Aborym – Hostile: “Sperimentare, osare ed uscire dagli schemi”

Gli Aborym sono una di quelle band dalle quali devi aspettarti l’inaspettato. E forse il miglior aggettivo per descrivere la loro musica è uno solo: imprevedibile. Ma andiamo con ordine, soprattutto per chi non conosce questa realtà che, nel bene e nel male, ha segnato un importantissimo solco nella storia della musica italiana.

I nostri, sin dalle origini risalenti al 1992, sono sempre stati alla ricerca di un proprio sound; un’identità musicale totalmente immune dal giudizio di recensori, fan o scelte di mercato. Tradotto: gli Aborym o li ami o li odi; prendere o lasciare. That’s it.

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Viene da sé che Fabban e soci non potevano fermarsi al black metal iniziale e rimanere ancorati ad un mondo che fa del canone (e, spesso, degli stereotipi) una regola. Nemmeno per sogno! Ecco quindi che da Kali Yuga Bizarre del 1999 al qui presente Hostile, in uscita al pubblico il 12 febbraio 2021, c’è un abisso enorme. Un abisso che si traduce in una musica a dir poco sorprendente, a tal punto che ogni recensione (compresa questa) risulta totalmente inutile.

Fatta la doverosa premessa, tuffiamoci in questa ottava fatica licenziata da Dead Seed Production, con la consapevolezza che ogni punto di riferimento andrà a farsi benedire.

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Sperimentare, osare ed uscire dagli schemi. Questa la regola che permea ogni singola traccia di Hostile. Dal momento che si preme sul tasto “Play” ci si trova in un mare sconfinato ed avvolti da uno strano senso di smarrimento. Sensazione che, con lo scorrere dei minuti, acquista un valore del tutto nuovo. E di punto in bianco ci si rende conto di come l’imprevedibilità a cui si accennava prima diventi il vero punto di forza.

Non è facile unire elementi noise, rock, industrial ed elettronici in un’unica struttura, perché il rischio di annoiare è sempre dietro l’angolo. Eppure Hostile, ad oggi il lavoro più maturo, completo e definito degli Aborym, riesce ad ammaliare. Vuoi per quella malata vena psichedelica, oppure per il sound elettronico che bombarda le sinapsi, o per la voce ipnotica e corrosiva di Fabban. Tutto si mischia, si scompone e ricompone, si alza e si abbassa. Avete presente il caleidoscopio con le sue infinite strutture? Ecco.

La forza dell’album è proprio questa innaturale capacità di non avere un filo conduttore, eppure di riuscire sempre e comunque a centrare il punto e a lasciare a bocca aperta. Di nuovo l’imprevedibilità a cui si faceva riferimento. Complice di tutto ciò sono sicuramente i nuovi musicisti ed ospiti all’interno della formazione, i quali hanno dimostrato un’elevatissima capacità musicale non fine a se stessa. E ciò si traduce in un lavoro elegante, strano (in senso buono) ed interessante, superiore perfino al precedente Shifting.Negative del 2017.

Rispetto a quest’ultimo Hostile torna ad avere la musica come vera protagonista. Gli -a volte- eccessivi elementi noise ed elettronici hanno lasciato molto più margine all’evoluzione del songwriting, mostrando di conseguenza una maturità stilista mai vista prima d’ora. Non è un’esagerazione dire che ci troviamo di fronte ad un lavoro che ha dato il via ad una nuova fase degli Aborym.

Oltre un’ora di musica in cui ciascuno strumento, voce compresa, gioca un ruolo di primaria importanza. Non troverete mai una predominazione di una componente sull’altra. Tutto ruota attorno ad una delicata sinergia che crea poi la magia. Motivo per il quale non esiste una traccia migliore da estrapolare e prendere come esempio. Il disco va ascoltato tutto, da inizio a fine, come se ci si immergesse in apnea in una vasca di acqua. Solo al termine si torna a respirare e a volerne ancora.

Dicevamo all’inizio come per Fabban e soci la sperimentazione, il volersi mettere in gioco ed uscire dagli schemi siano alla base della continua evoluzione musicale. Non sempre, parlando in generale, ciò porta a conseguenze positive, soprattutto per quelle band talmente ancorate a determinati canoni da non potersi quasi più permettere di osare di più. Pena l’odio o l’accusa di tradimento da parte del fan o del recensore.

Questo discorso non vale con gli Aborym, per il semplice fatto di aver creato uno stile talmente personale da essere non catalogabile. La loro musica è un dito medio al canone. Ecco perché o li ami o li odi senza una situazione di intermezzo. Ed ecco spiegato anche il motivo per il quale Hostile sfugga dal tentativo di recensirlo. Farlo -o meglio, pretendere di farlo- significherebbe volerlo inglobare in uno schema. Un’operazione pressoché impossibile per un sound così eterogeneo, poliedrico e dalle infinite sfaccettature.

Da parte nostra Hostile è un album che riesce a conquistare ascolto dopo ascolto. E anche dopo diversi replay puoi comunque cogliere un dettaglio sempre nuovo, come se la musica fosse veramente viva e cosciente. Unica raccomandazione: degustatelo con attenzione e non distrattamente; ne rimarrete piacevolmente sorpresi.

Tracklist:

  1. Disruption
  2. Proper Use of Myself
  3. Horizon Ignited
  4. Stigmatized (Robotripping)
  5. The End of a World
  6. Wake up. Rehab
  7. Lava bed Sahara
  8. Radiophobia
  9. Sleep
  10. Nearly Incomplete
  11. The Pursuit of Happiness
  12. Harsh and Educational
  13. Solve et coagula
  14. Magical Smoke Screen

Line-up:

  • Fabban – Vocals, Piano, Synth, Programming
  • Riccardo Greco – Bass, Guitars, Programming
  • Gianluca Catalani – Drums, Pads, Electronics
  • Tomas Aurizzi – Guitars

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