Speciale. Sessant’anni di “A sangue freddo”, il capolavoro di Truman Capote da cui nacque la non fiction novel
Certe opere non si limitano a ridefinire i confini della letteratura poiché, più semplicemente, tendono a frantumarli. “A sangue freddo” di Truman Capote (titolo originario, “In cold blood”), pubblicato in quattro puntate sul New Yorker a partire dal 25 settembre 1965 e successivamente in volume, appartiene a questa categoria ristretta. Quando venne dato alle stampe, la curiosità del pubblico raggiunse livelli febbrili con le edicole prese d’assalto.Ogni nuovo episodio veniva atteso come una rivelazione. Scene che oggi sono impensabili. Ma ciò che lo scrittore aveva concepito non era semplicemente un romanzo, né un mero reportage, bensì la creazione di un genere nuovo, la cosiddetta non fiction novel, ibrido di cronaca rigorosa e costruzione narrativa.
Tutto ebbe inizio il 16 novembre 1959, quando il New York Times riportò la notizia di un efferato massacro: i Clutter, una famiglia stimata e benestante di Holcomb, piccolo centro agricolo del Kansas, erano stati sterminati nella loro abitazione. Quella mattina Capote riconobbe, con l’intuito che solo i grandi scrittori possiedono, di trovarsi davanti al caso che avrebbe dato forma alle sue ambizioni letterarie più radicali. Al suo fianco c’era l’amica d’infanzia Harper Lee, futura autrice de “Il buio oltre la siepe“.
In Kansas, Capote non si limitò ad assistere alle indagini e al processo ma seguì passo passo la vicenda, fino alla cattura dei responsabili, Perry Smith e Dick Hickock, e alla loro esecuzione capitale. Per sei anni intrecciò la sua vita con quella dei due condannati, soprattutto con l’enigmatico Perry, con il quale sviluppò un rapporto di inquietante prossimità emotiva. Quell’intensa partecipazione, quasi un legame affettivo, contribuì a segnare irreversibilmente la sua scrittura e, in seguito, il suo stesso equilibrio personale.
In tanti, ed a lungo, si sono chiesti cosa fosse “A sangue freddo”. Un romanzo? Un’inchiesta? Entrambe le cose, eppure qualcosa di più. Capote si proponeva di raccontare una vicenda reale con gli strumenti della narrativa più raffinata. E vi riuscì. La ricostruzione minuziosa degli eventi si intreccia con un’architettura romanzesca impeccabile: alternanza di scene tra Holcomb e le fughe dei due assassini attraverso gli Stati Uniti e il Messico, ritmo narrativo studiato al millimetro, introspezione psicologica. Il risultato è un testo che possiede la precisione del documento e la tensione di un thriller.
La scelta stilistica di Capote è tanto radicale quanto rischiosa perché rifiuta ogni giudizio esplicito. Non moralizza, non condanna, non compatisce. Tratta assassini e vittime con la stessa attenzione scrupolosa, affidando la valutazione al lettore. È proprio questa sospensione del giudizio a sconvolgere. Si finisce col provare empatia, seppur fugace, per due uomini che hanno massacrato senza pietà una famiglia innocente.
Eppure, come ha osservato Emmanuel Carrère, in questa apparente neutralità si nasconde una paradossale omissione. Lo stesso Capote, che fu l’interlocutore più intimo dei due prigionieri, sparisce dal libro. L’autore non compare mai come personaggio, ma la sua presenza è in filigrana in ogni pagina. L’oggettività assoluta, insegna questa assenza, non è mai davvero raggiungibile: ogni narrazione, persino la più documentata, comporta una scelta, un punto cieco, un’ombra.
Se “Colazione da Tiffany” aveva consacrato Capote come brillante autore mondano, “A sangue freddo” lo proiettò in un territorio nuovo, dove il successo letterario si accompagnò a un prezzo personale devastante. L’identificazione con Perry Smith e la lunga immersione nella vicenda segnarono profondamente lo scrittore, tanto che dopo questa prova non riuscì più a portare a termine un romanzo. Il titolo, fra i più efficaci della letteratura moderna, è rivelatore. “A sangue freddo” non è solo la descrizione del delitto, ma anche la cifra stilistica di Capote. Con una prosa tersa e controllata, lo scrittore racconta la brutalità come fosse un fenomeno naturale, senza isterie né orpelli.
Il libro ha avuto un impatto tale da travalicare la letteratura. È diventato un punto di riferimento per il giornalismo narrativo, ha alimentato dibattiti etici sulla pena di morte e ha offerto alla criminologia un ritratto psicologico senza precedenti. Soprattutto, ha mostrato che la realtà, se raccontata con strumenti letterari, può scuotere quanto e più della finzione.
Capote, con “A sangue freddo”, non si è limitato a descrivere un crimine, però. Ha messo a nudo il cuore oscuro dell’America rurale, ha interrogato il mito della sicurezza provinciale, ha mostrato la fragilità del cosiddetto sogno americano. È per questo che l’opera resta, a sessant’anni di distanza, non solo un classico, ma un testo disturbante, ineludibile, che obbliga il lettore a guardare oltre le rassicuranti dicotomie di colpa e innocenza, bene e male.



