Woody Allen compie 90 anni: e noi siamo ancora qui, a ridere delle sue nevrosi (e delle nostre)
A novant’anni compiuti, Woody Allen continua a essere l’unica persona al mondo capace di farci ridere della morte, della psicoanalisi, dell’amore che franerebbe anche in un manuale di istruzioni e, naturalmente, di New York sotto la pioggia. Un traguardo che per qualunque altro mortale significherebbe saggezza, distacco, forse un po’ di serenità. Per lui, invece, significa semplicemente un anno in più per preoccuparsi di come andrà il prossimo. E in questo, bisogna ammetterlo, c’è qualcosa di profondamente rassicurante.
La nevrosi di Allen è sempre stata più affilata di una punchline, più costante di una colonna sonora jazz. È la sua materia prima, la sua arma segreta: un modo di difendersi dal mondo e, al tempo stesso, di smascherarlo. Nei suoi film, i personaggi si consumano in dialoghi che sembrano sedute di terapia rubate a un Freud lievemente brillo: “Soffro di ansia, ma ho smesso di preoccuparmene. Adesso sono in ansia per il fatto che non mi preoccupo più.” L’allenismo, chiamiamolo così, è questo: il caos emotivo come carburante comico.
A differenza di tanti comici che usano la battuta come scudo, Allen la usa come microscopio: zooma sulle nostre insicurezze, le seziona, e poi ci chiede pure di ridere del risultato. Ed è sorprendente quante volte ci riesce. Se c’è un elemento ricorrente nella sua filmografia, non è il jazz, né Manhattan all’alba, né Diane Keaton con giacca e cravatta: è la paura.
Paura della morte, anzitutto, la sua compagna di set più fedele. Poi la paura del fallimento, del successo, dell’amore, dell’assenza di amore, del fatto che l’universo sia in espansione (tema purtroppo ignorato dai terapeuti dai quali Allen ha speso più di quanto Woody spenda per un clarinetto d’epoca). Eppure questa paura, anziché paralizzarlo, lo ha reso prolifico come un impiegato che timbra il cartellino del destino con quasi un film all’anno per mezzo secolo. Le sue fobie sono il suo motore, però, perché mentre noi ci bloccavamo davanti alle ansie, lui ci costruiva sopra sceneggiature intere.
Allen ha capito una cosa fondamentale del vivere, e cioè che l’unico modo per affrontare il dolore è riderci sopra fino a che non ci fa un po’ meno male. La sua ironia è quasi una filosofia morale, una forma di resistenza. E soprattutto è umana, perché non lascia mai indenne chi la usa, è autocritica, autoindulgente, autoironica fino allo sfinimento, come se l’unica verità certa del mondo fosse che siamo tutti un po’ ridicoli, sì, ma con dignità.
La sua comicità non consola, però mette a nudo. È un invito a guardare la vita da un punto di vista leggermente decentrato, magari seduti su un divano troppo usurato, mentre fuori nevica e un sassofonista suona “Take the A Train”. A 90 anni, Allen non è più soltanto un regista. In effetti non è lo è da almeno mezzo secolo. E’, però, un repertorio di tic narrativi, una grammatica comica, un punto di vista sul mondo. È l’uomo che ha trasformato la goffaggine in estetica, il disagio in poesia, l’autocritica in forma d’arte. E anche chi non lo ama, perché Allen non è mai stato un territorio neutrale, finisce per riconoscere che nella sua combinazione di paranoia e humour c’è qualcosa di universale e che ci riguarda da vicino.
Forse, alla fine, il segreto della sua longevità artistica è più semplice di qualsiasi critica da cineasta incallito Woody Allen continua a raccontare la vita come se fosse una commedia, ricordandoci che, nonostante tutto, siamo sempre sull’orlo del disastro. Ma un disastro che, raccontato bene, può ancora farci ridere.
Grazie per averci insegnato che la paura della morte non elimina la morte ma rende la vita un po’ più interessante.
Grazie per averci mostrato che la nevrosi può diventare una forma di sincerità.
Grazie per aver reso l’ironia un modo per sopravvivere al mondo.
E soprattutto, grazie perché, mentre noi cerchiamo ancora di capire se l’universo si espande, tu ci hai dato un consiglio pratico che vale più di mille terapie: “Non prenderti troppo sul serio. Ci penserà la vita a farlo al posto tuo”.



