Gaming competitivo e sport: sono veramente due mondi inconciliabili?

Sin dall’alba dei tempi, l’uomo si è sempre messo in competizione con se stesso ed i suoi simili. Prove fisiche con cui decretare il migliore, quello più bravo. Il maschio alpha per intenderci. Con l’evoluzione, poi, ha iniziato a prendere piede il concetto di sport, soprattutto nell’antica Grecia prima e a Roma dopo. I migliori atleti si sfidavano in una serie di attività motorie definite sotto la supervisione di un arbitro, e chi vinceva otteneva gloria, fama e i riconoscimenti della popolazione. Così come allora, anche oggi avviene esattamente la stessa cosa. Lo sport è a tutti gli effetti parte integrante della nostra vita; non importa se lo pratichiamo o lo seguiamo solamente. Ma con l’avanzare del tempo e le conseguenti trasformazioni di tutti gli aspetti sociali dell’uomo, anche questo settore è stato inevitabilmente coinvolto nel processo.

Attività che fino a pochi decenni fa erano considerate alla stregua di giochi puerili, o comunque relegate a semplici momenti di svago, oggi sono viste sotto un’altra luce. In particolare il settore del gaming, o, per usare un termine più comune, quello dei videogiochi. Un fenomeno che negli ultimi 10 anni almeno ha avuto un’impennata così esponenziale che non lo si poteva più ignorare. Da qui la domanda fatidica che tutt’ora spacca a metà l’opinione pubblica: il gaming competitivo, quello che vede coinvolti i cosiddetti pro player, può essere considerato sport? Può una finale mondiale di Rocket League, per esempio, essere paragonata alla finale di Champions League? Può, infine, un Pro Player essere considerato un atleta a tutti gli effetti?

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Per rispondere in maniera facile e sbrigativa basti pensare alla quantità imbarazzante di soldi e sponsor che ad oggi girano dietro al mondo del gaming. Così come le organizzazioni di giocatori professionisti, come i Fnatic, che investono ingenti somme, esattamente come un club sportivo. O ancora i tornei organizzati in tutto il mondo che coinvolgono un numero sempre maggiore di fan che non vedono l’ora di vedere in azione il loro giocatore preferito. Un po’ come chi vuole vedere Messi o Ronaldo in azione, no? Insomma, messa in questi termini la risposta è facile: sì, un pro player è a tutti gli effetti un atleta. Ma chi o cosa è un pro player? Dato che è qui il nocciolo della questione.

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Un pro player, in sintesi, è un giocatore professionista, ossia qualcuno che compete nei cosiddetti esports, una forma di competizione elettronica che coinvolge proprio i videogiochi. Si tratta di ragazzi in grado di giocare a livelli impensabili per un comune fruitore e che gareggiano con altri pro player in appositi tornei organizzati. Alla fine si vincono spesso ingenti somme di denaro e collaborazioni con sponsor e brand dedicati. Ma come si diventa un pro player? Beh, a livello teorico è semplicissimo: giocando tanto e allenandosi. A livello pratico è tutto l’opposto. Ed è qui che sta la differenza tra un giocatore professionista ed il ragazzo qualunque che si svaga un paio d’ore davanti alla Play. Un po’ come la differenza tra chi gioca a calcetto una volta a settimana con gli amici ed il Real Madrid. Non trovate?

Tornando alla domanda iniziale: perché il gaming competitivo spesso non viene considerato uno sport? E perchè, quindi, un pro player non è uno sportivo? Il problema è la percezione che la gente ha delle capacità umane: la dicotomia tra prestazioni fisiche e prestazioni mentali. Perchè il pubblico vede (e vuole vedere, soprattutto) solamente l’esibizione fisica dell’atleta, ignorando gravemente tutta la componente mentale e psicofisica che fa la differenza tra un comune mortale ed un campione. Pensate che Ronaldo sia diventato il giocatore che è semplicemente giocando a calcio? Impegno, dedizione, mentalità, attitudine, resistenza fisica e mentale… sono questi gli ingredienti che fanno la differenza. Ora proviamo a trasportare questo discorso sui pro player e gli esports.

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Pensate, ad esempio, che uno come Ninja, lo streamer più famoso al mondo nonché campione indiscusso di Fortnite, sia diventato così bravo solo giocando? Sì, ovviamente sì, nessuno lo nega. Ore ed ore a perfezionare i movimenti, a capire le dinamiche del gioco, studiando gli avversari e la strategia migliore. Ma vogliamo parlare anche delle capacità neuronali o dei riflessi motori che gli permettono di essere così veloce e preciso? Della bravura nel saper fare delle mosse e dei movimenti che noi comuni mortali non riusciremo a fare né ora né mai?

La differenza sta tutta qui: non solo solamente le abilità fisiche che portano un atleta alle Olimpiadi, ma anche quelle mentali. Anzi, sono queste ultime che poi danno la spinta per portare il fisico a sostenere determinati ritmi. Così nel mondo del gaming. Un giocatore, ad esempio, non saprà correre i 100 metri sotto i 10 secondi. Ma Bolt riuscirebbe a competere in una partita a Rocket League con i giocatori più forti del mondo? Assolutamente no.

Sport e pro player. Sono veramente dei mondi inconciliabili, oppure è semplicemente la limitata capacità di allargare gli orizzonti a creare la dicotomia? Non è semplicemente il sudore o la prestanza fisica che fanno di un atleta professionista la persona che è, altrimenti saremmo tutti Ronaldo. Allo stesso modo non basta essere in gamba ad un videogioco per essere un pro player, altrimenti saremmo tutti Ninja. La differenza la fa la testa, le abilità (spesso innate) e la risolutezza nel voler superare la linea che divide lo sport comune da quello professionale. Quindi sì, anche il gaming competitivo è sport. Così come gli scacchi del resto. Provateci voi ad avere la capacità mentale di saper anticipare l’avversario e di leggerne i movimenti.

E se siete ancora convinti che sport e pro player siano inconciliabili, beh, è semplice. Prendete un controller, spingete quegli “stupidi” tastini e vedete se i Fnatic vi faranno entrare tra le loro fila. Oppure tirate due calci al pallone sotto casa tra una birra e l’altra ed aspettate la chiamata per debuttare nel Real Madrid.

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