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Interviste

Carlo Lucarelli: Dopo l’emergenza studieranno l’eroismo italiano. Con i miei personaggi? Ho un rapporto di curiosità

Scrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo. Intervista a Carlo Lucarelli, uno dei volti di punta della televisione italiana

Antonella Valente

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Scrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo, Carlo Lucarelli è uno dei volti di punta della televisione italiana che ha tenuto per anni milioni di spettatori incollati allo schermo con programmi televisivi come “Blu Notte”, “La Tredicesima Ora” e tanti altri.
Padre del commissario De Luca, dell’ispettore Coliandro e del capitano Colaprico, solo per citarne alcuni, è anche ideatore di fiction ispirate ai suoi testi e della serie di successo “La porta rossa”.

Classe 1960, Lucarelli è uno dei massimi esperti dei misteri della cronaca italiana ma è anche un attento osservatore dei tempi che corrono e della precarietà che ad oggi più che mai la fa da padrona. E’ anche autore di “Controcanti”, spettacolo andato in scena al Teatro dei Marsi di Avezzano (AQ) lo scorso 2 marzo , in cui uno scrittore in fuga trova rifugio in uno scantinato e dove viene raggiunto da due musicisti insieme ai quali inizierà un viaggio semiserio tra gli orrori della censura dell’epoca fascista.

“Controcanti” è uno spettacolo che unisce storia, musica e mistero. Come nasce l’idea e perchè questo titolo?

In realtà nasce da una specie di intervista teatrale con Marco Caronna (voce e chitarra) e Alessandro Nidi (pianoforte), che sono con me sul palco. Si trattava di una chiacchierata e con il tempo è diventata sempre più teatrale. All’inizio abbiamo parlato della scrittura, poi della censura e alla fine abbiamo pensato che potesse avere una forma ancora più teatrale. Abbiamo iniziato a fare delle ricerche su cosa significasse la censura nel campo musicale, televisivo, dal punto di vista dei contenuti e abbiamo messo insieme questo spettacolo, fingendo di essere all’interno di una specie di radio clandestina congelata nel tempo.

Sei un esperto della polizia fascista, hai scritto anche una tesi di laurea su questo argomento, dal titolo “La visione della polizia nella memoria degli antifascisti”.
Come nasce la tua curiosità su queste tematiche?

Premesso che alla fine non mi sono mai laureato, la tesi è diventata il mio primo romanzo. Quando facevo l’università avevo iniziato a leggere e studiare un pò di cose che avevano a che fare con quel periodo. Studiavo filosofia politica e molto altro che mi aveva incuriosito su cosa significasse una dittaura. Mano a mano questa curiosità si è sposata con un’altra che avevo in mente, rispetto al romanzo giallo. Infatti, in questo c’è sempre un eroe, un investigatore, che di solito è un personaggio positivo, magari un pò strano, ma una brava persona, un eroe senza macchie e paure. A me piaceva, invece, l’ambiguità del poliziotto istituzionale, che è il detective del giallo, che se da un lato è un personaggio positivo e prende il lettore per mano portandolo fino alla fine, dall’altro nella situazione sociale in cui vive può essere negativo. A me piaceva questa ambiguità. Ho sposato l’idea di inserire personaggi cattivi anche se sono buoni e con uno sfondo che per me era perfetto, quello fascista, della repubblica sociale.

Uno dei tuoi programmi tv, su Rai 3, si intitolava “La Tredicesima ora”, in cui raccontavi storie di ribellione e di riscatto. Considerato il momento che stiamo vivendo, secondo te in questo periodo di isolamento forzato c’è la possibilità di un riscatto personale ma anche collettivo dell’intero paese?

Sicuramente sì. Una delle cose tipiche degli italiani è proprio la capacità di avere un riscatto nei momenti di emergenza. Proprio quando c’è un gran casino improvvisamente l’italiano dà il meglio di sè, dal volontariato, ad ogni forma di aiuto, è sempre in prima fila. Alla fine quello che è a salvare il mondo è un italiano. Sicuramente riusciremo ad avere un grosso riscatto. Basti pensare a chi si sta impegnando per tenere in piedi la macchina della sanità che sta facendo un lavoro di frontieria che neanche i fanti della prima guerra mondiale. Queste persone rischiano di ammalarsi, ma stanno lì come dei muli – in senso positivo – e tirano avanti. Questo è un grande riscatto. Il resto del mondo ci ha preso un pò in giro, ma credo che fra qualche mese verranno a studiare per vedere come si fa ad essere così eroici. Da un punto di vista personale, invece, con questo isolamento abbiamo molto tempo a disposizione, soprattutto per pensare, al di là di ogni problematica che quotidianamente ci si trova a vivere e che molte persone devono affrontare.

All’intero dei tuoi gialli, romanzi, testi, c’è un personaggio al quale sei maggiormente legato? Generalmente che tipo di legame c’è con i protagonisti dei tuoi lavori letterari?

C’è un rapporto di curiosità, altrimenti non li scriverei. Mi interessa sapere cosa succede dei personaggi di cui scrivo, perche non sono io. E questa cosa mi piace molto, c’è un rapporto di vicinanza e distanza allo stesso tempo. Alcuni mi incuriosiscono di più, altri di meno, ma succede a periodi. In alcuni momenti, ad esempio, De Luca mi poneva più domande, ma non per questo lo preferivo ad altri. Ad esempio dopo la fiction sul commissario De Luca, mi era stato chiesto di continuare a scriverne per una seconda stagione. Dissi di no, perchè temevo che questo personaggio diventasse come Coliandro, meraviglioso, ovviamente, ma, ormai, prodotto televisivo. Era uscito dalla dimensione letteraria e avevo paura che potesse accadere la stessa cosa con De Luca. In quel momento la cosa più giusta era quella.

Sei un grande appassionato di musica. Tra Coliandro, De Luca, Grazia Negro e Colaprico, tuoi personaggi ricorrenti, se fossero una band o un’artista musicale, chi sarebbero?

Non saprei, non è mica facile dirlo (ride ndr). Li vedo molto legati alla dimensione musicale in cui li ho messi e quindi faccio fatica a rispondere.

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi lavori letterari?

Di solito dalle cose che succedono. Quello che fa venire in mente tutto, però, è probabilmente una specie di punto interrogativo che c’è nei tempi. C’ho riflettuto molto e in effetti l’ultimo romanzo parla di una situazione simile a quella che stiamo vivendo ora. Tutti chiusi in casa, nell’inverno più nero, il pericolo che c’è fuori, la paura, gli ospedali in tilt, il coprifuoco. Forse, però, questo tipo di precarietà è qualcosa che stiamo vivendo da alcuni anni a questa parte, dal riscaldamento globale agli tsunami, dagli incendi in Australia fino ad arrivare al Coronavirus e tanto altro. E’ come se si avesse la sensazione di essere sotto attacco, le cose che valevano prima ora non valgono più, dobbiamo riconquistarcele o dobbiamo cambiare per tenerle. Tutto questo era nell’aria e da lì è nata una storia, ambientata, però, nel ’44 (“L’inverno più nero”, edito Einaudi, uscito lo scorso 3 marzo ndr).

Pensi che con “Blu Notte” sei stato uno dei primi, se non il primo, storyteller italiano?

Si, non perchè sia stato il più bravo, ma perchè sono stato uno dei primi. In precedenza ci sono state altre esperienze, come “Telefono giallo”, in cui si raccontava cronaca. Ma c’è stato anche Alessandro Baricco, da cui ho preso molto, anche se non sembra. Sono stato uno dei primi perchè al tempo le cose si facevano in maniera diversa. A raccontare erano i giornalisti che avevano un’altra tecnica. Dopo di me, molti non mi hanno imitato ma hanno rifatto la stessa cosa, ma solo perchè quel tipo di narrazione si fa in quel modo e basta.

C’è un ulteriore format tv che ti piacerebbe realizzare?

Si! Per un anno abbiamo fatto “Milonga Station”. Quel programma di intrattenimento che sembrava un varietà, ma non lo era, mi era piaciuto molto ed era un modo per parlare di letteratura e cinema. Mi sono anche divertito a fare “Almost True”, in cui delle vicende false venivano raccontate come se fossero vere. Ad oggi è impossibile realizzare un format simile perche le fake news, ormai, circolano nel quotidiano e le balle diventano vere. Io comunque posso fare solo questo, vengo fuori, racconto una storia e vado via.

In “Un giorno dopo l’altro” citi tantissime volte i testi di alcune canzoni dei Subsonica...

Sono da sempre un fan dei Subsonica! La logica era quella di utilizzare brani musicali che raccontassero un pezzettino della storia e i loro erano perfetti. Li ascoltavo tantissimo in quel periodo

… se non sbaglio era 2000 e l’anno precedente era uscito “Microchip emozionale”..

Si, l’album era quello lì. C’era “Colpo di pistola”, “Livido Amniotico” e “Tutti i miei sbagli”. Alcuni brani erano perfetti e ho messo un loro concerto di fianco alla storia. Sono stato contento, alla fine, perchè in uno degli album mi hanno ringraziato per averli inseriti nel mio romanzo. E’ stato un grande onore!

Si ringrazia Alessandro Martorelli

ph. Mondadori Portfolio via Getty Images

Interviste

I Punkreas sono più forti della pandemia: l’intervista tra passato e futuro

“La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”

Federico Falcone

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Il 2020 è stato un anno nero per la musica, tanto in chiave live vista l’impossibilità di portare avanti un certo tipo di concerti, quanto in studio di registrazione, a causa della difficoltà, in più momenti, di vedersi per comporre e registrare. Proviamo solo a pensare al senso di smarrimento degli esponenti di un certo tipo di musica, quella che fa dell’adrenalina, del coinvolgimento fisico e della necessità di scatenarsi sotto a un palco l’anima dei propri show.

“Il distanziamento sociale si dichiara colpevole, vostro onore. Ma ammette di non aver agito da solo”

Il pubblico è parte integrante dello stesso, non un contorno. Come si può restare impassibili, inerti, statici, mentre si prende parte a un concerto punk/hc oppure heavy metal o rock più in generale? Pogare, quanto di più caro a un fan, è stato a larghi tratti proibito. Troppo alto il rischio di contagio. Per non parlare, poi, di quelle poche sale al chiuso che dopo il lockdown hanno riaperto vedendo più che dimezzata la propria capienza e prevedendo, inoltre, un rigido distanziamento. Anche quando tutto sembrava volgere al meglio, come in estate.

I concerti all’aperto sono stati tanti, ma tutti sottoposti a una rigida sorveglianza.

E tutti sono stati diversi.

Una fase di passaggio, quella estiva, che ci aveva illusi di un ritorno alla normalità.

E ora, cosa accade? Prende piede il paradosso di sperare di poter rivivere quanto vissuto in estate, cioè il “meglio poco che niente“. L’Italia è stretta tra la morsa di una seconda ondata che in alcune regioni si sta rivelando devastante e una crisi economica ben più gravosa di quella del 2008. Ad ora, quindi, neanche il poco è concesso.

Ma c’è chi lotta, chi non si rassegna, chi prova ad andare avanti contro tutto e tutti. Chi, insomma, reagisce e non abbassa la testa. Come i Punkreas.

“Un anno nero certamente lo è stato. Per molti è stato anche l’anno zero, per altri un anno di transizione. Ma adesso è un disastro, non se ne esce. Ci sono categorie particolarmente colpite che vedono svanire i sacrifici di una vita”, dichiara Gabriele “Paletta” ai nostri microfoni. Lui, con Angelo “Cippa” e Paolo “Noyse” ha dato il via alla band nel 1989. Quest’anno ricorrevano i primi 30 anni di vita del gruppo che nel dicembre del 1990 dava alle stampe la demo “Isterico“. E tutto era pronto per una festa lunga dodici mesi, tra concerti elettrizzanti, ricordi e raduni con amici di vecchia e nuova data. Una grande famiglia che avrebbe voluto, e dovuto, tributare i Punkreas, band di punta della scena punk italiana.

Quale migliore occasione per festeggiare con un tour celebrativo una carriera lunga e ricca di soddisfazioni?

E quale peggior scherzo del destino se non quello di una pandemia che lo ha impedito?

E pensare che l’anno era iniziato alla grande: un disco per ripercorrere l’intera carriera (XXX – 1989-2019: The Best) e una festa di compleanno clamorosa (il 25 gennaio all’Alcatraz di Milano). Da “Acà Toro” a “Disgusto totale“, dalla “Canzone del Bosco” a “Voglio Armarmi” fino all’ultimo singolo, “Sono Vivo“: tutto era allineato per dare fuoco agli amplificatori e scatenare stage diving e furore sotto al palco. Dopo il 25 gennaio tutto è cambiato e i primi casi di contagio da covid 19 a Codogno e Vò Euganeo hanno fatto calare il sipario sulla live music in Italia.

Prime chiusure, fuga di treni tre le regioni e tutti a casa senza potersi allontanare per più di 200 metri.

Appena passata la primavera, suddivisa tra Fase 1 e Fase 2, i Punkreas sono tornati in pista, con un nuovo show, riadattato per l’occasione. Il trio storico per portare avanti un concerto storico, in chiave acustica. Un rialzare la testa tipico dei grandi, di coloro che vivono di passione e per coloro che, invece, vivono di lavoro. Perché la musica è un lavoro e chi di essa campa è rimasto fermo al palo. I più fortunati hanno ottenuto qualche bonus e alcuni ristori. I più fortunati, appunto. Aspetto, questo, che ha ulteriormente convinto Paletta e soci a organizzare un tour estivo per festeggiare ugualmente i 30 anni di carriera.

Ci siamo dovuti adattare al momento con una tournée organizzata dal niente. Abbiamo totalmente rimodulato il tour e i canoni stilistici precedentemente previsti per dare vita a uno spettacolo più coerente con il momento storico”, spiega Paletta. “Abbiamo previsto il racconto di una serie di aneddoti dal 1989 a oggi, tutti divertenti proprio per sorridere e rallegrarci, che non fa male. Abbiamo raccontato il nostro percorso e anche i momenti più esaltanti, come il concerto di spalla ai Rage Against The Machine o l’incontro con Joe Strummer. Ma anche di quando la mattina andavamo a scuola e la sera, invece, a suonare in giro”.

La musica è una medicina per far sorridere la gente. Ai nostri concerti c’è assembramento, ovviamente, e ciò adesso non può esserci, come non poteva esserci in estate. L’acustico è stato interessante e soddisfacente, abbiamo avuto un ottimo riscontro da parte del pubblico. Se siamo invecchiati? Non lo so, anzi, direi che negli ultimi dischi abbiamo ripreso un po’ lo sprint che avevamo all’inizio. Suoniamo sempre quello che ci piace fare. Come un buon vino, siamo invecchiati bene”.

Come in tutte le storie trentennali, ci sono stati momenti esaltanti e momenti anche negativi.

“I primi anni era bello poter andare in giro per ogni regione italiana, tra i vari centri sociali. Erano momenti di aggregazione dove la gente veniva senza neanche conoscerti, adesso i posti non ci sono più e le band emergenti – ce ne sono molte interessanti – non hanno la possibilità di esibirsi. I grandi festival erano il top, come l’Heineken Jammin’ dove suonarono, appunto, i RATM davanti a 60mila persone. Ricordi negativi? Il G8 di Genova, ma sicuramente anche questo anno che è passato. Abbiamo iniziato la tournée con un sold out all’Alcatraz e il giorno dopo è crollato tutto, non abbiamo più potuto fare niente. E’ stato l’anno più brutto“.

Non riuscire suonare dal vivo è un disastro e se il web ha ridotto le distanze è anche vero che la musica è fatta per essere suonata di fronte a un pubblico. La tecnologia non può sopperire a tutto. Non è questione di essere parte della vecchia scuola, ma di sapere esattamente cosa vuol dire il brivido di un concerto. La nostra attitudine è sempre stata quella, l’unica cosa che sappiamo fare è mandare messaggi per fare riflettere. La scena, da un punto di vista concettuale, si è impoverita. Per quanto riguarda il nostro pubblico c’è sempre una super attenzione. In generale devo ammettere che i contenuti sono sempre di meno”. Le etichette ancora decidono cosa pubblicare. Ancora oggi le lobby decidono cosa pubblicare”.

Una storia vecchia, quella del mercato discografico spesso ottuso e incapace di andare oltre al trend del momento. Come storia vecchia è il rapporto tra musica e politica. Le elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sono state tra le più seguite (e votate) della storia.

“Con le lobyy di mezzo escono fuori sempre voti dell’ultimo momento, ma peggio di Trump non si poteva fare. Ne ero già consapevole prima, e lo sono tutt’ora. In otto anni Obama ha fatto una fatica strepitosa per la sanità e per accorciare la distanze tra le classi sociali. Poi è arrivato Trump e ha di fatto azzerato – se non riportato gli States ancora più indietro – quanto fatto dal suo predecessore”.

E’ stato l’anno più brutto. Ma è il momento di guardare avanti.

Nuovi obiettivi da porsi e nuovi traguardi da raggiungere.

Il momento di tornare alla normalità arriverà.

Questa pandemia, come ha avuto un inizio avrà una fine e la voglia di scatenarsi sotto a un palco sarà più viva che mai.

“Avevamo in cantiere la tournée e da lì vogliamo ripartire. E’ stata preparata bene. Per quanto riguarda la nostra musica: abbiamo buttato giù altre idee e diverse nuove canzoni. L’idea è quella di fare uscire qualcosa di nuovo come regalo ai nostri fans. La gente ha voglia di tornare ai concerti e quando tutto questo finirà, andare a uno show varrà doppio”. Come dargli dargli torto.

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Interviste

La dark wave italiana è più viva che mai con La Grazia Obliqua

Domenico Paris

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In attesa che il nuovo anno ci regali la loro seconda fatica discografica e ci permetta di tornarli a vedere dal vivo, abbiamo fatto un veloce punto della situazione con Alessandra “Trinity” Bersiani, polistrumentista e cantante de La Grazia Obliqua, il combo romano che in questi ultimi anni ha fatto molto parlare di sé nella scena dark wave italiana e non solo.

Cominciamo con le novità: nel 2021 è prevista l’uscita di un vostro album intitolato “Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali”. Puoi fornirci qualche anticipazione sul progetto e raccontarci come è nata l’idea?

“Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali” nasce come una sorta di secondo capitolo rispetto al primo album, nel quale il focus era il disorientamento a seguito dell’incontro con la dimensione della crisi sia sociale che personale dell’uomo, che si sente perso per la mancanza di punti di riferimento. In questo secondo capitolo si passa ad una fase in cui dal disorientamento ci si immerge in una serie di emozioni diverse tra loro, da momenti più depressivi ad altri in cui c’è maggiore esuberanza, ma soprattutto affrontiamo il tema della paura della perdita dell’anima e la ricerca di nuovi sentimenti. È il capitolo della “presa di coscienza”, del contatto con il dolore che porta però verso una speranza.

La vostra ultima sortita discografica, l’EP “Oltre”, rispetto al vostro debutto “Canzoni per tramonti e albe – al crepuscolo dell’Occidente”, sembra suggerire una virata musicale su territori più contemporanei ed eterogenei rispetto al dark wave. È così e, se sì, dove vi proponete di arrivare nel vostro percorso evolutivo?

È vero, ci siamo un po’ staccati da certi stilemi dark e ci stiamo allargando ad ampio raggio verso una dimensione forse più vicina alla scuola di Firenze – città simbolo della wave italiana – o comunque più personale che fa parte anche di un percorso di ricerca. Quando si cerca qualcosa di nuovo lo si cerca ovunque, e così è per noi nella musica. Di conseguenza, gli stili musicali che lambiamo in questo nuovo album sono decisamente più variegati. E già sappiamo che la nostra ricerca non si fermerà qui, sappiamo esattamente fin d’ora dove vogliamo arrivare con i lavori che seguiranno questo “Canzoni d’amore e morte e altri eventi accidentali”. Siamo avidi di sperimentazione e la nostra musica sarà sempre più d’avanguardia.

Sempre rimanendo a questa release, le canzoni “Resta” e “Waiting For The Dawn” ti vedono nei panni di lead vocalist. Pensi che nel futuro prossimo ti troveremo più spesso in questa veste o comunque più impegnata dietro al microfono rispetto al passato?

Nell’EP “Oltre”, due brani su quattro mi vedono impegnata come cantante principale (“Resta” e “Waiting For The Dawn”). Il motivo per cui nel precedente album ho cantato un solo brano (“Lilith”) è perché sono entrata nella band a registrazioni quasi completate. Ma ormai l’utilizzo della doppia voce, insieme al lead vocalist Alessandro Bellotta, è un marchio di fabbrica de La Grazia Obliqua, quindi penso che il mio contributo dietro al microfono continuerà ad essere molto significativo.

La ristampa del vostro primo full length è stata distribuita da un’etichetta storica dell’underground italiano ed europeo come la Contempo. Quali sono stati i riscontri ad oggi ed è ipotizzabile che questa collaborazione possa ripetersi per le prossime uscite? Ah, ovviamente ci piacerebbe sapere anche come vi siete trovati con la label fiorentina.

Sì, abbiamo presentato la ristampa del nostro primo album a cura della Contempo a fine settembre nel negozio storico a Firenze, insieme ai Pankow che in quell’occasione presentavano a loro volta il loro nuovo EP. Il riscontro, per quanto riguarda la partecipazione di pubblico all’evento, è stato ottimo. Sicuramente con questa etichetta abbiamo un canale preferenziale di comunicazione, ma al momento qualsiasi considerazione in termini di produzione e distribuzione del nuovo album è prematura perché, a parte l’EP appena uscito, siamo ancora impegnati nella stesura di gran parte dei brani che lo comporranno. Noi siamo fan di quello che ha pubblicato la Contempo negli anni, siamo cresciuti ascoltando le loro produzioni, quindi è stato naturale sentirci a casa e trovarci bene con loro.

Nel collettivo de La Grazia Obliqua il tuo contributo è molto importante, essendo tu la polistrumentista della band, oltre ad occuparti dei backing vocals su diverse tracce. Pensi che questa esperienza, da un punto di vista tuo personale, sia quella più appagante della tua carriera? Potresti anche farci una panoramica completa di quelle che l’hanno preceduta (e anche di quelle in atto al di fuori della “casa madre”)?

Ogni band con cui ho suonato è stata un tassello fondamentale per la mia crescita artistica e personale. La mia prima esperienza risale agli anni ’80, come tastierista di una band progressive metal chiamata Seth. Come batterista e polistrumentista avevo un mio progetto di post-rock/psichedelia, i Glareshift, con cui abbiamo realizzato due album. Sempre come batterista ho suonato in diverse situazioni molto eterogenee tra loro: dal gothic metal degli Alchem al grunge dei Seattle In Rome, da una tribute band dei Cure al rock irlandese degli Her Pillow, al glam rock degli Oak Glam (con i quali siamo stati inseriti in un cofanetto prodotto dalla nota etichetta Black Widow di Genova). Ho collaborato come flautista e cantante con alcuni musicisti sia italiani che stranieri, tra cui Kota, l’ex bassista giapponese dei Christian Death. Sicuramente La Grazia Obliqua è il contesto che più mi dà la possibilità di esprimermi anche come compositrice e arrangiatrice, un aspetto del fare musica che mi appaga e mi stimola enormemente. Inoltre, al momento, anche se con tempi molto dilatati, ho un mio side-project chiamato Double Dare in cui canto repertorio dark rivisitato in versione acustica. E, notizia in anteprima, presto mi siederò nuovamente dietro le pelli in occasione della reunion di una band storica, ma per ora non voglio svelare troppi dettagli.

Il concept espressivo del gruppo sembra essere improntato al culto della bellezza, inteso soprattutto come capacità di resistenza alle storture e alla disintegrazione di certi principi estetici che sembrano non appartenere più alla nostra società, attraverso il disallineamento ideologico. Al di fuori della musica, questo atteggiamento vi pertiene anche come individui? Qual è la tua, la vostra attitudine fuori dal palco?

Hai esattamente messo a fuoco quella che è la nostra caratteristica peculiare. Nella scrittura e composizione dei nostri brani ricerchiamo sempre la bellezza, ma soprattutto utilizziamo l’arte per compensare quello che non riusciamo a realizzare nella vita di tutti i giorni. Nel nostro caso è difficile, se non impossibile, discernere il musicista dalla persona. Poi, per carità, tutto è “spettacolo”, però la nostra attitudine è principalmente artistica e solo incidentalmente di intrattenimento, quindi direi che ciò di cui parliamo nelle nostre canzoni è esattamente ciò che siamo.

A proposito di palco: l’attuale stato di emergenza legato al COVID, nonostante qualche recente live romano, credo abbia penalizzato fortemente anche voi nella promozione dei vostri dischi. State già pensando a come creare un calendario per il prossimo anno? E, soprattutto, considerato il vostro genere, state cercando di pianificare anche delle date all’estero? E, già che ci siamo, quale pensi possa essere il Paese più ricettivo nei confronti di una proposta come la vostra?

Il Covid in realtà non ci ha penalizzati perché le piattaforme digitali hanno funzionato ugualmente a pieno regime per quanto riguarda la promozione e la distribuzione della nostra musica. In merito ai live, nel rispetto delle norme e dei decreti siamo riusciti comunque a suonare, l’unico stop forzato è stato durante il lockdown di marzo ma ne abbiamo approfittato per registrare a distanza le canzoni dell’EP “Oltre” e per alcuni di noi è stato anche un momento per dedicarsi a progetti paralleli anche di un certo spessore: ad esempio Valerio Michetti, il nostro batterista, ha suonato nell’ultimo album dei Submarine Silence di Cristiano Roversi (musicista/collaboratore abituale di Massimo Zamboni dei CCCP/C.S.I.) ed in quello solista di Flavio Ferri dei Delta V, al fianco di nomi come Gianni Maroccolo (Litfiba, CCCP e C.S.I.) e Livio Magnini (Bluvertigo). Al momento non abbiamo date anche perché all’estero stanno vivendo il lockdown con tempistiche diverse rispetto a noi. Comunque, ipotizzando dei paesi idealmente adatti alla nostra musica, senz’altro punteremmo a Germania, Inghilterra, Giappone e Stati Uniti.

Quali sono le pietre angolari nella tua formazione di musicista e, più in generale, a livello artistico?

Sono cresciuta ascoltando fin da molto piccola la musica più disparata, dal jazz alla classica, passando per il metal e l’elettronica/sperimentale. I miei primi grandi amori musicali sono stati Beatles, The Who, Genesis, Jefferson Airplane, Talking Heads e Police. Ad oggi, per fare un sunto, direi che i miei maggiori riferimenti compositivi sono Rozz Williams, Coil, Aphex Twin, Nico come solista, György Ligeti e, per quanto riguarda il nostro Paese, sicuramente Andrea Chimenti e C.S.I.

Una curiosità per concludere: faresti di tutto per condividere un tour con?

Avendo un background musicale piuttosto ricco, sono moltissimi gli artisti con cui vorrei condividere il palco, ma forse, sopra ogni altro, mi piacerebbe poter suonare insieme ai Christian Death, una quarantennale band di culto del movimento goth internazionale.

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Cinema

“Una nuova prospettiva”, Emanuela Ponzano racconta il suo nuovo film

“L’intento è quello di risvegliare, nella misura del possibile, la coscienza del pubblico, il suo senso di responsabilità verso ciò che potrebbe succedere sotto casa sua, senza rendersi conto che sono situazioni già avvenute nel passato, studiate a scuola sui libri.” L’intervista alla regista Emanuela Ponzano

Alberto Mutignani

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Una nuova prospettiva” è un cortometraggio drammatico diretto da Emanuela Ponzano. Il film, selezionato all’interno della 38esima edizione del Torino Film Festival, vuole ricordare come eventi così gravi come l’attualissimo problema dei rifugiati alle porte d’Europa sia legato profondamente e paradossalmente allo stesso motivo per il quale l’Europa è stata costruita dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ovvero non ripetere l’orrore dei campi di concentramento e favorire la pace tra gli Stati Uniti di Europa, contrastando il ritorno di nazionalismi e odio razziale. Nel cast, il giovane Zoltan Cservak (“Il figlio di Saul”), Donatella Finocchiaro e Ivan Franek, mentre troviamo la firma di Daniele Ciprì alla fotografia.


1. L’impressione iniziale è che il corto miri a creare un’ambiguità temporale: non è chiaro in che periodo storico ci troviamo, e quando pensiamo di averlo capito, il punto di vista cambia. Qual è l’obiettivo di questa ricerca di straniamento? 

L’obiettivo è proprio quello di creare il dubbio nello spettatore. L’epoca non deve essere facilmente identificabile così da permettere una maggiore riflessione tra passato e presente. Il tempo è protagonista e fare un film sulla memoria mi ha permesso di tornare alla potenza centrale del cinema ovvero: l’illusione. Realizzare un film creando un effetto ottico, un “trompe l’oeil” per lo spettatore usando il Tempo. Il titolo parla appunto di “prospettiva”. L’intento è quello di risvegliare, nella misura del possibile, la coscienza del pubblico, del singolo individuo, il suo senso di responsabilità verso ciò che potrebbe succedere sotto casa sua, senza rendersi neanche conto che sono situazioni già avvenute nel passato, studiate a scuola sui libri. La Prospettiva cinematografica permette la speranza di una prospettiva migliore oppure il ritorno all’eterna ripetizione del passato.

2. Il film si impegna a portare avanti un messaggio solidale contro concetti come nazionalismo e razzismo. Di fatto, crede che il cinema possa avere un peso in questo dibattito, e in che modo?

Il Cinema nel passato ha già dimostrato di essere un veicolo di emancipazione sociale e umana. Molti grandi film e documentari hanno permesso di gridare, di mettere a fuoco ciò che la politica non riusciva a migliorare. Penso a Platoon, Qualcuno volò sul nido del Cuculo, L’odio (La Haine) solo per citarne alcuni. L’arte a tutti gli effetti costituisce uno specchio della società e il cinema ha quella potenza comunicativa che permette a largo spettro la denuncia e la riflessione. È sempre stato un mio desiderio poter contribuire attraverso la mia arte ad una piccola possibilità di poter migliorare il mondo.

3. Il corto presenta pochissime linee di dialogo, è l’immagine a parlare. Ci racconta com’è nata la collaborazione con Daniele Ciprì e come è stata pensata e costruita la fotografia per il film? 

Non sono una fan dei dialoghi. Preferisco i sensi, le percezioni e i non-detti. Con Daniele volevamo lavorare insieme da molti anni e finalmente quando un giorno al bar gli parlai di questo progetto fu subito rapito dalla difficoltà temporale nel realizzare un passaggio d’epoca. Come facciamo un film sulla memoria? Era già sedotto dalla mia proposta di fare un cambio di formato durante il film. Essendo Daniele Cipri un vero maestro di grande umiltà come ce ne sono pochi, abbiamo cominciato ad inviarci idee di riferimenti cinematografici a vicenda come due bambini. Da Tarkovskij a Truffaut, passando da alcuni film contemporanei che ci avevano fortemente impressionato, abbiamo deciso di andare sui contrasti, sulla ruggine che nel cambio temporale diventava poi colore vivo, quasi sovraesposto. 

4. Questo corto nasce dalla sua visita al confine ungherese. Che cosa l’ha spaventata di quel muro spinato?

Oltre ad essere di origine ungherese, personalmente sono stata molto colpita dalla visione del muro spinato, del confine (Hatar) ungherese dal 2015. Di come l’immagine di lunghe file di adulti e bambini disperati, con in braccio solo un sacco, ammassati contro una rete coperta da filo spinato e umiliati dalla richiesta di spogliarsi dei loro beni una volta accolti nei “campi d’integrazione”, mi ricordasse il lontano – ma forse non troppo – 1942. Poi mi sono documentata in questi anni e ho visto scene violente dove i migranti venivano picchiati o rincorsi nei boschi con i cani e i fucili. Ieri è successo a Parigi in pieno centro a Place de la Republique.

5. “Una nuova prospettiva” è un film di impegno civile, che parla di politica, che parla di uomini, ed è soprattutto un film che riflette sui tempi attuali. Nel fare questo tipo di cinema, così connesso con l’attualità, non si corre il rischio di creare qualcosa troppo dipendente dalla realtà di oggi, che in futuro potrebbe non essere più apprezzata o capita?

Sinceramente no. Se la storia si ripete, un film come il mio non ha appunto date, rimane universale e purtroppo rischia di rimanere sempre molto attuale. Speriamo di no. L’importante è la Memoria, non l’attualità.

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