8 novembre 63 a.C, l’inizio delle Catilinarie

Un ritratto desueto del rivoluzionario romano. E se avesse avuto ragione lui?

Era l’8 novembre del 63 a.C. quando Cicerone declamò in Senato la prima orazione contro Catilina, nota come “In Catilinam oratio I”.

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“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”.

Con queste parole l’avvocato di Arpino apriva il suo discorso chiedendo all’accusato, anziché rivolgersi al Senato come tradizione voleva, quanto ancora aveva intenzione di abusare della pazienza dei senatori. Ci vorrebbero pagine e pagine, libri su libri, per disquisire sulle Catilinarie. Occorrerebbero fiumi di parole riguardo la damnatio memoriae a cui è stata condannata la figura di Catilina grazie alle accuse del console e a parte della storiografia antica.

Ma presentarne un piccolo ritratto non conforme, nell’anniversario del processo nei suoi confronti, è forse un modo per contribuire alla riabilitazione. O comunque presentare un punto di vista diverso della storia. La storiografia antica in gran parte apparteneva, o comunque appoggiava, determinate classi sociali. Era quindi politicamente interessata e probabilmente per questo anche personaggi come Nerone e Tiberio, ad esempio, sono stati dipinti e considerati tutt’oggi come negativi.

Grazie al giornalista e scrittore Massimo Fini abbiamo però una biografia del nobile romano che lo ritrae diversamente dalla vulgata. Fini, noto per essere spesso contro corrente, descrive lo scontro con Cicerone come la diatriba tra il rappresentante e difensore dell’aristocrazia e dei latifondisti italici e il paladino dei diseredati, degli emarginati, dei disoccupati che il patriziato aveva ridotto in miseria.

Sallustio, storico e autore di De Catilinae coniurationae” nonché senatore e appartenente alle schiere di Cesare nella guerra civile contro Pompeo, descrisse Catilina come uomo “di indole trista e malvagia”, avido di stragi, rapine e discordie.

Una descrizione negativa volta forse, stando alla lettura di Fini, a scagionare Cesare dalle accuse che lo vedevano coinvolto nella congiura di cui Catilina era accusato di esserne l’organizzatore.

Il Catilina presentato da Massimo Fini è invece un rivoluzionario, candidato per tre volte al consolato con programmi radicali quali la cancellazione dei debiti, la distribuzione equa delle terre dello Stato. La Lex Rullia (proposta dal tribuno Servilio Rullo, affiliato di Catilina) non ledeva in alcun modo il diritto di proprietà, ma i latifondisti, attraverso Cicerone, vi si opposero per difendere i molti tra le loro fila che le avevano occupate e sfruttate attraverso il lavoro degli schiavi.

Per tutte e tre le volte che Catilina si candidò al consolato fu sconfitto, probabilmente a causa di brogli elettorali guidati da Cicerone. L’ultima mancata elezione fece traboccare il vaso. La sconfitta subita ai danni di Murena Brusoli, difeso poi da Cicerone stesso con l’orazione Pro Murena, convinse Catilina ad impugnare le armi abbandonando la via democratica. Si alzò in piedi e prima di andarsene, racconta Sallustio, pronunciò queste parole: “Dal momento che, stretto intorno da nemici, mi si vuole ridurre alla disperazione, estinguerò sotto un cumulo di rovine l’incendio acceso contro di me”.

Catilina, nobile appartenente alla gens Sergia, appoggiò la causa delle classi non rappresentate politicamente: i liberti, gli schiavi, le donne.

Il nobile descritto da Fini è l’esatto opposto dell’avvocato di Arpino.

Cicerone è invidioso di Catilina, del suo coraggio e della sua vitalità, della sua volontà di andare oltre la classe sociale per dare ai meno abbienti una possibilità di riscatto.

Anche Plutarco non ebbe troppe parole di elogio per Cicerone, descritto come un egocentrico.

Ma il giudizio negativo sull’accusatore di Catilina è rintracciabile anche nel trattato “Storia di Roma” di Theodor Mommsen di metà XIX secolo, che lo descrive come mediocre parvenu, privo di qualità morali dell’uomo romano, doppiogiochista, cinico, vigliacco, vanagloriso, oppresso dal senso di inferiorità in quanto homo novus.

La stessa morte dei due uomini fu diversa, esplicativa del loro essere.

Cicerone fu ucciso a Formia nel 43 a.C. dopo essere fuggito da Roma. Inserito nelle liste di proscrizione per volontà di Antonio, decise già prima di abbandonare la difesa della Repubblica contro la possibilità della deriva di una tirannide.

Catilina morì nel 62 a.C. a Fiesole, in battaglia, dopo aver tenuto un discorso ai suoi soldati che è rimasto nella storia. Lo stesso Sallustio lo descrisse morente “compiendo insieme il dovere del soldato valoroso e del generale abile”.

Morì dunque con coraggio, come quello che fino all’ultimo cercò di infondere ai suoi compagni in armi.

Queste le ultime frasi del suo celebre discorso: “sperare salvezza nella fuga, quando hai sviato dal nemico le armi che ti proteggono le membra, è pura follia. Sempre, in battaglia, è più grave il pericolo per coloro che hanno il maggior timore; l’audacia è un baluardo”. deused0 \lsdpri

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Federico Rapini
Nato a Roma grazie alle notti magiche di Italia 90, si laurea in Lettere con indirizzo storico all’Università di Roma “Tor Vergata”. Cresciuto tra la passione per la Roma ed i libri di Harry Potter punta ad una nuova laurea in Filologia. Ancora deve capire se essere un Grifondoro o il nuovo Totti

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