Speciale “Zelig”: la critica filosofica di Woody Allen al bisogno di essere accettati dalla società
“Zelig” è uno di quei film che attraversano il tempo senza invecchiare, un’opera in cui Woody Allen dimostra, con la leggerezza di un prestigiatore e la precisione di un architetto della narrazione, che il falso può talvolta illuminare la realtà meglio di qualunque verità documentaria. È un divertissement colto e irresistibile, un gioco intellettuale che si finge documentario ma arde di vitalità, humour e malinconia. In questo film Allen porta alle estreme conseguenze una delle sue idee più radicali: l’identità come finzione condivisa, come maschera che indossiamo per essere accettati. Lo fa con un controllo del mezzo cinematografico tale da stupire ancora oggi, a quarant’anni dall’uscita.
La storia segue Leonard Zelig, interpretato dallo stesso Allen, un uomo anonimo e timido dotato di un talento straordinario e inquietante: può assumere l’aspetto e i comportamenti delle persone che ha accanto. Tra i cinesi diventa cinese, tra gli afroamericani diventa nero, tra i borghesi si trasforma in un impeccabile gentiluomo. Perde se stesso pur di adattarsi agli altri, diventando un conformista assoluto, un funambolo dell’identità che si dissolve in ogni contesto per essere accolto.
La sua peculiarità lo rende un fenomeno mediatico e un caso clinico straordinario. Viene allora preso in cura dalla psichiatra Eudora Fletcher, interpretata da Mia Farrow, che cerca di restituirgli un io stabile e riconoscibile. Intanto l’America e l’Europa degli anni Venti e Trenta lo trasformano in celebrità, bersaglio e persino strumento di propaganda. Zelig affonda così in una moltitudine di alter ego – rabbino, marinaio, contadino, comparsa nell’entourage di Hitler – finché sarà solo l’amore della dottoressa Fletcher a offrirgli un punto d’approdo, una cura basata sulla fiducia più che sulla psicoanalisi.
La costruzione del film, presentato come un finto documentario, è così accurata da rendere indistinguibile realtà e invenzione. Allen ricorre a cinegiornali autentici nei quali Zelig appare abilmente inserito, al reale invecchiamento della pellicola mediante procedimenti artigianali – si arrivava persino a calpestare fisicamente i negativi – e a una fotografia che replica con precisione il bianco e nero degli anni Venti grazie al lavoro magistrale di Gordon Willis. Le interviste contemporanee a figure reali come Susan Sontag, Saul Bellow e Bruno Bettelheim conferiscono ulteriore credibilità al dispositivo narrativo, dissolvendo ogni confine tra vero e falso
A livello estetico e concettuale, Allen omaggia Orson Welles e le sue manipolazioni delle forme cinematografiche, Pirandello con il suo gioco delle identità sfuggenti e Kafka con la trasformazione dell’individuo in metafora universale. Zelig diventa così un film-camaleonte, un’opera che cambia genere sotto lo sguardo dello spettatore.
La produzione fu straordinariamente complessa: richiese così tanto tempo in post-produzione che Allen e Willis riuscirono a girare altri due lungometraggi nel frattempo. Le trasformazioni di Zelig furono ottenute attraverso tecniche analogiche pionieristiche che anticiparono di decenni l’avvento del digitale. Per trattare la pellicola allo stile del 1928, furono persino richiamati dal pensionamento tecnici dell’epoca del cinema muto. La colonna sonora, fatta di swing e charleston, non è semplice ambientazione musicale, ma rappresenta il ritmo emotivo di un’America lanciata verso la modernità e l’autoinganno. Anche il titolo fu oggetto di continui ripensamenti – tra le proposte, “The Changing Man”, “The Cat’s Pyjamas”, “Identity Crisis” – fino ad arrivare a Zelig, parola yiddish che significa “benedetto” ma anche “cara anima defunta”.
Quando uscì nel 1983, il film fu accolto come un piccolo miracolo. Dopo il freddo riserbo che aveva accolto “Stardust Memories”, la critica americana salutò Zelig come il ritorno del Woody Allen più brillante e innovativo. In Europa, l’entusiasmo fu persino maggiore: il film fu letto come un’opera raffinata ed erudita, capace di rileggere la storia del cinema attraverso un gioco metatestuale irresistibile. Ottenne nomination agli Oscar, vari premi e la sensazione diffusa che Allen avesse raggiunto un vertice della sua carriera. Oggi Zelig è considerato un punto di riferimento: buona parte del mockumentary contemporaneo, da “The Office” a “What We Do in the Shadows”, deve a questo film più di quanto appaia evidente.
Il nucleo concettuale di Zelig è una riflessione profondissima sull’identità contemporanea. Leonard è l’incarnazione del desiderio umano di essere accettati, di annullarsi nella collettività per evitare il rifiuto. Allen mostra come il conformismo possa agire come una forza travolgente, capace di trascinare gli individui verso ideologie, mode e follie collettive. Non è un caso che Zelig diventi un simbolo politico, acclamato, deriso e sfruttato secondo le convenienze del momento. L’identità, suggerisce il film, non è una roccaforte ma un flusso, la società chiede omologazione e premia chi si adatta, i totalitarismi prosperano grazie al bisogno di “essere come gli altri”, l’autenticità è fragile e richiede coraggio. E tuttavia, la cura non sta nell’affermazione aggressiva del proprio io, ma nell’incontro con qualcuno che sappia vederci per ciò che siamo, anche quando noi stessi non lo sappiamo più.
Le radici letterarie dell’opera affondano in Pirandello, Kafka e Čechov. Da Pirandello proviene l’idea della maschera come strumento di sopravvivenza sociale, centrale in “Uno, nessuno e centomila”; Zelig è l’uomo senza volto, incapace di trovarne uno che ritenga adeguato. Da Kafka deriva il tema della trasformazione come metafora dell’alienazione: come l’insetto della Metamorfosi, Zelig perde la sua umanità proprio nel tentativo di conquistare l’approvazione altrui. Da Čechov arriva il precedente diretto del racconto “Il camaleonte”, in cui un personaggio cambia atteggiamento e moralità secondo il vento dominante: Allen riprende quell’intuizione e la porta al parossismo.
Oggi, nell’era delle identità fluide, dei social che impongono continue reinvenzioni e delle appartenenze instabili, Zelig appare più attuale che mai. Il film parla al nostro presente con sorprendente lucidità: l’ossessione per l’approvazione, la necessità di mostrarsi nella versione più accettabile possibile, l’assorbimento delle opinioni altrui come strumento per sentirsi parte di un gruppo. Allen non offre soluzioni, ma racconta una parabola ironica e amara che ci invita a chiederci se vogliamo essere individui o semplici riflessi. Lo fa con la leggerezza di una danza jazz, con la precisione di un archivista della memoria visiva e con la poesia di un autore che comprende l’animo umano forse meglio di chiunque altro.
In definitiva, Zelig resta uno dei film più ingegnosi del cinema moderno, un laboratorio di idee e forme in cui Allen si diverte a fare l’antropologo, il filosofo, il clown e il prestigiatore. È allo stesso tempo commedia, satira, trattato sull’identità, saggio sul potere delle immagini e riscrittura della storia del cinema. È, semplicemente, un film benedetto. Come il suo protagonista. Come il suo autore.



