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Cinema

C’era una volta a… Hollywoood: la scena di Bruce Lee e Cliff Booth

Riccardo Colella

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Partiamo da un assunto: Quentin Tarantino ama il Giappone. Dalla scena della katana in Pulp Fiction ad entrambi i capitoli di Kill Bill, per contare gli omaggi che il regista ha reso all’Oriente, sia da regista che da sceneggiatore, non basterebbero le dita di due piedi. Personalmente mi sento di indicarlo come uno dei fattori che, col tempo, avrebbe acceso in me la passione per le arti marziali. Avevo 14 anni quando, guardando la televisione, mi imbattei in uno dei film più strani che avessi mai visto.

Dialoghi intricati, surreali monologhi sul Kung Fu e su un fantomatico attore giapponese, così famoso da quelle parti, ma che non avevo mai sentito nominare. Quel film era Una vita al massimo (di cui Tarantino aveva curato la sceneggiatura) e quell’attore era uno degli artisti marziali più famosi di tutti i tempi: il Sonny Chiba che avrebbe interpretato Hattori Hanzo in Kill Bill: Volume 1.

Proprio le arti marziali sono al centro di una delle più famose e discusse scene dell’ultimo e pluripremiato film di Quentin Tarantino: quel C’era una volta a… Hollywood che, grazie a un’incredibile coralità di citazioni e personaggi, rende omaggio all’intero carrozzone hollywoodiano. La scena di cui parliamo oggi è quella del combattimento tra Bruce Lee (Mike Moh) e il Cliff Booth magistralmente interpretato da Brad Pitt. Potrebbe sembrare una sequenza come le altre: un semplice passaggio che accompagna la presentazione dei personaggi. Pochi però sanno che, in realtà, quello che vediamo nel film non è tutto frutto della fantasia del regista. Per affrontare questo discorso, però, occorre partire da due brevi ma importanti presentazioni:

BRUCE LEE – Non credo ci sia molto da dire su di lui, rispetto a quanto non sia già stato fatto. Attore, regista, produttore e sceneggiatore, filosofo, scrittore, lottatore e senza ombra di dubbio, l’artista marziale più influente di sempre. Autentica icona per milioni di appassionati, nato a San Francisco ma cresciuto ad Hong Kong, a causa del temperamento esuberante trascorre un’infanzia turbolenta che lo porta spesso a scontrarsi con la delinquenza locale.

La sua vita si intreccia ben presto con le arti marziali e il shifu Yip Man (che ispirerà il film Ip Man del 2008). Emigrato negli USA, si concentra sullo studio approfondito delle discipline marziali, accompagnando una ferrea preparazione fisica a quella mentale. Nel 1966 crea un proprio stile di combattimento, fondendo le tecniche del Wing Chun a quelle del pugilato, del Kung Fu e delle arti marziali a distanza, creando il Jeet Kune Do e divulgando i “segreti” delle arti marziali, finora custoditi gelosamente dalla comunità cinese.

Il successo cinematografico arriva negli anni ’70 con Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore e, soprattutto L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente che lo vede affrontare Chuck Norris, nello scenario del Colosseo, in quella che è ricordata come la più famosa scena di arti marziali della storia del cinema. I 3 dell’Operazione Drago sarà l’ultimo film di Bruce Lee: secondo nelle classifiche degli incassi della stagione 1973 (dietro a L’esorcista di Friedkin), consoliderà l’immagine dell’attore come caposaldo della cinematografia mondiale sulle arti marziali. Muore nello stesso anno per edema cerebrale, anche se l’autopsia non chiarirà mai definitivamente le effettive cause di morte, lasciando dietro di sé un alone che sa di leggenda, mistero e congetture e che perdura ancora oggi attorno alla sua figura. Aveva 33 anni.

CLIFF BOOTH – La figura è liberamente basata sullo stuntman personale di Burt Reynolds, Hal Needam. Nella scena dello scontro con Bruce Lee, però, ad ispirare il personaggio che è valso a Brad Pitt l’Oscar come Migliore attore non protagonista, è tale Ivan Gene LeBell. Sconosciuto ai più, ma vero feticcio per gli appassionati di arti marziali, LeBell è attore, ex-stuntman, insegnante di arti marziali, wrestler e autentica leggenda dello judo.

Vanta partecipazioni in più di 1000 film e ben 12 libri all’attivo come autore. Nel 2000 la USJJF (United States Ju-Jitsu Federation) gli conferisce il IX Dan nel JuJitsu e nel Taihojutsu, mentre nel 2005 ottiene il IX Dan nel JuJitsu tradizionale. Precursore delle odierne MMA, ha partecipato al primo incontro interdisciplinare trasmesso in televisione, dove ha affrontato e sconfitto al quarto round, il pugile Milo Savage.

C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD – Nella scena del film, un carismatico Bruce Lee/Kato intrattiene la crew durante una pausa sul set di un episodio de Il Calabrone Verde. Lee analizza la disparità di trattamento tra gli atleti neri di pugilato e gli artisti marziali bianchi, enfatizzando la bontà delle proprie tecniche ed arrivando ad autoproclamarsi sicuro vincitore, in un ipotetico scontro con l’allora campione del mondo dei pesi massimi di pugilato Cassius Clay.

La teoria di Bruce attira l’ironia dello stuntman Cliff Booth che, sicuro di smontare le idee del marzialista cinese accetta uno duello al meglio dei tre tentativi, in cui lo scopo è quello di mandare a terra l’avversario, senza farsi troppo male. Al primo tentativo Lee riesce ad atterrare Cliff con un calcio volante, ma il secondo si risolve nettamente in favore dello stuntman che lancia il “Piccolo Drago” contro la fiancata di un auto parcheggiata sul set, danneggiandola pesantemente. Il terzo scontro non si concluderà mai: Bruce ne uscirà parzialmente ammaccato e Cliff licenziato.

COME ANDÒ VERAMENTE? – La realtà è che non andò propriamente in quel modo. Ma un acceso diverbio (e anche qualcosa di più) tra Bruce Lee e Gene LeBell si verificò davvero sul set di The Green Hornet. A svelare l’accaduto sarebbe stato, qualche anno dopo, il coautore dell’autobiografia dello stesso LeBell. Bruce Lee stava letteralmente “prendendo gli stuntman a calci nel culo” durante le scene di combattimento. Il coordinatore degli stuntman suggerì quindi a LeBell di bloccarlo per ammorbidirlo e renderlo inoffensivo. Gene si avvicinò alle spalle di Bruce Lee imprigionandolo in una headlock (presa alla testa dal retro) sotto gli occhi increduli della crew.

Lui iniziò a fare i versi per cui era famoso ma non tentò di contrastarmiDisse LeBell. “Penso che rimase davvero sorpreso da quella mossa. Quindi lo sollevai e iniziai a correre per il set mentre me lo portavo sulle spalle”. È facile immaginare la reazione di Bruce Lee. “Iniziò ad urlare di lasciarlo stare e di liberarlo altrimenti mi avrebbe ammazzato. Ma io risposi: “non posso metterti giù, altrimenti mi ammazzi!” ed infine lo liberai”. La mossa di Gene non era stata vana. “Dai Bruce non uccidermi. Sto solo scherzando, campione!”.

Si chiuse tutto con una stretta di mano tra i due. Da quell’episodio, però, Bruce Lee capì i punti deboli del Jeet Kune Do. Iniziò un anno di duro allenamento assieme a Gene, in cui Bruce apprese le tecniche di sottomissione proprie del judo e del submission wrestling (vedi la mossa finale con cui si sbarazzerà di Chuck Norris nel Colosseo), mentre l’americano sviluppò le proprie tecniche di calcio e striking grazie alle peculiarità del Kung Fu.

SHANNON LEE E QUENTIN TARANTINO – Certo è che nella succitata scena, Bruce Lee potrebbe apparire come il fessacchiotto “dalla bocca larga e la miccia corta”, proprio come apostrofato sul set da Brad Pitt. Da qui, infatti, nasce l’infinita querelle di polemiche tra la figlia dello stesso Bruce, Shannon, e il regista italoamericano. “Ha fatto apparire mio padre come uno scemo arrogante”. Ovviamente gli appassionati di Tarantino sono ben consci della passione che lo stesso regista nutre nei confronti di Bruce Lee. E pare evidente che il reale significato della scena sia, in realtà, quella di omaggiare la carismatica figura di Cliff, proprio mettendolo a confronto con uno dei migliori artisti marziali di sempre.

Se hai intenzione di provare quanto è indistruttibile una persona, farlo combattere Bruce Lee è il modo migliore per ottenere il risultato. Se Cliff affrontasse Bruce Lee in un torneo di arti marziali al Madison Square Garden, Bruce lo ucciderebbe. Ma se Cliff e Bruce stessero lottando nella giungla delle Filippine in un combattimento corpo a corpo, allora Cliff ucciderebbe Bruce”.

Giornalista pubblicista, cinefilo e lettore accanito con una timida passione per la scrittura, colleziona una gran quantità di strumenti diversi e li suona tutti male. Sognava di essere Bruce Springsteen ma si risveglia come Jack Black. Quando non risponde al telefono, lo trovate sul tatami.

Cinema

Auguri a Ridley Scott, il suo Alien cambiò il cinema

Tanti auguri a Ridley Scott, regista poliedrico e prolifico. Nel ’79 firmò la regia di un capolavoro che non smette di affascinare, primo capitolo di una fortunata serie.

Federico Falcone

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Alien sta alla fantascienza cinematografica come l’ossigeno sta alla vita. Anche a quella xenomorfa, sì. Ridley Scott, che proprio oggi spegne 83 candeline, fu regista del capolavoro uscito nel lontano 1979. Un film che, come pochi, contribuì a sdoganare la figura aliena come dotata di intelligenza speculativa, quella in grado di premeditare, organizzare e agire.

Per gli appassionati della settima arte, il primo capitolo della lunga saga resta tutt’ora uno dei punti massimi del cinema di Ridley Scott. Il merito fu, tra gli altri, quello di portare il conflitto inter species a vette di pathos e di tensione raramente esplorate in precedenza. Tutto fu studiato nel dettaglio, dalle bozze grafiche dell’artista svizzero H.R. Giger ,“padre” dell’alieno, fino al set cinematografico talmente accurato da sembrare una vera base spaziale. Un lavoro minuzioso che è sopravvissuto alla prova del tempo e che sembra non invecchiare mai.

Per il film si stanziò un budget di 10 milioni di euro, chiamando anche un’attrice dalle enormi potenzialità: Sigourney Weaver. Ma il cinema statunitense, per stessa ammissione dei suoi protagonisti, deve ben più di qualcosa a quello nostrano e Dan O’Bannon, che di Alien era lo sceneggiatore, ammise candidamente di aver tratto ispirazione da alcune opere di Mario Bava come Terrore nello spazio.

Il mondo degli xenomorfi, specie aliena predatoria e parassita che si annida nei corpi dell’equipaggio della Nostromo, deve parte della sua ideazione al film It! The Terror from Beyond Space del 1958, dove una bestia aliena faceva strage di astronauti dispersi su Marte. Ma lo Xenomorfo ha anche origini italiane. Già, la sua ascendenza trova riscontro in quel Carlo Rambaldi, che per il suo lavoro vinse l’Oscar ai migliori effetti speciali. Ma originariamente l’Alien avrebbe dovuto essere molto più grande, permettendo alla sua Facehugger di avvolgere l’intera testa della vittima.

Oggi il capolavoro di Ridley Scott, inserito al 33esimo posto tra i 500 film fondamentali secondo l’Empire, non smette di spaventare. Pensato come una versione nello spazio di ‘Non aprite quella porta’, Alien è soprattutto metafora della prevaricazione, coloniale e tecnologica, dell’uomo sull’uomo e sul mondo esterno.

La sfida contro l’inumano, verso il quale subiamo una fascinazione misteriosa, è guidata dal primo grande personaggio anti-machista del cinema hollywoodiano: Ripley. Forte, coraggiosa, determinata, è un esempio di grande forza femminile, 40 anni prima che questo diventasse oggetto di dibattito nel pubblico di massa. Ma soprattutto, Alien rimane senza discussione la più grande pagina di fantascienza degli anni ’70, da vedere e rivedere per scoprire o rivivere il genio di uno Scott in stato di grazia.

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Addio a David Prowse: interpretò Darth Vader nella trilogia di Star Wars

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L’attore David Prowse, noto per aver  interpretato Darth Vader nella trilogia originale di Star Wars, è  morto questa domenica all’età di 85 anni. La morte dell’attore nato a  Bristol è stata annunciata questa mattina su Twitter dalla sua agenzia. Prowse, che ha messo il suo corpo, ma non la sua voce, a Darth Vader, era anche ampiamente conosciuto nel Regno Unito per una  campagna di sensibilizzazione stradale che insegnava ai bambini ad  attraversare la strada e per la quale nel 2000 ha ricevuto l’Ordine dell’Impero Britannico.

Dopo il suo ruolo in Star Wars, è rimasto lontano dal cinema, ma in precedenza ha avuto altri ruoli in film come Arancia meccanica e ha interpretato Frankenstein in tre occasioni.  “Che la Forza sia sempre con lui”, ha detto l’agente Thomas Bowington. Prowse è morto dopo una breve malattia – una perdita per “milioni di fan in tutto il mondo”.

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Cinema

Maradona, l’omaggio della macchina da presa: otto lavori per conoscerlo meglio

Redazione

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Abbiamo scelto di occuparci più volte di Maradona perché la sua storia va ben oltre il pianeta del calcio. Per questo in più di un’occasione il calciatore argentino ha ispirato registi come Emir Kusturica e Paolo Sorrentino, ma anche documentaristi, intellettuali, artisti, musicisti. L’agenzia di stampa Agi ha scelto 8 lungometraggi ispirati alla controversa vicenda del Pibe de Oro, dentro e fuori dal campo.

“Diego Maradona” – gli appassionati di serie tv e di cinema in questi mesi avranno certamente visto in programmazione su Netflix il film documentario del 2019 di Asif Kapadia, ‘Diego Maradona’, realizzato in suo onore grazie alle 500 ore di materiale inedito che la famiglia del campione argentino ha messo a disposizione del regista inglese di origine indiane.

‘Maradona” di Kusturica. Se il “Diego Maradona” di Kapadia è un documento storico potentissimo, non è da meno il lavoro di Emir Kusturica presentato a Cannes nel 2008. Parliamo dell’incontro di due fuoriclasse, due istrioni. È un documentario che rasenta l’agiografia verso un personaggio che Kusturica ama e che giustifica in ognuna delle sue trasgressioni. Da sottolineare la scena in cui si vede un Diego Maradona molto ingrassato che canta “La mano de Dios” in un locale davanti alle figlie.

“Youth” di Paolo Sorrentino. L’omaggio è esplicito: nel resort-casa di cura dove sono Harvey Keitel e Michael Cane c’è anche Diego Armando Maradona che sta facendo una cura per dimagrire. Non è lui, ovviamente, ma l’attore Roly Serrano è di una somiglianza impressionate; bellissima la scena in cui palleggia con una palla da tennis calciandola in alto e riprendendola al volo (il tutto fatto al computer, ovviamente, ma scena realistica se si pensa che queste cose Maradona le faceva veramente). Proprio Sorrentino, ricorda l’Agi, era innamoratissimo come tutti i napoletani dell’ex numero 10, al punto da citarlo insieme a Federico Fellini, ai Talking Heads e a Martin Scorsese nel discorso di ringraziamento per l’Oscar per ‘La grande bellezza’ del 2013. A luglio ha iniziato la collaborazione con Netflix per il film originale ‘È stata la mano di Dio’ le cui riprese si sono svolte recentemente a Napoli. Un film, ha detto Sorrentino, “intimo e personale, un romanzo di formazione allegro e doloroso”.

“Santa Maradona” di Marco Ponti. Film di culto del 2000 per la generazione nata negli anni Ottanta, il cui titolo allude a una canzone dei Mano Negra e non direttamente al giocatore, che comunque compare in tutto il suo splendore nei titoli di testa.

“Tifosi” di Neri Parenti. Qui compare Diego nell’unico ruolo di finzione cinematografica: in una una scena del film ‘Tifosi’ di Neri Parenti del 1999, un cinepanettone dove ‘el Pibe de Oro’ compare ingrassato (e inseguito dal Fisco), nell’episodio “napoletano” con Nino D’Angelo e Peppe Quintale rapinatori inconsapevoli di un attico che appartiene proprio al loro idolo Maradona.

L’omaggio di Marco Risi del 2007. Unico biopic finora realizzato – in attesa di quello di Sorrentino – sul grande calciatore è invece “Maradona – La mano de Dios” di Marco Risi del 2007, che racconta la vita dell’argentino dall’infanzia fino al capodanno del 2000 ed è interpretato, in età adulta, da Marco Leonardi.

“Armando Maradona” di Javier Vazquez. un documentario classico e agiografico sul ‘Pibe de Oro’, con la non troppo originale concessione sul lato oscuro del calciatore che combatte contro le proprie debolezze umane e la dipendenza da cocaina.

“Maradonapoli”. Il film italiano, attualmente disponibile su Netflix, parla dell’eredità e del ricordo che ha lasciato a Napoli, città che vive ancora nella memoria e nella gratitudine verso Diego al quale in diversi vicoli sono stati addirittura eretti degli altarini come fosse un santo.

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