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Alla scoperta del santuario di Benedetto Passionei: un rifugio nella natura marchigiana

Sophia Melfi

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Cercare di vivere in maniera ristretta, senza stare rinchiusi dentro casa, un po’ come un francescano dedito ad una vita di solitudine e preghiera, ma che, in virtù della propria vocazione da mendicante, si spostava da un convento all’altro viaggiando da solo o in coppia.

In una domenica di sole e tensione collettiva, ho deciso di andare alla scoperta del santuario del beato Benedetto Passionei, presso il convento dei Cappuccini di Fossombrone.

Sulle sommità del colle dei Cappuccini, sorge una delle prime architetture religiose dell’ordine mendicante appartenente alla famiglia francescana: la chiesa di San Giovanni Battista e il convento dei frati cappuccini, entrambi risalenti al sedicesimo secolo. Ci troviamo in periodo rinascimentale, armonia e proporzione sono infatti le parole d’ordine che contraddistinguono il luminoso chiostro del cenobio.

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All’interno della chiesa si trovano invece un altare ligneo, la tela “Madonna e santi” del pittore pesarese Gaetano Bessi (1816) e un coro in noce. Di fronte al convento, in uno spiazzo attualmente in ristrutturazione, si erge un imponente croce in traliccio di ferro che si illumina di notte ed è visibile da grande distanza.

A fondare l’ordine dei frati minori cappuccini fu il francescano Matteo da Bascio, ordinato sacerdote nelle Marche, il quale predicava una riforma dello stile di vita francescano ormai ben lungi dalla vita di laici dediti alla penitenza che volevano vivere secondo la forma del santo Vangelo nella volontà di essere “minori”, privi di beni e di qualsiasi potere. Non a caso, uno dei santi che dimorò presso l’eremo fu beato Benedetto da Urbino (Marco Passionei), un predicatore, mendicante d’origine marchigiana.

Il convento fu uno dei primissimi dell’ordine, fondato da un osservante, Ludovico Tenaglia al quale fu concesso di alloggiare in eremitaggio nei pressi della cittadina di Fossombrone. Mendicanti ed eremiti non erano invero visti di buon occhio in epoca di controriforma, in cui si esorcizzava qualsiasi tipo di rinnovamento e innovazione relativi agli ordini monastici. Dopo un percorso costellato di arresti e scomuniche a tutti coloro che proponessero un “ritorno alle origini” secondo l’esempio di San Francesco d’Assisi,  la duchessa di Camerino Caterina Cybo, nipote di Clemente VII, ottenne l’appoggio del vescovo e del papa al fine di legittimare la riforma cappuccina attraverso l’emanazione della bolla “Religionis zelus”. Dal 1528 si concesse dunque ai frati di predicare nell’itineranza, di eleggere i propri superiori e di ritirarsi in luoghi loro riservati.

Sin dal Medioevo, la separazione dalla società circostante poteva realizzarsi in due modi: attraverso uno stato di solitudine individuale, detto eremitaggio, o dando luogo a comunità isolate dal gruppo sociale di origine, spesso in regime di reclusione e claustrazione.

In una giornata tipicamente primaverile, ho sentito l’esigenza di riflettere sul concetto francescano di “bene e pace” andando alla scoperta del monastero di Benedetto Passionei di Fossombrone. Un rifugio immerso nella natura marchigiana, lontano dalla tecnologia e dallo spasmodico nervosismo collettivo.

Per sfuggire al caos, dunque, la soluzione potrebbe essere una fuga mundi, proprio come quella praticata dai frati francescani il cui tempo era scandito da momenti di solitudine e preghiera sulla scia delle pratiche ascetiche antiche.

Mettersi alla ricerca di un riparo dalla negatività e dalla decadenza, per sentirsi liberi e realizzare il proprio perfezionamento spirituale, mantenendo integra – per quanto possibile – quell'”indole da mendicante” che contraddistingue molti di noi e che permette di riprendere fiato facendoci sentire vivi.

Redattrice del magazine The Walk Of Fame. Studentessa, laureata in letteratura e filologia moderna, è un'appassionata di storia, cinema, arte e musica. Reduce da un'esperienza all'estero, è già pronta a ripartire. Appartiene alla generazione di quelli "con l'erba che cresce sotto i piedi" ed è anche amante del folklore e dei paesaggi scandinavi.

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Andy Warhol, le sue opere cinematografiche arrivano su Amazon Prime Video

Redazione

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Minerva Pictures è orgogliosa di annunciare che, in seguito all’accordo stipulato con la Andy Warhol Foundation-Europa, le opere cinematografiche dirette e prodotte dall’iconico padre della Pop-Art, saranno  a disposizione dei tantissimi amanti e cinefili, su RaroVideo Channel a partire dal 1 marzo. Il canale, in abbonamento su Amazon Prime Video, consente la visione, in un unico luogo, di tutto il prestigioso catalogo di immagini in movimento offerto da RaroVideo.

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Tra i capolavori che fanno parte dell’accordo, troviamo le storie di vita dal sapore intimo e nascosto di The Chelsea Girls, opera monumentale della durata di 4 ore girata in doppio schermo, Vinyl, il film che forse può essere definito il più punk tra le opere di Warhol e ancora, la lunga e libera improvvisazione di The Velvet Underground&Nico, che ci riporta in quella meravigliosa e indimenticabile atmosfera newyorkese alla corte di Nico, Lou Reed e soci. Saranno editati e proposti anche i capolavori degli inizi come Blow Job e Kiss e non mancherà nemmeno la trilogia prodotta da Warhol e diretta dal suo antico amico e sodale Paul Morrissey, Flesh/Trash/Heat, con una delle icone della factory warholiana qual è Joe Dallessandro.

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Un accordo, quello con la Andy Warhol Foundation, che assume i tratti di un vero e proprio evento dal grande valore artistico, dato che le opere saranno ospitate da RaroVideo Channel su Amazon Prime Video in esclusiva mondiale.

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Walt Whitman, il padre della poesia americana

Erica Ciaccia

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Walter Whitman, noto come Walt Whitman (West Hills 1819 – Camden 1892) è stato un poeta, scrittore e giornalista statunitense. Considerato il padre della poesia americana, è stato il primo poeta moderno ad utilizzare comunemente il verso libero, di cui è considerato in un certo senso “l’inventore”.

Le sue radici si rintracciano nel visionarismo profetico di William Blake, quei suoi versi lunghissimi e prosatici provengono infatti dall’influenza di quest’ultimo, anche se il poeta americano ne stempera la carica alchemico-mitica e li usa in una versione più franta, metricamente più fluida, tanto da fargli guadagnare appunto un posto tra gli iniziatori del verso libero.

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La famiglia di poeti cui Whitman appartiene e della quale è considerato il patriarca, è una famiglia che purtroppo negli ultimi decenni non ha avuto in Italia una buona reputazione: vi appartengono cantori di una americanità continentale, come Rubén Darío, Pablo Neruda, Allen Ginsberg e perfino Borges, che fu anch’egli un whitmaniano.

La sua raccolta più famosa “Foglie d’erba” fu pubblicata nel 1855 in occasione del giorno dell’Indipendenza e proprio per questo sarà un’opera destinata ad essere considerata la “Bibbia democratica americana”. Come poeta e come persona, Walt Whitman resta grande e sfuggente.

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Non si riesce a sapere, nemmeno al giorno d’oggi, la maggior parte di ciò che egli non voleva che si sapesse, malgrado i grandi sforzi di molti devoti e colti biografi. Il legame tra la sua poesia e la sua vita è molto più incerto di quanto non creda la maggior parte dei lettori. Eppure Whitman è tanto importante per noi, tanto crucial nella mitologia americana, tanto assolutamente centrale nella nostra cultura letteraria che abbiamo bisogno di progredire nel tentativo di mettere insieme la sua vita e la sua opera. 

Di seguito alcuni versi tratti da “Foglie d’erba”: 

C’è questo in me – io non so che cosa è  – ma so che è in me. 
Contorto e sudato – calmo e fresco poi diventa il mio corpo, 
io dormo – dormo a lungo.
Io non lo conosco – è senza nome – è una parola non
detta,
Non è nei dizionari, tra le espressioni, tra i simboli.
Qualcosa lo fa oscillare su più terra di me,
amica ne è la creazione, il cui abbraccio mi sveglia. 
Forse potrei dire di più, Lineamenti! Io intercedo per 
i miei fratelli e le mie sorelle.

Vedete, miei fratelli e sorelle?
Non è caos o morte – è forma, unione, progetto – è vita eterna – è Felicità.

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Per l’uomo sarà più complesso vivere su Marte oppure affrontare il viaggio di andata?

Gaetano Miranda

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Solo pochi giorni fa il rover Perseverance è arrivato su Marte. Un evento atteso, seguito in diretta televisiva e sui social network che ha lasciato tutti con il fiato sospeso. Il segnale, arrivato a distanza di 11 minuti dall’evento a causa del ritardo nelle comunicazioni fra Marte e la Terra, ha confermato il contatto col suolo. Applausi, soddisfazione alle stelle (è proprio il caso di dirlo) e la consapevolezza di aver aperto una nuova pagina nella storia dell’esplorazione spaziale.

La missione è infatti destinata a cercare tracce di vita passata e a raccogliere i primi campioni del suolo marziano che nel 2031 saranno portati sulla Terra da una staffetta di missioni nella quale l’Italia avrà comunque un ruolo importante.

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A cercare le tracce di una vita passata nel bacino di un antichissimo lago, che ora è il cratere Jazero, ci sarà proprio Perseverance. E’ il quinto rover che l’agenzia spaziale americana ha inviato sul pianeta rosso. La Nasa ha definito la manovra come “la più precisa di sempre per raggiungere il suolo marziano”.

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Ora tutti si chiedono: potrà l’uomo vivere su Marte? Sarà in grado di farlo?

Ce lo spiega il professor Gaetano Miranda, antropologo fisico con indirizzo evolutivo e palepateologico

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