“Boyhood”: un esperimento cinematografico lungo 12 anni

Hai notato quante persone dicano continuamente “cattura l’attimo?” Io tendo a pensare il contrario: è l’attimo che ci cattura. Il tempo è come continuamente fuori, capisci?

Con questa frase si conclude Boyhood, film del 2014 diretto dallo statunitense Richard Linklater. E da queste parole finali, anche per chi non ha visto la pellicola, si può percepire la tematica centrale su cui ruota la storia: il tempo.

MyZona

Richard Linklater, amante degli esperimenti cinematografici, gira una pellicola nell’arco di 12 anni. Sono sempre gli stessi attori in Boyhood, i quali vanno ad interpretare la medesima parte dall’inizio alla fine. Lo spettatore partecipa in prima persona al cambiamento, alla trasformazione e al tempo che passa e che modella i protagonisti in quello che è, senza dubbio, uno degli esperimenti cinematografici più interessanti degli ultimi anni.

PRIMA DI BOYHOOD: LE FASI DELL’AMORE NELLA TRILOGIA “BEFORE”

I personaggi invecchiano sul set e Linklater rende, letteralmente, protagonisti gli spettatori della metafora del tempo. Come già aveva sperimentato con la trilogia romantica precedente, “Before Sunrise” (1995), “Before Sunset” (2004) e “Before Midnight” (2013), in cui il regista andò a raccontare la storia d’amore di Jesse (Ethan Hawke)e Céline (Julie Delpy) in tre fasi distanti anni l’una dall’altra.

Dall’innamoramento favolistico, quale può essere per due giovani sognatori, fino alla vita coniugale, nella quale le frustrazioni, la monotonia e i problemi riportano i protagonisti con i piedi per terra e il romanticismo lascia spazio ad un doloroso realismo. Una vera e propria indagine sul tempo, sul cambiamento e sul rapporto tra individui in cui, come in Boyhood, si osserva la metamorfosi dei protagonisti.

La trama della trilogia, tra l’altro, è ispirata ad un fatto realmente accaduto al regista, quando nel lontano 1989 incontrò per caso una ragazza con cui passeggiò da mezzanotte fino alle sei del mattino. Il regista promise che prima o poi avrebbe girato un film sulla bizzarra e romantica giornata passata con la ragazza. Sei anni dopo uscì “Before Sunrise”.

BOYHOOD: UN DIPINTO SULLA FAMIGLIA AMERICANA DI OGGI

Il film presenta una trama piuttosto semplice, in cui si snodano le vicende di una comune famiglia americana. Il concetto di famiglia, infatti, è determinate e centrale in Boyhood, letteralmente l’età che va dagli 8 anni ai 20.

Leggi anche: “Quentin Tarantino: “Kill Bill 3? Se mai prendesse forma voglio Maya Hawke””

Il regista si fa portatore di un racconto sulla normalità. Una normalità che si consuma tra le mura di una comunissima famiglia un po’ disillusa e a tratti depressa, la quale ogni giorno fa i conti con le frustrazioni e i problemi della vita. Non c’è assolutamente nulla di epico e di straordinario in Boyhood, e questa è la forza della pellicola. La quale si arma di realismo e va a concentrarsi sulle situazioni ordinarie che ogni giorno molte famiglie americane vivono.

Mason (Ellar Coltrane) ha 8 anni e vive con la madre divorziata Olivia (Patricia Arquette) e la sorella Samantha (Lorelei Linklater). Nonostante la separazione, il padre Mason Sr. (Ethan Hawke) resta sempre molto presente nella vita dei figli.

La pellicola va a raccontare l’infanzia di Mason, segnata per forza di cose dalle dinamiche familiari che vede crearsi e distruggersi davanti ai propri occhi. Tra una madre che cerca disperatamente un altro compagno, la quale porta in casa, molto spesso, uomini non troppo raccomandabili, vari traslochi, amicizie, cotte ed esperienze traumatiche, si assiste alla metamorfosi di un bambino fino alla partenza per il college, e alle inevitabili domande scaturite da un infanzia travagliata, purtroppo, non così rara.

Boyhood ottenne sei nomination all’Oscar, vincendo il premio Miglior attrice non protagonista per Patricia Arquette.

Da leggere anche

Malaika Sanguanini
Ok, amo il cinema. Fin da quando, da bambina, restavo a bocca aperta davanti al Gladiatore o al Frankenstein di Mary Shelley mentre gli altri si entusiasmavano per i cartoni animati. Dopo una laurea in Scienze dell’educazione e anni di lavoro nel settore, ho lasciato tutto dopo la seconda laurea in Scienze della comunicazione per fare ciò che amo di più: scrivere di cinema. Tarantino, l’enfant prodige Xavier Dolan e l’aura onirica di David Lynch sono punti di riferimento. Amo la scrittura perché, Bukowski docet, “scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle”.

Speciale multimedia

spot_img

Ultimi inseriti

esplora

Altri articoli