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Alla scoperta del santuario di Benedetto Passionei: un rifugio nella natura marchigiana

Redazione Posted On 9 Marzo 2020
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“Cercare di vivere in maniera ristretta, senza stare rinchiusi dentro casa”, un po’ come un francescano dedito ad una vita di solitudine e preghiera, ma che, in virtù della propria vocazione da mendicante, si spostava da un convento all’altro viaggiando da solo o in coppia.

In una domenica di sole e tensione collettiva, ho deciso di andare alla scoperta del santuario del beato Benedetto Passionei, presso il convento dei Cappuccini di Fossombrone.

Sulle sommità del colle dei Cappuccini, sorge una delle prime architetture religiose dell’ordine mendicante appartenente alla famiglia francescana: la chiesa di San Giovanni Battista e il convento dei frati cappuccini, entrambi risalenti al sedicesimo secolo. Ci troviamo in periodo rinascimentale, armonia e proporzione sono infatti le parole d’ordine che contraddistinguono il luminoso chiostro del cenobio.

All’interno della chiesa si trovano invece un altare ligneo, la tela “Madonna e santi” del pittore pesarese Gaetano Bessi (1816) e un coro in noce. Di fronte al convento, in uno spiazzo attualmente in ristrutturazione, si erge un imponente croce in traliccio di ferro che si illumina di notte ed è visibile da grande distanza.

A fondare l’ordine dei frati minori cappuccini fu il francescano Matteo da Bascio, ordinato sacerdote nelle Marche, il quale predicava una riforma dello stile di vita francescano ormai ben lungi dalla vita di laici dediti alla penitenza che volevano vivere secondo la forma del santo Vangelo nella volontà di essere “minori”, privi di beni e di qualsiasi potere. Non a caso, uno dei santi che dimorò presso l’eremo fu beato Benedetto da Urbino (Marco Passionei), un predicatore, mendicante d’origine marchigiana.

Il convento fu uno dei primissimi dell’ordine, fondato da un osservante, Ludovico Tenaglia al quale fu concesso di alloggiare in eremitaggio nei pressi della cittadina di Fossombrone. Mendicanti ed eremiti non erano invero visti di buon occhio in epoca di controriforma, in cui si esorcizzava qualsiasi tipo di rinnovamento e innovazione relativi agli ordini monastici. Dopo un percorso costellato di arresti e scomuniche a tutti coloro che proponessero un “ritorno alle origini” secondo l’esempio di San Francesco d’Assisi,  la duchessa di Camerino Caterina Cybo, nipote di Clemente VII, ottenne l’appoggio del vescovo e del papa al fine di legittimare la riforma cappuccina attraverso l’emanazione della bolla “Religionis zelus”. Dal 1528 si concesse dunque ai frati di predicare nell’itineranza, di eleggere i propri superiori e di ritirarsi in luoghi loro riservati.

Sin dal Medioevo, la separazione dalla società circostante poteva realizzarsi in due modi: attraverso uno stato di solitudine individuale, detto eremitaggio, o dando luogo a comunità isolate dal gruppo sociale di origine, spesso in regime di reclusione e claustrazione.

In una giornata tipicamente primaverile, ho sentito l’esigenza di riflettere sul concetto francescano di “bene e pace” andando alla scoperta del monastero di Benedetto Passionei di Fossombrone. Un rifugio immerso nella natura marchigiana, lontano dalla tecnologia e dallo spasmodico nervosismo collettivo.

Per sfuggire al caos, dunque, la soluzione potrebbe essere una fuga mundi, proprio come quella praticata dai frati francescani il cui tempo era scandito da momenti di solitudine e preghiera sulla scia delle pratiche ascetiche antiche.

Mettersi alla ricerca di un riparo dalla negatività e dalla decadenza, per sentirsi liberi e realizzare il proprio perfezionamento spirituale, mantenendo integra – per quanto possibile – quell'”indole da mendicante” che contraddistingue molti di noi e che permette di riprendere fiato facendoci sentire vivi.

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