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Interviste

A tu per tu con Richi Rossini: “La musica è un mezzo potente. Dopo la quarantena sogno il mare”

Richi Rossini è stato uno dei protagonisti del concerto del primo maggio in streaming di The Walk of Fame: la nostra intervista

Antonella Valente

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Si intitola “Lucia” ed è il terzo singolo del cantautore Richi Rossini che completa la sua prima raccolta “Gli Amori del Superuomo”. Il cantautore emiliano è stato anche uno dei protagonisti del Concerto del 1 maggio in streaming del magazine The Walk of Fame.

Oltre al nuovo singolo, la raccolta comprende i brani “Cecilia” e “Mariagrazia“: tre nomi di donna che si fanno portavoce di tre concetti diversi. “Lucia” , ad esempio, è un viaggio interiore, che scava a fondo dell’intimità del cantautore. Immaginando di far parlare due parti di sé, quella maschile più legata alla razionalità e quella femminile più legata alla creatività, arriva alla conclusione che a trionfare è quella femminile, più libera e pura.

Benvenuto Riccardo! Come stai? In che modo stai vivendo questa quarantena?
Sto bene grazie! A parte il lavoro, che è tanto, passo il tempo a studiare. Ho la possibilità e la serenità mentale per concentrarmi su argomenti che di solito è difficile approfondire. Inoltre sono fortunato perchè sto generalmente bene da solo.Non è la prima volta che mi capita. Sicuramente un simile isolamento forzato non mi era mai successo di viverlo, quello sì.

Come nasce la tua prima raccolta “Gli Amori del Superuomo” e perche scegli di inserire tre singoli che prendono il nome di tre donne?
Sfato subito un mito, Cecilia, Mariagrazia e Lucia non esistono (ride ndr). La raccolta nasce dalla voglia di esprimere, come sempre, dei concetti. Sono anche un formatore, ho studiato psicologia e mi piace utilizzare la musica come uno strumento di comunicazione, perchè credo sia uno dei più potenti. E’ da tempo che volevo mettere nero su bianco alcune tematiche. Col tempo è nata anche una visione particolare leggendo di Nietzsche e del Superuomo e me lo sono immaginato ai giorni nostri, magari un pò stanco dei piaceri comuni e mi sono chiesto “a cosa si sarebbe potuto appassionare?”. Ritroviamo nella raccolta un’ode alla musica, la tematica del poliamore e i viaggi interiori. Santa Cecilia è la protettrice dei musicisti e da lì viene il nome “Cecilia”. Non è un brano dedicato solo alla musica ma anche a quel lato buono del progresso che ci permette di avere la musica sempre con noi, che è abbastanza una novità. Fino all’800 per ascoltare musica bisognava andare in posti dedicati, ora invece ne siamo circondati dalla mattina alla sera. E’ quindi una dedica a questo strumento ma anche ai diffusori. “Mariagrazia” è dedicata al poliamore e non a caso ha un doppio nome invece “Lucia”, da “Lucy in the Sky With Diamonds” dei The Beatles, e si concentra sui viaggi interiori e sulla creatività.

Di “Lucia” dici che è una canzone dedicata alla “possibilità di esprimere un proprio lato femminile”, come mai hai voluto sottolineare questo aspetto?
Tutti e tre hanno un risvolto autobiografico. Però c’è anche un’empatia verso il mondo esterno. Parlando di me mi piacerebbe parlare di qualcosa che possa essere utile anche agli altri. In questo caso mi rivolgo anche agli altri uomini spiegando che esprimere un nostro lato femminile può essere molto utile per riuscire a fare pace con stessi, in un qualche modo. Credo che in questo contesto storico sia molto utile.

Vedendo il video di “Lucia”, si notano delle mani che simboleggiano la creatività e la manualità. Cosa pensi della gestualità e dell’utilizzo delle mani con riferimento alla gestione e superamento di un dolore?
Penso che sia qualcosa di straordinario. Non a caso sto sentendo, come tante persone, un bisogno disperato di lavori semplici, manuali, agricoli, il bisogno di stare in contatto con la natura e la terra. E’ in effetti anche uno degli stili di vita che si consigliano quando si è troppo celebrali e si hanno problemi di connessione con la realtà. Infatti molti dei miei brani di piano, come anche “Lucia”, nascono da un movimento. Molte canzoni nascono da veri e propri arpeggi e movimenti fisici. In verità, per me, il fatto di toccare i tasti, il legno che vibra è una terapia e tutto questo mi permette di connettermi con una parte profonda e primordiale di me. E’ questa la cosa che ti fa stare bene. In effetti quello che mi manca in questo momento è proprio la natura, la sensazione della sabbia tra le mani, coltivare o il profumo delle piante.

Quando nasce la tua passione per la musica e quando questo mondo inizia a relazionarsi con quello della psicologia?
La musica nasce in famiglia, mio padre era un cantante lirico, ha lavorato anche in radio. Da piccolo ho iniziato a suonare l’organo che avevo in casa. Poi ho frequentato il conservatorio e da lì gruppi vari. Ho, però, iniziato a scrivere musica a 15 anni. Rivedendo oggi i testi di allora mi sono reso conto che erano parecchio psicologici e profondi. Ero già un ragazzino che cercava tanto. Da lì è stato un attimo avvicinarmi alla psicologia. Ascoltavo i Blur, complessi ma con risvolti intimi, John Lennon, anche Bob Marley, che aveva qualcosa da dire circa un certo stile di vita e crescita personale. Poi mi sono ritrovato nel mondo della formazione e della mente. Un pò per caso, da Parma mi sono trasferito a Genova dove ho inziato a frequentare corsi di crescita personale, comunicazione, tecniche di studio. Alla fine ho preso anche la laurea ed è diventata l’altra mia grande passione. La musica e la psicologia si uniscono perchè sono due strumenti comunicativi efficaci. Guardando indietro, la musica rappresentava il mezzo più potente che conoscevo. Ci sono stati artisti che hanno creato delle vere e proprie subculture, ma c’è stato anche chi semplicemente riusciva a darti una visione diversa delle cose.

Tra gli argomenti che affronti nella tua raccolta c’è quello del poliamore, perchè?
Perchè è un argomento molto serio e trovo che nella crescita personale è il passo più importante, sicuramente il più difficile. Mi sono accorto che c’era sempre un argomento che non veniva trattato perchè si aveva paura del giudizio, di mettersi in discussione e della disapprovazione ma non si affrontava mai la gelosia perchè nessuno aveva il coraggio di parlarne. Se si lavora sulla gelosia indirettamente si lavora anche sulla proiezione delle figure genitoriali. Si parte dalla gelosia per lavorare sul possesso e poi sul concetto di proprietà delle cose e delle persone, che è un concetto che appartiene alla nostra cultura e non alla nostra natura. Penso rappresenti una vera e propria rivoluzione individuale. Già ad esempio questa quarantena è illuminante perchè ognuno di noi ha un potere. Oggi se ne parla sempre di più. Dieci anni fa quando ho inziato a farmi delle domande pensavo di essere matto. Il cambiamento individuale è quello più difficile: qual è la cosa che ti mette in difficoltà? beh allora affrontala, purchè non si parli di qualcosa di lesivo nei confronti degli altri. Molte persone fanno fatica a stare all’interno di relazioni o non si riconoscono nell’impianto patriarcale. Non è sempre stata così la nostra società. Mi sembrava opportuno affrontare questo argomento molto profondo. Impari a non essere sempre al centro dell’attenzione e a rispettare di più l’altro. Nella coppia tradizionale spesso la comunicazione è difficile e anche violenta. Ho un B&B, che ora è fermo e che ho messo a disposizione del Centro Antiviolenza perchè qui a Genova le chiamate sono aumentate del 30%. Quindi è un argomento decisamente molto importante.

Cosa pensi di quello che sta accadendo al mondo della cultura, dello spettacolo e della musica, che sembra quasi essere stato un pochino abbandonato a se stesso? che prospettiva ha un cantautore oggi?
E’ un argomento delicato perchè in Italia purtroppo non siamo abituati a considerare l’arte come una vera e propria professione. Non mi sorprende che ci troviamo in questa situazione. La vedo molto grigia, perchè non credo che questa cosa finirà a breve e non credo che sarà l’unica pandemia che vivremo. C’è, però, chi autonomamente si sta organizzando. Parlo ad esempio degli Stati Uniti. In Italia oltre a non valorizzare l’arte siamo anche un pò lenti nel comprendere magari alternative plausibili. Ad esempio, un gruppo funk che seguo, ha fatto un concerto online al quale si partecipava pagando 10 dollari ma si avevano moltissimi servizi. E’ stato molto seguito. E’ ovvio che è difficile immaginare un concerto digitalizzato, è un altro mondo. Le alternative si trovano lo stesso in un qualche modo. Certo, in piazza, strusciarsi sudati sotto al palco, la vedo molto dura.

Qual è una delle prime cose che farai quando questa quarantena sarà finita?
Puoi immaginare! (ride ndr) ma non lo farò perchè di mio sono abbastanza paranoico, quindi fin quando non ci sarà un vaccino sarà castità assoluta (ride ndr). Sicuramente riprenderò il mio camper che è fermo da due mesi e se potrò andrò a dormire guardando il mare da qualche collina. Ho voglia di natura. Ultimamente sto anche ritrovando una mia spiritualità.

ph. Ilaria Forno

Richi Rossini live al Concerto del 1 maggio #twof2020

Riccardo Rossini live al Concerto del 1 maggio #twof2020

Pubblicato da The Walk Of Fame – magazine su Venerdì 1 maggio 2020



Laureata in Giurisprudenza e Giornalista Pubblicista dal 2018, ama il teatro, il cinema, l'arte e la musica. Appassionata di recitazione, si diletta a salire su un palco di tanto in tanto. In altre sedi, anche Avvocato.

Interviste

Angelique Cavallari inedita: la musica, il silenzio e un’Italia da scoprire con il cinema d’autore

Eleonora Lippa

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Intervistata in esclusiva da The Walk Of Fame, Angelique Cavallari, attrice italo – francese mette a nudo emozioni e ambizioni, passioni e prospettive per un futuro positivo, dove l’emergenza Coronavirus sarà solo un ricordo. Nel mentre, però, è stata arrestata la produzione de “La Nuit”, cortometraggio che la vede protagonista e che mira a lanciarla verso il cinema italiano che conta.

Era prevista l’uscita del cortometraggio di Stefano Odoardi “La Nuit”, che ti vedeva coinvolta ma a causa dell’emergenza Coronavirus è stato tutto rimandato. Come hai accolto questo cambio di programma?

E’ il corso della vita. Alcune cose sono inevitabili, come questa pandemia ad esempio, e quindi ho accolto questo cambio con pazienza.

“La Nuit” è stato girato tra Foggia, Lucera e Pescara. Cosa ti ha colpito di più di questi luoghi?

Foggia mi ha colpito soprattutto la notte. Avendo girato una scena su di un terrazzo la vista sulla citta con le sue sue luci era molto suggestiva e metafisica. A Lucera abbiamo girato la scena del primo concerto al meraviglioso Teatro Garibaldi, un bijoux della storia italiana, meraviglioso. A Pescara c’è una grande contemporaneità, gallerie, artisti d’avanguardia, un fermento di ricerca. Questa a mio parere è una grande risorsa per il nostro paese.

Nel corto interpreti Lelè, una cantante e compositrice di musica elettronica e realmente i brani sono stati composti e scritti da te. Quanta importanza dai alla musica? Che ruolo svolge nella tua vita?

Moltissima. La musica è parte integrante e quotidiana della mia vita e paradossalmente sono anche una grande amante del silenzio. La musica, in primis da ascoltatrice. Spazio senza limiti tra generi antichi e nuove scoperte. Mi piace moltissimo questo viaggio tra le vibrazioni sonore, è diretto all’anima, senza i filtri della ragione. Per quanto riguarda la composizione, la esploro da qualche anno sia da sola che con dei collaboratori, è un universo ricchissimo e senza confini.

Hai collaborato con Stefano Odoardi anche nei primi due capitoli della trilogia “Mancanza”. “Inferno”, il primo, è stato girato tra le macerie de L’Aquila. “Purgatorio”, il secondo, è ambientato in Sardegna. Qui sei protagonista di un viaggio verso l’ignoto, dove tutto appare lontano dalla realtà. Ti è mai capitato di sentirti così nella vita?

Paradossalmente essere “lontani dalla realtà ” è un concetto discutibile, come lo è anche il concetto di realtà.. Partendo dal fatto che ognuno ha un approccio molto intimo e personale con la realtà che vive e vede e che ha uno sguardo tutto proprio sulle cose e che muta con il tempo. Oltretutto posso affermare di essere una persona alquanto lucida, concreta e oggettiva ma anche percettiva ed intuitiva allo stesso tempo e la sublimazione della realtà, l’esserne “lontani” per me è semplicemente una visione altra. Una scelta in più e diversa, uno sguardo che permette altre chiavi di lettura. 

Ti abbiamo vista in “Seguimi” (2017) diretta questa volta da Claudio Sestieri. È un film molto particolare, di quelli che non siamo abituati a vedere tra le proposte del nostro cinema e per questo ti chiedo: come è stato vestire i panni di Marta?

E’ stato molto arricchente. Per interpretare Marta sono dovuta andare a cercare lontano da quel che già conoscevo di me e ho esplorato i meandri di questo personaggio con molta attenzione e cura. E’ un po’ quello che ogni attore spera di poter fare nella propria carriera. Marta è un personaggio cosi delicato e sofferente, abbandonato totalmente a sé stesso. Cosi estremo e silenzioso al tempo stesso e con un bisogno d’amore cosi disperato. Per Marta ho approfondito anche lo studio della malattia mentale. Ho vissuto questa esperienza in maniera viscerale e con molto amore, ma è un po’ cosi per ogni cosa che intraprendo in fin dei conti…

Cosa ti ha colpito di più del suo personaggio?

Il suo meccanismo inconscio ed inconsapevole di difesa e di sopravvivenza all’estremo dolore che sta vivendo. Un dolore senza fondo, purtroppo. Chissà quante persone soffrono cosi tanto, nell’indifferenza comune. Quando penso a Marta serbo in cuore per lei una grande tenerezza.

A quale attore o attrice ti ispiri?

Nutro profonda stima per Romy Schneider,  Setsuko Hara, Charlize Theron, Renée Jeanne Falconetti.

L’emergenza che stiamo vivendo ha colpito tutti noi e in particolar modo il mondo del cinema. Come viene percepito ed elaborato tutto questo caos da parte di un’attrice? 

Personalmente sono fiduciosa in una ripresa ed in un netto miglioramento su molti aspetti che riguardano l’argomento cinema in Italia.  Una nuova visione da parte di tutti i reparti che compongono il settore cinema e una grande e profonda rimessa in discussione di valori che forse avevano bisogno di una rinfrescata per una costruttivo miglioramento globale

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Interviste

Hi-tech e aridità di sentimenti, Ganoona lancia “Bad Vibes” per invertire la rotta

Federico Falcone

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Cantante, rapper e songwriter italo-messicano. La sua musica è un mix perfetto tra sonorità black, latin e hip hop, accompagnata da liriche intense e originali. Ganoona ci parla del nuovo singolo, tra preoccupazioni, speranze e necessità di vivere una società diverse da quella attuale…

“Bad Vibes” è influenzato dalla realtà distopica di una tecnologia capace di condizionare la vita dell’essere umano e della sua presenza sulla terra. Come nasce questo singolo?

Nasce dal bisogno di sfogo. Ho scritto il testo in un momento complicato, in cui mi sentivo solo e insoddisfatto. L’ho scritta al pianoforte, voce e accordi, nuda e cruda. In generale Bad Vibes parla del senso di inadeguatezza, e del bisogno di contatti umani sinceri in un mondo sempre più inaridito dalla tecnologia e dai social.

Ci sono stati episodi che ti hanno particolarmente colpito?

L’episodio che mi ha spinto a scrivere il pezzo è il momento in cui mi sono reso conto che la prima cosa che facevo appena sveglio era guardare il telefono, prima ancora di dare un bacio a chi mi dormiva vicino. Mi sono veramente chiesto se la dovevo considerare una dipendenza… e ho pensato che molte persone si sarebbero rispecchiate in questa sensazione.

La realtà che stiamo vivendo, quella della crisi sanitaria causata dal Coronavirus, è altrettanto distopica. Meno futuristica ma più reale e di stretta attualità. Potrà mai essere materiale di spunto per i tuoi brani?

Al momento credo sia troppo presto. Ho bisogni di far sedimentare le esperienze nel mio cuore prima di metterle in una canzone. Sono uscite un sacco di canzoni sul tema, quindi non sento la priorità di unirmi al coro… Se però sentirò di averne bisogno, di raccontare come ho vissuto questo periodo, forse lo farò.

Nel brano parli di isolamento. Viene spontaneo chiederti le differenze tra ciò che hai immaginato e ciò che hai vissuto in queste settimane…

Purtroppo non solo a causa di una pandemia sperimentiamo la solitudine e l’isolamento. Ci sono persone che avevano già situazioni difficili alle spalle, per cui questa situazione è stata veramente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Io mi sentivo così quando ho scritto il pezzo e avevo bisogno di parlarne, non potevo immaginare che da li a qualche mese molte persone avrebbero provato quelle sensazioni…

Nella tua musica ti metti a nudo e sveli il lato più intimo della tua arte. Per un artista con la tua sensibilità questo dramma mondiale che stiamo vivendo quando può essere impattante?

Molto, come ogni esperienza della vita, soprattutto per chi è sensibile ed è una “spugna” delle emozioni. Però non mi sono fatto sopraffare, ho lavorato molto su di me, sulla mia musica e sulla mia interiorità. In realtà mi ha anche giovato questo periodo. Ogni cosa ci cambia nel modo in cui noi le permettiamo di farlo…

Nell’era in cui lo streaming e il digitale hanno preso il sopravvento, per un artista tour e concerti restano l’ultima opportunità per guadagnare con la propria musica. Ora che non abbiamo contezza di quando si ripartirà, quale è lo scenario che ti sei fatto per i prossimi mesi?

Sono terre inesplorate, quindi, come sempre, saranno l’occasione per qualcuno e la tragedia per qualcun altro. Io cercherò di cogliere ogni occasione, e per certi versi il poter organizzare solo live piccoli, con poche persone, potrebbe essere un vantaggio per gli artisti emergenti come me.

Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi e, soprattutto, per il futuro?

A brevissimo uscirà un nuovo singolo, ed entro l’estate un EP. Stiamo organizzando anche i prossimi appuntamenti live, in sicurezza ovviamente, ma si deve ripartire.

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Interviste

Wavy è il nuovo singolo di Malcky G: intervista al giovane rapper italo americano

Antonella Valente

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Malcky G, il giovane rapper italo americano, dopo aver pubblicato alcuni singoli che gli hanno permesso di farsi conoscere dal pubblico e dagli addetti ai lavori, ha da poco rilasciato il nuovo singolo inedito “Wavy” con l’amico e collega Mambolosco.

Il brano è prodotto da Andry The Hitmaker, tra i produttori più apprezzati dalla scena e già al fianco di trapper come Boro Boro (il singolo “NENA” è tra i più ascoltati in queste settimane), GIAIME e Vegas Jones.

Malcolm Reeves, questo il vero nome dietro a Malcky G, è un italo-americano figlio d’arte: il papà Mohamed Reeves (nativo del South Bronx), è stato un ballerino internazionale ed ha lavorato con Michael Jackson e da lui e dalla mamma italiana, entrambi appassionati di rap e non solo, Malcky G ha ereditato la passione per la musica, che se per i genitori era il Rap ora, semplicemente per motivi anagrafici, è la trap.

Benvenuto Malcolm, come stai? Come hai trascorso i mesi di chiusura forzata dovuti alla pandemia?
I primi giorni è stata dura, poi è diventata un’abitudine. Ho cercato di essere produttivo, lavorare e scrivere, ma mi sono anche svagato.

Due giorni fa è uscito “Wavy”, che hai realizzato insieme a Mambolosco. In pochissimo tempo ha già ottenuto migliaia di ascolti e visualizzazioni. Come nasce questo brano e questo testo?
Sono andato in studio da Andry. Io avevo già il testo e avevo delle idee di suono, così lui ha
preparato la base. Stavano bene insieme. Poi l’abbiamo mandata a Mambo.

Come ha reagito il mondo della trap, a tuo parere, alla crisi di questo periodo?
Ho avuto modo di vedere come ha reagito la gente e devo dire che secondo me le persone chiuse in casa hanno e stanno ascoltando molta più musica.

Sei comunque figlio d’arte. Come ha condizionato questa cosa la tua crescita personale e artistica?
Ha influenzato molto. Essendo una passione di famiglia, sono proprio cresciuto immerso nella cultura hip hop. Anche i miei cugini in America facevano rap, anche se non “ufficialmente” ma da appassionati…

Sebbene giovanissimo, hai raggiunto tanto successo con i tuoi singoli. Non hai paura di non avere più nulla da dire o bruciare le tappe?
Nonostante la mia età e sebbene abbia iniziato da poco, ho ancora molto da comunicare e da raccontare.

Come hai conosciuto Mambolosco e quanto è stato prezioso per la realizzazione del singolo?
Ci siamo conosciuti in un backstage di un concerto, siamo diventati molto amici e abbiamo deciso di collaborare. Mambo è stato molto importante per la realizzazione di Wavy. La sua strofa è molto forte e bella. Devo dire che è uscito un bel lavoro.

Cosa ti è mancato di più durante questa quarantena e cosa ti aspetti dal futuro?
Mi è mancato tanto uscire con gli amici e divertirmi. Prima del lockdown andavamo sempre ai concerti. Durante la quarantena comunque non mi sono mai fermato, ho cercato di essere produttivo perché il mio obiettivo è di migliorarmi sempre di più.

ph. Andrea Bianchera

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