviamo, oltre ai già citati Emma Booth, vista in C’era una volta e Alex O’Connell (Top of the Lake), Martin Henderson, il Dottor Rigs di Grey’s Anatomy e Jack di Virgin River, nel ruolo di Gareth McAvaney. Al suo fianco Aaron Pedersen (Mistery road) nei panni dell’ispettore Lewis Grimsham, Rena Owen (The Orville) nella parte di Grace Cochrane, Josephine Blazer (True History of Kelley Gang) che interpreta Lily Broomhall e Matt Testro (Nowhere Boys) nel ruolo di Freddy Hopkins.

Al momento sembra si stia discutendo della possibilità di una seconda stagione, fortemente voluta dal governo della Tasmania, che si è reso disponibile a finanziare lo sviluppo della sceneggiatura di un potenziale seguito. Per ora non risulta nulla di ufficiale, ma gli autori sono al lavoro su nuove storie, sempre in collaborazione con l’emittente Stan.

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La prima stagione di The Gloaming è composta da 8 episodi, disponibili a partire dall’11 giugno nel catalogo Star di Disney Plus, che saranno rilasciati con cadenza settimanale tutti i venerdì.

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