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Interviste

Carlo Lucarelli: Dopo l’emergenza studieranno l’eroismo italiano. Con i miei personaggi? Ho un rapporto di curiosità

Scrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo. Intervista a Carlo Lucarelli, uno dei volti di punta della televisione italiana

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Scrittore, sceneggiatore e conduttore televisivo, Carlo Lucarelli è uno dei volti di punta della televisione italiana che ha tenuto per anni milioni di spettatori incollati allo schermo con programmi televisivi come “Blu Notte”, “La Tredicesima Ora” e tanti altri.
Padre del commissario De Luca, dell’ispettore Coliandro e del capitano Colaprico, solo per citarne alcuni, è anche ideatore di fiction ispirate ai suoi testi e della serie di successo “La porta rossa”.

Classe 1960, Lucarelli è uno dei massimi esperti dei misteri della cronaca italiana ma è anche un attento osservatore dei tempi che corrono e della precarietà che ad oggi più che mai la fa da padrona. E’ anche autore di “Controcanti”, spettacolo andato in scena al Teatro dei Marsi di Avezzano (AQ) lo scorso 2 marzo , in cui uno scrittore in fuga trova rifugio in uno scantinato e dove viene raggiunto da due musicisti insieme ai quali inizierà un viaggio semiserio tra gli orrori della censura dell’epoca fascista.

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“Controcanti” è uno spettacolo che unisce storia, musica e mistero. Come nasce l’idea e perchè questo titolo?

In realtà nasce da una specie di intervista teatrale con Marco Caronna (voce e chitarra) e Alessandro Nidi (pianoforte), che sono con me sul palco. Si trattava di una chiacchierata e con il tempo è diventata sempre più teatrale. All’inizio abbiamo parlato della scrittura, poi della censura e alla fine abbiamo pensato che potesse avere una forma ancora più teatrale. Abbiamo iniziato a fare delle ricerche su cosa significasse la censura nel campo musicale, televisivo, dal punto di vista dei contenuti e abbiamo messo insieme questo spettacolo, fingendo di essere all’interno di una specie di radio clandestina congelata nel tempo.

Sei un esperto della polizia fascista, hai scritto anche una tesi di laurea su questo argomento, dal titolo “La visione della polizia nella memoria degli antifascisti”.
Come nasce la tua curiosità su queste tematiche?

Premesso che alla fine non mi sono mai laureato, la tesi è diventata il mio primo romanzo. Quando facevo l’università avevo iniziato a leggere e studiare un pò di cose che avevano a che fare con quel periodo. Studiavo filosofia politica e molto altro che mi aveva incuriosito su cosa significasse una dittaura. Mano a mano questa curiosità si è sposata con un’altra che avevo in mente, rispetto al romanzo giallo. Infatti, in questo c’è sempre un eroe, un investigatore, che di solito è un personaggio positivo, magari un pò strano, ma una brava persona, un eroe senza macchie e paure. A me piaceva, invece, l’ambiguità del poliziotto istituzionale, che è il detective del giallo, che se da un lato è un personaggio positivo e prende il lettore per mano portandolo fino alla fine, dall’altro nella situazione sociale in cui vive può essere negativo. A me piaceva questa ambiguità. Ho sposato l’idea di inserire personaggi cattivi anche se sono buoni e con uno sfondo che per me era perfetto, quello fascista, della repubblica sociale.

Uno dei tuoi programmi tv, su Rai 3, si intitolava “La Tredicesima ora”, in cui raccontavi storie di ribellione e di riscatto. Considerato il momento che stiamo vivendo, secondo te in questo periodo di isolamento forzato c’è la possibilità di un riscatto personale ma anche collettivo dell’intero paese?

Sicuramente sì. Una delle cose tipiche degli italiani è proprio la capacità di avere un riscatto nei momenti di emergenza. Proprio quando c’è un gran casino improvvisamente l’italiano dà il meglio di sè, dal volontariato, ad ogni forma di aiuto, è sempre in prima fila. Alla fine quello che è a salvare il mondo è un italiano. Sicuramente riusciremo ad avere un grosso riscatto. Basti pensare a chi si sta impegnando per tenere in piedi la macchina della sanità che sta facendo un lavoro di frontieria che neanche i fanti della prima guerra mondiale. Queste persone rischiano di ammalarsi, ma stanno lì come dei muli – in senso positivo – e tirano avanti. Questo è un grande riscatto. Il resto del mondo ci ha preso un pò in giro, ma credo che fra qualche mese verranno a studiare per vedere come si fa ad essere così eroici. Da un punto di vista personale, invece, con questo isolamento abbiamo molto tempo a disposizione, soprattutto per pensare, al di là di ogni problematica che quotidianamente ci si trova a vivere e che molte persone devono affrontare.

All’intero dei tuoi gialli, romanzi, testi, c’è un personaggio al quale sei maggiormente legato? Generalmente che tipo di legame c’è con i protagonisti dei tuoi lavori letterari?

C’è un rapporto di curiosità, altrimenti non li scriverei. Mi interessa sapere cosa succede dei personaggi di cui scrivo, perche non sono io. E questa cosa mi piace molto, c’è un rapporto di vicinanza e distanza allo stesso tempo. Alcuni mi incuriosiscono di più, altri di meno, ma succede a periodi. In alcuni momenti, ad esempio, De Luca mi poneva più domande, ma non per questo lo preferivo ad altri. Ad esempio dopo la fiction sul commissario De Luca, mi era stato chiesto di continuare a scriverne per una seconda stagione. Dissi di no, perchè temevo che questo personaggio diventasse come Coliandro, meraviglioso, ovviamente, ma, ormai, prodotto televisivo. Era uscito dalla dimensione letteraria e avevo paura che potesse accadere la stessa cosa con De Luca. In quel momento la cosa più giusta era quella.

Sei un grande appassionato di musica. Tra Coliandro, De Luca, Grazia Negro e Colaprico, tuoi personaggi ricorrenti, se fossero una band o un’artista musicale, chi sarebbero?

Non saprei, non è mica facile dirlo (ride ndr). Li vedo molto legati alla dimensione musicale in cui li ho messi e quindi faccio fatica a rispondere.

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi lavori letterari?

Di solito dalle cose che succedono. Quello che fa venire in mente tutto, però, è probabilmente una specie di punto interrogativo che c’è nei tempi. C’ho riflettuto molto e in effetti l’ultimo romanzo parla di una situazione simile a quella che stiamo vivendo ora. Tutti chiusi in casa, nell’inverno più nero, il pericolo che c’è fuori, la paura, gli ospedali in tilt, il coprifuoco. Forse, però, questo tipo di precarietà è qualcosa che stiamo vivendo da alcuni anni a questa parte, dal riscaldamento globale agli tsunami, dagli incendi in Australia fino ad arrivare al Coronavirus e tanto altro. E’ come se si avesse la sensazione di essere sotto attacco, le cose che valevano prima ora non valgono più, dobbiamo riconquistarcele o dobbiamo cambiare per tenerle. Tutto questo era nell’aria e da lì è nata una storia, ambientata, però, nel ’44 (“L’inverno più nero”, edito Einaudi, uscito lo scorso 3 marzo ndr).

Pensi che con “Blu Notte” sei stato uno dei primi, se non il primo, storyteller italiano?

Si, non perchè sia stato il più bravo, ma perchè sono stato uno dei primi. In precedenza ci sono state altre esperienze, come “Telefono giallo”, in cui si raccontava cronaca. Ma c’è stato anche Alessandro Baricco, da cui ho preso molto, anche se non sembra. Sono stato uno dei primi perchè al tempo le cose si facevano in maniera diversa. A raccontare erano i giornalisti che avevano un’altra tecnica. Dopo di me, molti non mi hanno imitato ma hanno rifatto la stessa cosa, ma solo perchè quel tipo di narrazione si fa in quel modo e basta.

C’è un ulteriore format tv che ti piacerebbe realizzare?

Si! Per un anno abbiamo fatto “Milonga Station”. Quel programma di intrattenimento che sembrava un varietà, ma non lo era, mi era piaciuto molto ed era un modo per parlare di letteratura e cinema. Mi sono anche divertito a fare “Almost True”, in cui delle vicende false venivano raccontate come se fossero vere. Ad oggi è impossibile realizzare un format simile perche le fake news, ormai, circolano nel quotidiano e le balle diventano vere. Io comunque posso fare solo questo, vengo fuori, racconto una storia e vado via.

In “Un giorno dopo l’altro” citi tantissime volte i testi di alcune canzoni dei Subsonica...

Sono da sempre un fan dei Subsonica! La logica era quella di utilizzare brani musicali che raccontassero un pezzettino della storia e i loro erano perfetti. Li ascoltavo tantissimo in quel periodo

… se non sbaglio era 2000 e l’anno precedente era uscito “Microchip emozionale”..

Si, l’album era quello lì. C’era “Colpo di pistola”, “Livido Amniotico” e “Tutti i miei sbagli”. Alcuni brani erano perfetti e ho messo un loro concerto di fianco alla storia. Sono stato contento, alla fine, perchè in uno degli album mi hanno ringraziato per averli inseriti nel mio romanzo. E’ stato un grande onore!

Si ringrazia Alessandro Martorelli

ph. Mondadori Portfolio via Getty Images

Interviste

Con “La notte arriva sempre”, Willy Vlautin torna a dar voce alla working class [Ita/Eng]

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Tornato da poco più di un mese nelle librerie con il nuovo, struggente La notte arriva sempre, Willy Vlautin si è ormai affermato come una delle voci più potenti della letteratura contemporanea americana, grazie ad una vena narrative baciata da un’ispirazione costante e da una rara capacità di descrivere senza troppi orpelli l’everyday life della working class e degli emarginati. Ecco cosa ci ha raccontato a proposito della sua ultima fatica.

English version below

Iniziamo con la scelta di raccontare gli eventi narrati in 48 ore: perché questa unità spazio-temporale così limitata?

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Volevo conferire un’atmosfera frenetica e disperata al libro perché il mondo di Lynette, la protagonista, sta cambiando velocemente, così come l’economia della sua città, e lei sa che è rimasta indietro rispetto a questi cambiamenti.

Al di là di Lynette e dei pochi altri personaggi, in questo libro sembra che il vero protagonista, almeno per la capacità di mettere in moto gli eventi, sia la casa che la tua antieroina sta disperatamente cercando di comprare. Perché? E, in qualche modo, volevi sottolineare il problema che molti americani sembrano avere al giorno d’oggi per assicurarsi un tetto sopra le loro teste?

Una delle cose che mi hanno insegnato da bambino è stato il sogno americano della proprietà della casa. Mi hanno insegnato che se possiedi il posto dove abiti, avrai un po’di potere, un po’ di sicurezza e di autonomia. E Lynette, appunto, vede la casa come la sua ultima possibilità di avere sicurezza e un po’di potere. I prezzi delle abitazioni nelle grandi città degli Stati Uniti stanno aumentando molto più rapidamente dei salari e lei lo sa. Il suo sogno americano si sta rapidamente dissolvendo e lei se ne rende conto e, allo stesso tempo, vede la sua famiglia cadere a pezzi.

Rispetto ai tuoi romanzi precedenti, leggendo queste pagine ho avuto l’impressione che tu abbia reso il tuo stile ancora più essenziale per far parlare la nuda verità dei fatti. È stata questa la linea guida che hai seguito e, in tal caso, consideri La notte arriva sempre come una sorta di approdo definitivo per la tua scrittura, un modello per le opere a venire?

Ogni libro ha il suo stile entro i confini di ciò che sono in grado di fare. Con questo volevo trasmettere velocità e senso di panico, solitudine e oscurità. Così ho mantenuto le frasi semplici e cariche di inquietudine. Lynette sta cercando di salvare la sua famiglia e la loro casa, ma è anche una persona mentalmente fragile. È dura, lei è sempre a un passo dal ritrovarsi completamente a pezzi.

Sempre rimanendo in tema: come si ottiene una “rarefazione” così definitiva? È un modo completamente naturale di scrivere o hai bisogno di un importante lavoro di rielaborazione tra una bozza e l’altra?

Modifico molto. Tendo a lavorare parecchio su ogni libro e su ogni singola frase. Posso magari scrivere una bozza abbastanza velocemente, anche in meno di un anno, ma poi ne passo almeno un altro paio a rielaborarla.

Pur nelle terribili difficoltà di ogni ordine e genere, i protagonisti dei tuoi romanzi, anche quando si sono macchiati di qualche colpa, sembrano sempre brave persone che non vogliono arrendersi a un destino sbagliato e a un mondo avverso. Da dove viene questa forza per non lasciarsi mai andare completamente?

Molte volte scrivo queste storie per aiutarmi a rimanere a galla io stesso. Le scrivo per ricordarmi che non devo arrendermi, non devo lasciarmi andare completamente. Quindi, in questo libro, Lynette è il mio promemoria per non perdere la speranza. E per ricordarmi che non ottieni niente lasciandoti andare, che non ottieni nulla se sei come Doreen, la madre di Lynette.

Basandosi su una prima impressione, Lynette e sua madre sembrano rappresentare due poli opposti, con la prima che incarna l’immagine dell’”arrendersi mai” e la seconda, invece, che appare come uno dei tuoi personaggi più rassegnati e sconfitti. Tuttavia, ci sono alcuni passaggi nel libro in cui questa impressione, questo tipo di dicotomia, sembra venir meno. Potresti in qualche modo farci capire come volevi davvero bilanciare la loro relazione in queste pagine?

Lynette e sua madre, Doreen, hanno una relazione complicata. A causa di Kenny, il fratello più piccolo e disabile di Lynette, sono state costrette a trascorrere insieme più tempo di quello che normalmente dovrebbero trascorrere insieme una madre e una figlia e sono entrambe co-dipendenti da lui. Leggendo il romanzo, penso si realizzi abbastanza facilmente che sia la madre che la figlia appaiano esauste dall’assistenza da dover prestare a Kenny. La madre ha fatto delle scelte sbagliate nella vita ma ha anche sopportato dei passaggi a vuoto esistenziali importanti. Non ha avuto molta fortuna, o forse non ha mai saputo riconoscerla. Ha più o meno rinunciato alla speranza di poter sopravvivere con successo nella nuova Portland. Lynette, invece, crede ancora nell’antico principio tipico americano in base al quale se lavori sodo puoi avere successo. Quindi si parla sostanzialmente del solito argomento: provarci o non provarci nella vita. L’aspetto più importante del loro rapporto è che si tratta di una relazione che si sta sgretolando. La madre sta rompendo con sua figlia. È stanca di lei.

Con la sua ambientazione molto notturna, La notte arriva sempre sembra davvero dimostrare che quando Henry Miller ha definito l’America un “lungo incubo al neon” non stava affatto esagerando. È davvero così e quanto pensi che questi ultimi due anni di emergenza pandemica e crisi economica correlata abbiano peggiorato il quadro della situazione?

Ormai sono tante le città degli Stati Uniti che sono diventate inaccessibili per la classe operaia. Questo libro parla di una famiglia che cerca di capire come cavalcare l’onda della gentrificazione. Lynette non vuole rimanere indietro rispetto a questo fenomeno. Ma la maggior parte delle famiglie non lo accetta, non riesce a tenergli testa. Con questo libro, mi interessava far vedere come una famiglia in disfacimento potesse sopravvivere a un cambiamento così rapido della propria città e dell’economia sulla quale si fonda.

Rimanendo in argomento: hai ambientato questo romanzo nella tua città adottiva, Portland. Una scelta, credo, non casuale. Perché?

Ho ambientato il romanzo qui perché i prezzi delle case a Portland sono aumentati quasi 5 volte mentre i salari soltanto due. Ci sono dozzine e dozzine di nuovi condomini in costruzione, ma allo stesso tempo appaiono sempre più delle specie di “accampamenti”. Oggi come oggi, le persone vivono permanentemente in questa situazione di precarietà. La crescita dell’edilizia insieme all’esplosione del fenomeno dei senzatetto lascia senza fiato. Il cambiamento è stato così drammatico e inquietante che ho dovuto ambientare la storia da queste parti.

L’Italia è un Paese che, romanzo dopo romanzo, sta imparando ad amarti. Se ti offrissero di vivere lì per un po’, accetteresti? E di che cosa andresti alla ricerca dalle nostre parti?

Ah! L’Italia è uno dei paesi più belli del mondo. È il posto preferito da mia moglie. Certo che verrei. Sono già lì con le valigie in mano. Per quanto riguarda un luogo specifico…. Beh, adoro la campagna o le piccole città costiere. Con questa prospettiva, mi hai appena rallegrato, grazie!

Come i tuoi lettori sanno, la tua carriera di scrittore è stata preceduta e poi affiancata da quella di musicista. Stai preparando qualcosa di nuovo con The Delines o da solo?

I Delines hanno appena finito un nuovo disco di cui sono davvero entusiasta. Speriamo di portarlo in tour nel 2022.

Un’ultima curiosità: durante i periodi di lockdown e di varie restrizioni, oltre alla scrittura, ti è capitato di leggere più del solito e forse trovare qualche nuovo autore che ti ha colpito e che nel prossimo futuro potrebbe anche esercitare una certa influenza su di te?

Ho letto molti romanzi scritti durante la grande depressione degli anni ’30. E ho trovato degli input in questi romanzi o nei romanzi sugli hobo (termine con il quale nel mondo americano si fa riferimento a quelle persone senza un impiego né una fissa dimora, costretti a vagabondare per sopravvivere, ndr) nei quali un tracollo economico si abbatte sull’esistenza di un personaggio appartenente alla classe operaia, che mi hanno aiutato molto durante la lavorazione de La notte arriva sempre. Quindi, sì, seppur senza citare titoli in particolari, posso dire di essermi assai dedicato a letture di questo genere, soprattutto a quella dei romanzi sugli hobo.

Leggi anche: “Alan+: dopo 11 anni torna la “spoken word music”. L’intervista esclusiva

English Version

Let’s start with the choice to tell the events narrated in 48 hours: why is this space-time unit so limited?

I wanted a frantic desperate feel to the book because Lynette’s world is changing so fast, the economy of her city is changing so rapidly and she knows she’s getting left behind.

Beyond Lynette and the few other characters, in this book it seems that the real protagonist, at least for the ability to set events in motion, is the house that your anti-heroine is desperately trying to buy. Why? And, somehow, did you want to emphasize the problem many Americans seem to have nowadays to secure a roof over their heads?

One of the things I was taught as a kid was the American dream of home ownership. That if you owned your own place you would have a bit of power, a bit of security, and autonomy. Lynette sees the house as her last chance for security and a bit of power in her town. Housing prices in so many major cities in the US are increasing much more rapidly than wages and she knows this. Her American dream is rapidly dissolving and she sees it and at the same times sees her family falling apart.

Compared to your previous novels, reading these pages I had the impression that you have made your style even more meager to let the naked truth speak. Was this the guideline you followed and, if so, do you consider this The night always comes as a sort of definitive landing place for your writing, a model for the works to come?

It each book has its own style within the confines of what I’m able to do. With this book I wanted it to be fast and panicked and lonely and dark. So I kept the sentences simple and worried. Lynette is trying to save her family and their home but she’s also mentally fragile. She’s tough but she’s always one step away from becoming undone.

Still on the subject, how do you get such a definitive “rarefaction”? Is it a completely natural way of writing or do you need an important reworking job between one draft and another?

I do edit a lot. I tend to toil over each book and each sentence. I can write a draft pretty quick, less than a year, but then I spend a couple of years editing.

Even in the terrible difficulties of every order and genre, the protagonists of your novels, even when they are stained with some guilt, always seem like good people who do not want to surrender to a wrong fate and an adverse world. Where does this strength come from to never let go completely?

A lot of times I write these stories to help keep myself afloat. I write them to remind me not to give up, not to completely let go. So in this book, Lynette is my reminder not to lose hope. That you get nothing by quitting, you get nothing being Doreen, Lynette’s mother.

Relying on a first impression, Lynette and her mother seem to represent two opposite poles, with the first embodying the image of the “never surrender” and the second, instead, acting as one of your most resigned and defeated characters. However, there are some passages in the book in which this impression, this kind of dichotomy, seems to fail. Could you somehow make us understand how you actually wanted to balance their relationship?

Lynette and her mother, Doreen, have a complicated relationship. Because of Kenny they have been together longer than normal and they are co-dependent. I think what you see in the novel is that both mother and daughter are exhausted by caring for Kenny. The mother has made some bad choices in life but has also had some tough breaks. She hasn’t had a lot of luck, or maybe she hasn’t ever seen the luck in front of her. She has more or less given up that she will be able to survive with success in this new Portland. Lynette still believes in the old American idea that if you work hard you can find success. So it’s the old argument of to try or not to try. The main thing here too, is that this is a relationship that is breaking up. The mother is breaking up with her daughter. She’s tired of her.

With its very nocturnal setting, The Night Always Comes really seems to demonstrate that when Henry Miller called America a “long neon nightmare” it was by no means over the top. Is this really the case and how much do you think these last two years of pandemic emergency and related economic crisis have worsened the picture of the situation?

So many cities in the US are now unaffordable for the working class. This book is about one family trying to figure out how to ride the wave of gentrification. Lynette doesn’t want them left behind. But most families struggle, most families have disfunction to them. I was interested in how a broken family survives such a rapid change in their city and their economy.

You set this novel in your adopted city of Portland. A choice, I guess, not random. Why?

I set the novel here because housing prices have gone up almost 5 times while wages have gone up only twice. There are dozens and dozens of new apartment buildings being built but at the same time tent cities are appearing. People are now living permanently in tent encampments. The growth in building along with the explosion in homelessness is breathtaking. The change has been so dramatic and unsettling that I had to set the story here.

Italy is a country that, novel after novel, is learning to love you. If they offered you to live there for some time, would you do it? And what would you go looking for in our area?

Ha! Italy is one of the most beautiful countries in the world. It’s my wife’s favorite place. Of course I would come. I’m packing right now. As for a place…. Well I love the country or a small little coastal town. You’ve just cheered me up, thank you.

As your readers know, your career as a writer was preceded and then joined by that of a musician. Are you preparing something new with The Delines or on your own?

The Delines just finished a new record that I’m really excited about. We’re hoping to tour it in 2022.

One last curiosity: during periods of lockdown and various restrictions, in addition to writing, you happened to read more than usual and maybe find some new author who could hit you and who in the near future could also exert some influence on you?

I read a lot of novels written during the great depression of 1930’s. There’s something about hobo novels or novels where the economy falls out for a working class character that really made sense to me when working on The night always comes. So I’ve been lost in the novels of the hobo.

Leggi anche: “Mork, Thomas Eriksen svela Katedralen: “Adesso creo con una mente aperta” [ITA/ENG]

Foto: profilo Facebook

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Interviste

Gian Paolo Serino e Satisfiction: 20 anni di critica letteraria senza compromessi

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gian paolo serino intervista the walk of fame magazine domenico paris satisfiction

Figura vulcanica nel mondo dell’editoria e della cultura italiana, in quasi trent’anni di attività Gian Paolo Serino si è rivelato uno dei critici letterari più audaci e intransigenti che ci sia in circolazione.

Noto per le sue innumerevoli collaborazioni con quotidiani, periodici e case editrici di primo piano, si è sempre battuto per un’idea di letteratura (e di vita) audace e marcatamente fuori dagli schemi, che lo ha reso un punto di riferimento insostituibile per tutti coloro che amano i libri e la lettura.

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Da pochi giorni, la sua “creatura” più conosciuta, la rivista letteraria Satisfiction, ha tagliato il prestigioso traguardo dei venti anni di attività, durante i quali ha raccolto numeri e consensi a dir poco inequivocabili. Abbiamo perciò raccolto qualche impressione del critico milanese a proposito di questo significativo “genetliaco”.

Sono passati venti anni da quando è cominciata l’avventura-Satisfiction. So che sei una persona sempre proiettata in avanti, ma te la sentiresti di stilare un bilancio sull’attività della rivista in occasione di questa ricorrenza così importante? In che modo, secondo te, ha contribuito a cambiare le cose in un mondo molto particolare come quello della critica letteraria?

Non esistono persone “avanti”, solo persone che rimangono un po’ indietro. Credo che Satisfiction rappresenti questo. Non essere un’avanguardia ma un progetto editoriale che 20 anni fa aveva un unico padrone, il lettore. E continua ad avere i lettori -che sono cresciuti a dismisura, certo- come protagonisti. La nostra esistenza è credere in una “coscienza critica”, per questo Satisfiction è così amato e così invitato.

Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, secondo me moltissimo, ma non devo dirlo io. Siamo riconosciuti dal mondo editoriale tutto come i referenti più credibili verso i lettori. E questo lo si può evincere non dalle mie parole ma dalla stima degli editori, che lasciano a Satisfiction molte anteprime di grandi autori, e da quella di tanti grandissimi scrittori che ci stanno regalando i loro inediti per festeggiare questi 20 anni. 

A tal proposito: ti aspettavi una partecipazione così massiccia alla celebrazione della ricorrenza da parte di tanti grandi protagonisti della narrativa italiana e internazionale (che si è espressa anche attraverso una lunga serie di omaggi video e scritti sui social)?

Fa sempre piacere, ma devo ammettere che non mi aspettavo una così forte adesione da parte di scrittori di riconosciuta levatura sia italiani che internazionali. Sono felice che la coerenza mia e di Satisfiction sia riconosciuta in modo così significativo. Si può essere d’accordo o meno con Satisfiction, ma nessuno ci può accusare di non essere forse l’unica davvero libera in Italia.

Da trenta anni a questa parte, vieni considerato uno dei critici letterari più influenti e apprezzati in Italia (e non solo). Come si guadagna un consenso così ampio e, soprattutto, cosa pensi di aver fatto, in termini di trasparenza e innovazione, per averlo meritato?

Con la determinazione, con l’amore che ho nei confronti di quello che faccio. Non ho mai accettato di prestar orecchio alle sirene della “società” letteraria, dalla quale mi tengo fermamente lontano. Prima questo rifiuto me lo facevano pagare, adesso viene considerato come mio tratto distintivo. Una cosa che comunque mi lascia sempre in allerta: essere riconosciuti può essere il primo passo per essere inglobati. Per questo non sono mai soddisfatto di quello che faccio. C’è sempre un passo avanti da fare, qualcosa da conquistare, un obiettivo da ottenere. Ecco, quando la cassiera dell’Esselunga saprà che lavoro faccio, allora avrò finito. Ma non per protagonismo, è solo la mia idea di vero successo. Ho imparato con il tempo a non bruciare le tappe, anche andando sempre al massimo. E ho imparato anche che il successo è solo il participio passato del verbo succedere.

Ci puoi raccontare come è nata questa vocazione così singolare? Qual è stata la molla che ha fatto scattare dentro di te il desiderio di intraprendere una carriera che, diciamolo chiaramente, presenta delle incognite di realizzazione professionale non indifferenti?

Perché ho sempre amato leggere, ho iniziato a 4 anni e per adesso non ho ancora smesso di credere nei libri.

Sempre rimanendo in tema. Nonostante la tua fama e una sterminata serie di collaborazioni con molti dei giornali e dei magazine cartacei più importanti del Paese, sei sempre stato un sostenitore del mezzo web come strumento di condivisione dei saperi e di circolazione dell’informazione letteraria. Perché?

Io credo molto nella carta, credo che tra molti anni tutti torneranno a leggere i giornali, ad esempio. E questo perché sempre più studenti usano il tablet. Chi avrà voglia di rimanere al pomeriggio ancora davanti allo schermo? Sono convinto, tornerà la lettura. E Satisfiction, a partire dalla grafica “elegante e spartana”, (come ha scritto “la Repubblica”) non concede e non concederà nulla al lettore, se non leggere.

Nonostante la tua ancor giovane età, già da diversi anni hai fatto scoprire ai lettori italiani degli autentici capolavori della letteratura internazionale (tra i tanti, citiamo “Stoner” di John Williams, “Revolutionary Road” di Richard Yates o “Una banda di idioti” di John Kennedy Toole). Come si scoprono libri epocali come questi e come si fa a farne capire il valore ai lettori (e agli editori)?

Facile: leggendo molto.

Nei tuoi editoriali, nelle tue recensioni e in molte delle tue dichiarazioni sui media, hai sempre posto un accento molto marcato sull’importanza di affrontare la letteratura e la cultura in generale come una sfida improntata soprattutto sul coraggio di “darsi” completamente. Nella tua ormai lunga esperienza di vita e di lavoro, pensi che la maggior parte di chi, a vario titolo, è coinvolto nel settore, si attenga a questo principio? E quali possono essere le conseguenze sulla vita di tutti i giorni (lavorativa e non) per chi sceglie un approccio così emotivo? Quali sono state sulla tua, tanto per dirne una?

Ma nella domanda prima hai parlato della “tua giovane età” e adesso della “mia ormai lunga esperienza” (sorride, ndr)?! Scherzo, Ti ringrazio molto per aver sottolineato entrambi gli aspetti, perché, pur essendo sulla breccia da ormai tanti anni, sono ancora molto giovane in confronto alla maggior parte dei critici e degli scrittori. Per la scrittura ho sacrificato tutto: la famiglia, i figli, gli amici. Ho sacrificato spesso anche me stesso pur di essere fedele e coerente alla mia idea di scrittura! E ne vado fiero, anche se è fatica.

Nel moto perenne delle tue iniziative, c’è qualcosa che senti di non aver ancora o di non aver fatto fino in fondo come volevi? Qual è il sogno nel cassetto del Serino “progettatore”?

Sì, ma non sarebbe un progetto se te lo rivelassi (ride, ndr)!

Un’ultima domanda: dopo il successo del tuo esordio come autore di “Quando cadono le stelle”, hai pronta da diverso tempo una tua voluminosa autobiografia che promette di essere un libro cult nel futuro prossimo. Quando si trasformerà in carta da toccare e, soprattutto, in che modo ti auguri “esploda” nel mondo dell’editoria italiana (e non solo)?

Avevo in mente di farlo uscire lo scorso maggio, poi la pandemia mi ha fatto desistere. Lo stesso per questo maggio. Io credo molto nelle presentazioni di persona, non in quelle video che tanto sono andate per la maggiore in questi ultimi due anni. Mi piace incontrare le persone, i miei lettori, e il primo “tour di supporto” al mio libro d’esordio mi ha dato soddisfazioni enormi. Per il resto, non ho fretta. Non ho mai avuto fretta di pubblicare. Infatti “Colpevole di tutto” sarà il mio secondo e ultimo romanzo. Avrò già detto tutto che avrei voluto dire.

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Interviste

Alan+: dopo 11 anni torna la “spoken word music”. L’intervista esclusiva

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Spoken Word Music: ossia narrare un testo su una trama musicale. Uno stile, questo, insolito quanto unico nel suo genere, poiché permette di uscire dagli schemi e dai rigidi stilemi della rima e della metrica. Gli ALAN+, duo composto da Tony Vivona e Alessandro Casini, hanno fatto loro questo approccio, elaborandolo e modellandolo sulla loro proposta musicale. Un processo che, dal debutto del 2010 al qui presente secondo album Anamorfosi, non ha mai smesso di rinnovarsi. Per gli ALAN+ la musica è un medium, una forma di comunicazione attraverso la quale l’ascoltatore viene catapultato su un’altra dimensione.

Merito di tutto ciò è il genere proposto: post-rock elettronico dal quale emerge una forte vena ambient ed elettronica. Ma per capire meglio il ritorno dei due artisti dopo 11 anni, ci siamo rivolti direttamente a loro. Attraverso questa chiacchierata con gli ALAN+ esploreremo più da vicino Anamorfosi e la particolare musica proposta dal duo. Buona lettura!

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Ciao ragazzi e benvenuti su The Walk Of Fame Magazine, è un piacere. Il 14 maggio è uscito Anamorfosi, il vostro secondo album. Un lavoro molto diverso rispetto al debutto del 2010, e immagino che questi 11 anni siano serviti per rinnovare la vostra proposta musicale. Cosa potete dirci a riguardo? Come è nato questo disco?

Alessandro
Ciao a tutti e grazie dell’invito. Sì, 11 anni non sono pochi. In un lasso di tempo così ampio cambiano molte cose: i punti di vista e anche noi stessi, è inevitabile. Non sono stati anni dedicati esclusivamente ad ALAN+. Sia io che Tony abbiamo lavorato ad altri progetti molto diversi da, ma alla fine tutta l’energia e le esperienze fatte in altri ambiti sono state lo stimolo e la spinta per fare questo nuovo album.

Anamorfosi lo definirei un disco introverso ed ipnotico ma con una grande potenza evocativa, frutto di un’esplorazione più viscerale della musica. Cosa volete comunicare con questo album?

Tony
Scrivere per me è una vera e propria esigenza. I testi mi nascono nelle circostanze più disparate e spesso non hanno una immediata collocazione. Scrivo molto, spinto dal desiderio di fermare nero su bianco momenti importanti del mio vissuto, o riflessioni che nascono dal mio osservare i comportamenti altrui. La musica invece nasce spesso dopo le parole e anche se apparentemente ha un ruolo funzionale al testo, in realtà ha il suo preciso sviluppo che genera quella che tu definisci giustamente una ‘grande forza evocativa’.  Sommando quindi le due componenti, e con la mediazione del nostro confronto di musicisti, otteniamo una sorta di entità a se stante (l’insieme delle singole tracce) che racconta anche a noi che abbiamo scritto qualcosa che non sapevamo. Vorremmo che fosse proprio questo a passare: il racconto di ciò che, fino a che il disco non è finito del tutto, nemmeno noi conosciamo al cento per cento.

All’interno di una struttura che vede come protagonisti il synth, la chitarra e le basi elettroniche, si staglia la voce di Tony che non canta, ma racconta, quasi sciogliendosi all’interno delle melodie. Perché questa scelta di esplorare la spoken word music?

Tony
Non si tratta in realtà di una esplorazione per noi. In altri progetti precedenti, compreso anche il nostro primo disco, nonché il CD Puro Nylon realizzato a nome Casini-Nistri-Vivona, abbiamo utilizzato il parlato. Ancora prima, alla fine degli anni ’90 e anche successivamente quando si è presentata l’occasione, abbiamo spesso fatto delle performance di musica improvvisata e recitazione di testi, nostri, ma anche di autori famosi. Ci piace molto lo spoken word perché permette di esprimersi senza la restrizione della classica struttura in cui obbliga la canzone: rima, metrica, ritornello. In Anamorfosi comunque la componente melodica è ampiamente presente nelle parti strumentali.

La vostra è una musica che fonde musica elettronica, ambient (spesso dissonante) e post-rock. Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione?

Alessandro
Abbiamo ascolti molto variegati e diversi ma su certi artisti siamo totalmente in accordo. Primo tra tutti Nick Cave (anche nel progetto Grinderman), poi Mogwai, Einstürzende Neubauten, Low, The Cinematic Orchestra. Con il senno del poi, mi rendo conto che questi ascolti hanno inconsciamente influenzato il sound di Anamorfosi. Le dissonanze, poi, sono frutto di uno studio accurato sugli strumenti, sia per ottenerle che per inserirle correttamente negli arrangiamenti. Personalmente dedico molto tempo alla ricerca di sonorità estreme e su come riprodurle. Ne ho fatto anche un mini album dal titolo Vibroplettri e sto lavorando al suo seguito.

La pandemia ha in qualche modo influito sul vostro modo di approcciarvi alla musica?

Alessandro
Questa pandemia ha cambiato le abitudini di tutti noi. Il fatto di non poterci incontrare però non ci ha fermato. Abbiamo lavorato a distanza scambiandoci file audio. Per certi versi è stato un stimolo maggiore per andare avanti a dispetto di un mondo che si era fermato. Un esempio ne è il brano Collisioni, nato proprio da un riff di chitarra messo in reverse e spedito a Tony che lo ha completato con basso e testo. Certo, tutto ciò va bene per una situazione provvisoria e non può essere la normalità. La musica è condivisione, confronto, unione, non può essere distanziamento.

Porterete in live Anamorfosi, oppure vi concentrerete su altri progetti, magari qualche collaborazione? Potete anticiparci qualcosa?

Tony
Sì, faremo dei concerti appena sarà possibile, in duo, con l’ausilio di basi ma solo in alcuni brani. Basso chitarra e voce saranno i protagonisti e stiamo lavorando per dare spazio anche a momenti di improvvisazione. Io e Alessandro siamo anche componenti della band Le Jardin Des Bruits, con la quale abbiamo appena finito di registrare il nuovo disco. Anche in questo caso si tratta di un secondo episodio (il primo è Assoluzione). Inoltre come ALAN+ abbiamo realizzato la colonna sonora, che a breve pubblicheremo, per una serie video (on demand su YouTube) di nome S.A.L.I.G.I.A. con altrettanti monologhi teatrali sui sette peccati capitali, prodotta da Live Art di Borgo San Lorenzo e già disponibile in rete.

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