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Breaking Bad, Bryan Cranston positivo al Covid-19: ora dono il plasma per i malati

Federico Falcone

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Nonostante l’uso delle mascherine, anche Bryan Cranston ha contratto il Covid-19. Lo ha rivelato lui stesso con un filmato pubblicato sul proprio account Instagram.

“Ho iniziato un programma alla Ucla, speriamo che donando il plasma possa aiutare le altre persone. Un volto nella folla. Sono stato tra i fortunati. Lievi sintomi. Ringrazio il cielo e vi chiedo di continuare a indossare quella dannata mascherina e di continuare a lavarvi le mani e mantenere le distanze di sicurezza. Possiamo farcela, ma solo se seguiamo le regole insieme”. L’attore ha anche lanciato un appello ai suoi follower: “Se ora vi sentite un po’ costretti e limitati nella vostra libertà di movimento, se come me siete stanchi di tutto questo, vorrei incoraggiarvi ad avere un po’ di pazienza in più. Io cercavo abbastanza seriamente di seguire i protocolli, eppure ho contratto il virus”.

Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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Selfie e idiozie varie, quando la curiosità è lesiva per le opere d’arte

Ovviamente non è il selfie, l’abbraccio o la foto ricordo il problema. La gravità risiede nella sfrontatezza con cui chi, pur sapendo di non poter portare avanti una determinata azione, la commette nella sola ottica di portarsi a casa una memoria.

Federico Falcone

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Tra le opere d’arte, l’ultima, in ordine di tempo, a essere danneggiata è stata la Paolina Borghese di Antonio Canova, custodita al museo di Possagno (Treviso). E’ accaduto in questi giorni. Un turista austriaco, forse mentalmente gravato dal caldo afoso di questa settimana, ha avuto la straordinaria idea di sedersi sulla preziosa scultura per scattarsi un selfie. Il suo personale ricordo. Oltre alla foto, però, in cui a essere immortalata sarà stata anche la sua idiozia, l’intrepido autore del gesto ha lasciato ulteriore traccia di sé, cioè un danneggiamento della Paolina.

Nel sedersi, con fare evidentemente maldestro e goffo, ne ha provocato la rottura di due dita del piede. Con fare altrettanto pavido e vigliacco, ha avuto la prontezza di allontanarsi dal museo senza denunciare l’accaduto. Insomma, senza macchia e senza paura. Il danno è stato rilevato solo in un secondo momento. Ad accorgersene i guardia sala che hanno dato l’allarme ai responsabili della struttura che, a loro volta, hanno avvertito la locale compagnia dei carabinieri. Sono al vaglio degli inquirenti i filmati di videosorveglianza. Dell’autore del gesto scellerato, però, ancora nessuna traccia. Nel mentre, i frammenti dell’opera danneggiati, sono stati messi in sicurezza.

Di episodi analoghi il mondo ne è tristemente pieno. Le opere d’arte esposte alla mercé del pubblico sono innumerevoli, e poco importa se queste siano posizionate in spazi aperti, quindi pubblici, o, come nel caso specifico, al chiuso, quindi in musei. Il turista, o il “curioso”, troverà sempre il modo per contraddistinguersi in negativo, esibendosi in tutta la sua maleducazione e insolenza e, al tempo stesso, svelando la totale assenza di rispetto e riguardo per l’eredità artistica dell’essere umano. E, dove si allineano queste perversioni caratteriali e comportamentali, il risultato non può che essere lesivo.

I casi da citare sono migliaia, tutti equamente distribuiti nel corso di secoli e decenni. Pensiamo solo a coloro che si recano in visita al Colosseo e non hanno altro intuito se non quello di staccarne un pezzo per riportarselo trionfalmente a casa, salvo essere colti in flagrante o essere successivamente scoperti in possesso del cimelio. Medesimi episodi ne accadono a Pomperi, Ercolano, e in tutti quei siti archeologici dove l’occhio umano e quello della videosorveglianza non riescono a posarsi. L’onnipresenza non ci appartiene e il trasgressore, vero delinquente, lo sa e ne approfitta.

Siti archeologici, certo, ma anche statue, effigi, monumenti e chi più ne ha più ne metta. Il barbaro, il cafone, il vile, troverà sempre il modo per mettere la propria boria e il proprio deprecabile e smisurato senso di stupidità davanti al rispetto per l’opera d’arte. Un selfie non si nega a nessuno, neanche a chi, passivamente, ne subisce il danno. Ecco, quindi, che in molte occasioni ci troviamo a leggere di danneggiamenti più o meno gravi, di casi in cui la sicurezza dello stesso trasgressore è in pericolo, di stupri della moralità e dell’etica dei valori dell’arte stessa. Insomma, un’enciclopedia di infrazioni che solo a raccontarla non si finisce più.

Ovviamente non è il selfie, l’abbraccio o la foto ricordo il problema. No, no, e assolutamente no. La gravità risiede nella sfrontatezza con cui chi, pur sapendo di non poter portare avanti una determinata azione, la commette nella sola ottica di regalarsi una memoria. Tutti noi abbiamo foto di gite, di sopralluoghi, di momenti trascorsi in compagnia di persone a noi care. Ma quanti di noi hanno commesso un reato o trasgredito una regola per immortalare l’attimo? Quanti di noi hanno rischiato di arrecare danno a un’opera d’arte? Quanti di noi hanno effettivamente deturpato il patrimonio artistico? Una foto ricordo la si può scattare, certo che si, ma sempre nel rispetto di determinate regole. Anche di quelle non scritte.

La critica, però, non può essere rivolta esclusivamente ai trasgressori, ma deve tenere in considerazione anche chi non pone in essere quelle specifiche azioni di prevenzione mirate a scongiurare che l’insolente possa commettere il gesto sbagliato. Invece di sperperare danaro pubblico in trovate tanto ridicole quanto estemporanee, perché non assumere personale di sala altamente qualificato e con poteri ben precisi? Così, giusto per esporre un’idea nazional popolare.

Ricordo di una volta, al Louvre, dove una serie di bambini, ovviamente non istruiti a dovere dai genitori, scorrazzavano tra le sculture egizie, salivano e saltavano sopra di esse. In alcuni casi – Dio voglia che io non abbia mai visto quella scena – addirittura mangiavano la pizzetta. Si, avete capito bene, trovavano ristoro ingozzondosi su di un’opera d’arte secolare all’interno di uno dei musei più importanti sul pianeta Terra. Il tutto sotto gli occhi dei guardia sala. Sono pronto a testimoniarlo in tribunale, vostro onore.

Ecco, se tutto il mondo è paese, tutto il mondo è pieno delle medesime contraddizioni. La principale è quindi la più grave è quella di farsi le spalle larghe con la cultura e l’arte salvo poi valorizzare entrambe a tratti. E spesso anche malamente.

Foto: TgCom24

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La reclusione di Julian Assange nella mostra virtuale di Miltos Manetas

redazione

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La mostra che, a partire dall’11 maggio e fino al 2 agosto 2020, è ospitata nella Sala Fontana di Palazzo delle Esposizioni, è costituita da una serie di circa quaranta ritratti di Julian Assange eseguiti da Miltos Manetas tra febbraio e aprile di quest’anno e vuole rappresentare, fra le molte cose dette e fatte in questi ultimi mesi in tutto il mondo, un particolare, forse paradossale, contributo di riflessione sulla condizione della reclusione, dell’isolamento, dell’impossibilità dell’incontro.

Inaugurata la settimana precedente alla riapertura dei musei italiani, “Condizione Assange” rimane non visitabile fisicamente anche ora che le sale espositive hanno riaperto le porte al pubblico.

Pur non trattandosi di una mostra digitale, le uniche modalità per conoscerla ed esplorarla restano la sua comunicazione e la sua documentazione attraverso i canali social e digitali di Palazzo delle Esposizioni e il profilo Instagram @condizioneassange creato dall’artista per riflettere e testimoniare le relazioni e i dialoghi nati attorno al progetto.

Proprio sotto forma di un dialogo in tre puntate tra Cesare Pietroiusti, a Roma, e Miltos Manetas, a Bogotà, è nato anche un racconto di Condizione Assange che ne ha seguito le varie fasi, anche quelle che solitamente non vengono mostrate al pubblico. Attraverso di esse il dialogo ha esplorato e fatto emergere i diversi livelli di significato dell’operazione: dalla preparazione della sala dedicata ad accogliere le opere, all’attesa dei ritratti nel loro viaggio dalla Colombia all’Italia, fino al loro arrivo e all’allestimento finale della mostra. L’intervista è pubblicata sul sito www.palazzoesposizioni.it.

“Condizione Assange” vuole essere soprattutto un’operazione che coglie, nella coincidenza fra la lunga storia di reclusione e isolamento – prima da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, poi, dopo il “sequestro”, nelle prigioni inglesi – di sovraesposizione mediatica e, allo stesso tempo, di riduzione al silenzio di Julian Assange, molte analogie con la condizione vissuta da miliardi di abitanti del pianeta, nei mesi della quarantena”.

“Non si tratta quindi solo della denuncia di un’ingiustizia, o di un tentativo di richiamare l’attenzione pubblica sulla vicenda di una persona che si è consapevolmente e ripetutamente assunta la responsabilità di rendere pubbliche informazioni segrete e che ora rischia, con l’estradizione negli Stati Uniti, la pena di morte. E neanche di una mostra di quadri di un artista che decide di dedicare la sua pratica a ritrarre un volto “difficile” (sia per la complessità del personaggio sia, come dice lo stesso Manetas, per le sue caratteristiche espressive)”.

“Palazzo delle Esposizioni ha accettato con grande interesse la proposta di Manetas e ha deciso di declinarla insieme a lui secondo una modalità del tutto inusuale, dedicando una porzione dello spazio espositivo a ospitare una mostra che, in ogni caso, non si potrà visitare. Lo facciamo perché non vogliamo nascondere il senso di inquietudine e di incertezza che – proprio nell’abbagliante esperienza di una comunicazione che ha invaso ogni fibra e ogni istante della nostra esperienza con tabelle, curve di crescita, spiegazioni epidemiologiche, allarmi e previsioni – questo tempo, come una inaccessibile zona oscura, lascia in tutti noi”.

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E venne il giorno delle macchine: l’intelligenza artificiale sarà la nostra autodistruzione

redazione

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Editoriale di Giuseppe Arnò, direttore della rivista La Gazzetta italo-brasiliana

L’intelligenza artificiale sarà la nostra autodistruzione, nel momento in cui la tecnologia senza controllo umano prenderà il sopravvento “C’è poco da stare allegri!” – È la mia amica Rosamunda, accademica, letterata, sociologa e partenopea di adozione, che così esprime la propria preoccupazione nei confronti delle sempre più sofisticate applicazioni tecnologiche nel nostro sistema di vita, via via più invadenti e pericolosamente irrispettose della nostra riservatezza.

“Siamo già arrivati al giorno delle macchine?” Mi chiede.

“Ci siamo o quasi!” Le rispondo.

La conversazione va così avanti e Rosamunda mi domanda se anch’io condividessi le sue preoccupazioni per l’avanzamento tecnologico riguardante la realizzazione di intelligenze artificiali.

Le rispondo e disserto per come segue:

L’astrofisico Stephen Hawking al Web Summit di Lisbona, nel novembre del 2017, mise in guardia l’umanità su un grosso pericolo futuro: l’intelligenza artificiale.

“L’intelligenza artificiale potrebbe sviluppare una volontà tutta sua”, aveva detto Hawking. “L’ascesa dell’IA potrebbe essere la cosa peggiore o la cosa migliore che può accadere per l’umanità”.

Oggi, in particolare, la pandemia, tra le tante altre cose, ha fatto squillare il campanello d’allarme sulla raccolta e sull’utilizzo dei nostri dati personali quali, ad esempio, le analisi sul comportamento quotidiano, sulle preferenze nonché sulle tendenze ideologiche, la registrazione delle nostre frequentazioni, dei nostri dislocamenti, dei depositi e dei prelievi in denaro contante, delle transazioni con carte di credito, la videosorveglianza (in Cina, oltre al monitoraggio dei cittadini già all’ordine del giorno, i cani robot sorvegliano gli spazi pubblici), i localizzatori GPS e GSM dei telefonini e quant´altro immaginabile. Il tutto dettagliatamente schedato e classificato.

Ci manca molto poco per arrivare al punto da farci innestare, come si fa con i cani, un chip sottocutaneo per poter registrare persino i nostri sentimenti nei momenti più intimi, tra le mura domestiche (nella camera da letto o addirittura nel bagno).

E non parliamo poi delle ultime applicazioni tecnologiche sia in campo civile che militare: auto a guida autonoma e addirittura velivoli bellici, senza equipaggio e dotati di intelligenza propria (droni), che decidono autonomamente sulla vita o sulla morte del prossimo. La tecnologia, sostengo, nei settori più sensibili può collaborare con l’essere umano, ma non può sostituirlo.

Da tempo, ad esempio, è in uso il riconoscimento facciale da parte delle polizie di vari paesi del mondo, ma sulla infallibilità del sistema si sta già discutendo e non poco. Basta pensare che per la polizia londinese, con questo mezzo tecnologico, la percentuale di errore ammonta al ragguardevole 98% dei casi e negli USA la statistica non migliora un granché.

Da ciò ci rendiamo sempre più convinti che nelle situazioni eticamente sensibili ci debba stare l’essere umano accanto o dietro i processi elaborativi della macchina. Essa da sola non può decidere le sorti degli individui, né tampoco dei popoli, ancorché dotata della massima tecnologia immaginabile.

V’è molto di più e, attenzione, si tratta di qualcosa ben più grave: da un certo tempo, per come sospetta una certa corrente spregiudicata di tecnologi dell’informazione, l’obiettivo fotografico del nostro telefonino o del nostro PC starebbe già filmando, furtivamente, le nostre giornate trasmettendole al CED (Centro Elaborazione Dati) addetto alla sorveglianza di massa e al servizio dei giganti della tecnologia.

Se ciò fosse vero, poveri noi, saremmo veramente messi male!

In realtà non navighiamo nel campo della fantascienza, ma nel campo delle ipotesi verosimili, dell’eventualità. Oggi con la scusa di isolare il virus e domani con qualsiasi altra motivazione, si chiede o meglio si impone all’impaurita società la massima trasparenza anche laddove l’etica e le leggi non lo permettono.

Ma nonostante l´insorgenza di siffatti effetti riprovevoli, il binomio “Uomo-Scienza”, il desiderio di ricercare e cioè di conoscere, rimane uno degli istinti più profondi dell´essere umano. Esso esiste da sempre e oggi appare più appagabile che mai, anche perché viviamo in un´epoca in cui abbiamo a disposizione gli strumenti idonei per scoprire i più reconditi segreti della natura.

Tornando all´IA, per meglio addentrarci nell’argomento relativo al pericolo costituito dalle “macchine”, ci pare opportuno riportarci all’apice del fantascientifico, oggi attuale più che mai: un colossal diretto da Stanley Kubrick, scritto assieme ad Arthur C. Clarke, che i lettori della terza età avranno sicuramente visto in prima visione nelle sale cinematografiche sparse per il mondo, oppure letto in edizione cartacea nel romanzo omonimo pubblicato nel 1968, lo stesso anno di esordio in anteprima mondiale del film “2001, Odissea nello spazio”.

Uno dei temi fantascientifici, da antologia, che maggiormente ci colpirono in quel film-documentario è stato quello che riguardava il moderno Prometeo; il supercomputer HAL 9000 e la sua ribellione.

Infatti, HAL nel film agisce dotato di una sofisticata intelligenza artificiale: ha un occhio, più perfetto di quello umano, che gli permette persino di leggere il labiale degli astronauti. Il suo timbro vocale è completamente naturale e sembra in grado di provare sentimenti umani. Naturalmente è in condizione di fare tutto ciò che un umano riesce a fare. Sa anche fare del male e, impressionantemente, persino uccidere, quando si sente minacciato e si rende conto della possibilità di essere “disinstallato”.

La ribellione della macchina è un punto di domanda molto preoccupante!

Allo stato è soltanto uno scenario proposto dalla fantascienza, che raffigura il sopravvento da parte di congegni meccanici (siano essi sotto forma di computer o di robot) ai danni della specie umana, ma nella realtà, nel momento in cui la macchina raggiungerà una super emancipazione tecnologica, acquistando autocoscienza ed intelligenza, scatenerà l’inevitabile e pericolosa competizione tra la tecnologia e il genere umano.

Eppure, la scienza continua nell’affannoso lavoro di ricerca sull’interazione uomo-macchina attraverso l’integrazione degli studi interdisciplinari di scienze sociali e bio-ingegneristiche nonché tra corporeità ed epistemologia sociale al fine di realizzare una “creatura” dalle sembianze quasi umane e in grado di sviluppare abilità simili a quelle possedute dai comuni mortali e magari molto di più.

A conferma dell’affannoso e atavico desiderio dell’uomo di creare un alter ego, un Avatar ovvero un io che prende vita dalla nostra anima, per poi acquisirne una propria, che possa operare nel fantastico mondo del reale al confine col virtuale, indichiamo gli antesignani di HALL 9000.

Del primo di essi si ha notizia negli antichi testi sacri, in cui si parla del Golem, che è una figura antropomorfa immaginaria della mitologia ebraica, una specie di robot, fedele esecutore degli ordini del proprio padrone. Il filosofo e matematico Archita di Taranto del IV secolo a.C., secondo le testimonianze del suo tempo, avrebbe costruito un uccello meccanico in grado di volare tra i rami degli alberi. Seguono i diversi robot intelligenti delle civiltà scomparse di Creta e dell’antica Cina e, non ultimi, gli automi del grande Leonardo da Vinci, di cui esistono i disegni e i progetti riscoperti solo negli anni cinquanta nel codice Atlantico e in piccoli taccuini tascabili databili intorno al 1495-1497.

Altre leggende di varie epoche ci descrivono ancora l’esistenza di esseri artificiali che avrebbero avuto il compito di obbedire ciecamente ai comandi dei loro “creatori”.

Del resto, la cinematografia fantascientifica ci anticipa con inquietante verosimiglianza quali saranno le macchine umane del futuro prossimo ovvero i cyborg, che – a seconda della loro origine – vengono divisi in tre categorie:

– Esseri umani potenziati con ingegnosi modificazioni artificiali ed innesti. Il protagonista del film Io, Robot (2004), per esempio, ha un braccio e altri organi cibernetici.

– Extraterrestri anch’essi potenziati e divenuti cyborg al pari degli umani di cui anzi. In Guerre Stellari, Dart Fener ha arti cibernetici e una speciale armatura, che gli garantisce il mantenimento in vita.

– Androidi, cioè robot umanoidi, provvisti di componenti biologiche allo scopo di approssimare al massimo le loro sembianze a quelle umane. È il caso del cyborg, assassino protagonista del film Terminator (1984) e di tutta la serie successiva.

Riassumendo, tutti questi dati ci rendono l’idea di come l’anelito dell’uomo, in ogni tempo, sia stato diretto verso un mondo virtuale, di cui potesse avere il controllo totale.

Fin qui tutto bene, ma – perché ci sia anche il lieto fine – la “conditio sine qua non” resta il menzionato e problematico controllo totale del creatore sulla creatura!

A questo punto, va da sé concludere che il sistema di elaborazione dati, nonché l’intelligenza artificiale, nell’accezione più ampia, se da una parte possono facilitare il sistema di vita dell’essere umano, dall’altra, se non resi trasparenti e assolutamente controllabili dall’uomo, costituiscono, ripetiamolo, un pericolo dalle conseguenze incalcolabili.

L’intelligenza artificiale, infatti, va presa con le pinze, per non rimanere scottati: gli aspetti etici, teorici e pratici sono le sue peculiarità e non a caso scienziati di tutto rispetto hanno denunciato in più tempi il pericolo di una eventuale disubbidienza della “creatura” ai comandi o ai programmi del creatore.

Il sunnominato Stephen Hawking nel 2014 ha messo in guardia riguardo ai pericoli dell’intelligenza artificiale, considerandola una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità, e nello stesso anno anche il fisico Elon Musk ha ribadito: “Dobbiamo essere superattenti all’intelligenza artificiale. Potenzialmente più pericolosa del nucleare.”

” Oggi realizziamo più di quanto non siamo poi in grado di controllare, nemmeno con l’immaginazione”. È il sociologo Günther Anders, ne “L’uomo è antiquato”, ed. 1956, ad affermarlo.

Quanto sopra esposto ci induce ad una seria riflessione: se oggi l’IA agli occhi dei governi non rappresenta alcun pericolo e ciò si spiega col fatto che essa asseconda i loro interessi immediati, è pur vero che la stessa provocherà conseguenze decisamente negative nel futuro dell’umanità.

Infatti, le nuove tecnologie permetteranno ai possessori, legittimi o meno, dei dati personali di tenere in scacco e manipolare l’essere umano grazie alle numerose informazioni biologiche nel tempo raccolte.

In principio, l’intelligenza artificiale è già di per se stessa un pericolo. Elon Musk, il fisico visionario già menzionato, fondatore di Tesla e SpaceX, ancora una volta, si schiera contro l’Intelligenza Artificiale. Egli teme che con essa possa nascere un “dittatore immortale” digitale, capace di annientare l’uomo qualora quest’ultimo dovesse risultare d’ostacolo ad un suo eventuale obiettivo (vedansi p.e. HAL 9000 e Joshua in Wargames).

Se sia distopia o un reale problema da risolvere ancora non ci è molto chiaro, ma una cosa è certa: il tempo stringe!

Per questo motivo, oggi più che mai, si rende necessario stabilire, con l’urgenza che il caso richiede e di comune accordo tra i diversi Stati, una serie di politiche di amministrazione e legiferazione nei riguardi delle tecnologie dell’IA, nel rispetto dei diritti universali e attraverso un dialogo aperto tra tutti gli interessati ovvero tra chi governa, tra chi produce, tra chi fa ricerca, e, perché no, tra i cittadini.

E per chiudere, sperando di non essere stato prolisso e con l’intento di strappare un sorriso alla mia preoccupata e attenta interlocutrice (Rosamunda), rievoco un detto del famoso scrittore e giornalista americano Sydney J. Harris, che ironicamente così recita: “Il vero pericolo non è che i computer inizieranno a pensare come gli uomini, ma che gli uomini cominceranno a pensare come i computer”.

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