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Speciale. “Painkiller”: anatomia del capolavoro dei Judas Priest 35 anni dopo la sua pubblicazione

Federico Falcone Posted On 25 Agosto 2025
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“Painkiller”, pubblicato il 3 settembre 1990 dalla Sony, il dodicesimo album dei Judas Priest è, a detta di molti, l’apice compositivo della band inglese, divenuto ben presto un punto di riferimento per la scena heavy metal e per un’infinità di musicisti in giro per il mondo. All’epoca arrivò come una dichiarazione di forza, mentre oggi suona come un classico senza tempo che non ha perso nulla del suo smalto né della sua incisività. Fin dall’attacco dirompente della title track, con la batteria martellante di Scott Travis e le chitarre affilate di Glenn Tipton e K.K. Downing, era chiaro a tutti di essere in presenza di un lavoro curato nei minimi dettagli, aggressivo ma sempre lucido, di quella potenza ragionata a cui molti ambiscono ma che in pochissimi posseggono. In 46 minuti i Priest hanno offerto una definizione pura di heavy metal all’interno di un full-lenght che non lasciava spazio a dubbi o esitazioni. Un masterpiece inarrivabile. “Painkiller”, fra le altre cose, è il primo album con Scott Travis (ex Racer X) e l’ultimo con Halford fino al suo rientro nel 2005.

Dato alle stampe dopo gli “esperimenti” (virgolette d’obbligo) interessanti ma meno entusiasmanti come “Turbo” e “Ram It Down” l’album ha segnato un cambio di paradigma con il ritorno in cabina di regia di Chris Tsangarides. Registrato tra i Miraval Studios in Provenza e i Wisseloord nei Paesi Bassi, il disco uscì nel settembre di – ormai – trentacinque anni fa, all’indomani del processo per i presunti “messaggi subliminali” che aveva occupato colonne e tribunali per tutta l’estate. La solita macchina del fango di perbenisti e moralisti che giocavano con la disinformazione e l’accusa becera al “dannato” e “malsano” movimento rock. Pietà!

I Judas Priest, nel 1990, furono accusati dalle famiglie di due giovani suicidi, Raymond Belknap e James Vance, di aver inserito messaggi subliminali nel brano “Better By You, Better Than Me”, che avrebbero spinto i ragazzi al gesto estremo. Belknap morì subito, mentre Vance, rimasto sfigurato, sopravvisse per tre anni, dichiarando che alcol e heavy metal li avevano illusi che la morte fosse la risposta alla vita. Il processo si concluse senza prove concrete, ma la vicenda danneggiò ulteriormente l’immagine della band e ritardò l’uscita dell’album “Painkiller”.

C’è poi un dettaglio da addetti ai lavori, una curiosità: Don Airey (oggi nei Deep Purple) firma le tastiere di “A Touch of Evil” e, secondo quanto rivelato dallo stesso Airey, doppia molte parti di basso con un Minimoog che aggiunge un alone quasi fantascientifico al suono monolitico del disco. Una scelta di produzione, non un tradimento: l’impatto resta granitico, e Ian Hill sul palco rimane l’ancora di gravità che conosciamo.

L’apertura dell’album è affidata a “Painkiller”, certamente nella top tre dei brani più conosciuti della band. Fin dalle prime rullate assassine si capisce che non esistono compromessi: le chitarre scatenano un turbine di riff e Rob Halford si spinge verso registri vocali quasi sovrumani, là dove l’aria sembra rarefatta. Sei minuti di devastazione sonora che spazzano via ogni incertezza. L’eroe meccanico protagonista del testo diventa incarnazione perfetta dello spirito del disco, fusione di salvezza e distruzione in una corsa inarrestabile. Segue “Hell Patrol”, brano che procede come una marcia d’acciaio (che spettacolo!). Le ritmiche incalzanti creano una tensione costante, mentre il ritornello appare scolpito nella roccia, pronto a essere cantato in coro. Le chitarre alternano la pesantezza di cingoli corazzati a improvvisi dive-bomb, con una naturalezza che ne esalta la forza evocativa.

Con “All Guns Blazing” si entra nel terreno dell’aggressione frontale. Halford utilizza la voce come un’arma tagliente e diretta, mentre Tipton e Downing si rincorrono con assoli e intrecci fulminei, come in una gara ad alta velocità. È il pezzo che dimostra senza esitazioni quanto il nuovo motore ritmico della band abbia innalzato l’intera struttura sonora, spingendola verso un regime ancora più spietato. “Leather Rebel” si presenta invece come un inno da motociclisti dell’apocalisse. La strofa scatta con precisione meccanica, il ritornello si spalanca come una strada infinita, e gli stacchi sono dosati con un senso della dinamica che solo una band con decenni di esperienza sulle spalle sa calibrare. È un brano che sembra scritto per essere urlato a pugno alzato, simbolo della fratellanza metallica.

Con “Metal Meltdown” i Priest mostrano muscoli e tecnica. Scale incandescenti salgono e scendono a ritmo serrato, armonizzazioni feroci creano un muro sonoro, mentre il groove impone una tensione continua che non concede respiro. È probabilmente l’episodio più tecnico del disco, ma non per questo rinuncia alla sua immediatezza: resta un colpo diretto al petto, da cui è impossibile difendersi. L’atmosfera cambia con “Night Crawler”, brano cupo e quasi cinematografico. L’introduzione insinuante prepara il terreno a riff pesanti e cadenzati, dal passo marziale. Halford offre qui una delle interpretazioni più teatrali dell’intero album, senza mai eccedere nella caricatura: il mostro evocato nel testo prende corpo davanti all’ascoltatore, come se stesse emergendo dall’ombra.

“Between the Hammer and the Anvil” richiama l’essenza di “British Steel”. È un mid-tempo elegante e deciso, costruito su riff apparentemente semplici ma in realtà pieni di sfumature ritmiche. I soli si innestano con chirurgica precisione. Con “A Touch of Evil” le tastiere di Don Airey serpeggiano attorno alle chitarre palm-mutate, creando un’atmosfera inquietante e magnetica. Il ritornello si fissa immediatamente nella memoria con un’eleganza sinistra, ed è l’unico brano cofirmato dal produttore Tsangarides—un dettaglio che spiega la sua particolare impronta melodica. Pubblicata anche come singolo nel marzo 1991, questa traccia mostra il lato più raffinato e atmosferico dei Priest.

Breve ma significativa, “Battle Hymn” funge da fanfara strumentale: un corridoio di lance che introduce l’ultimo assalto, preparando l’ascoltatore alla chiusura dell’opera. L’epilogo è affidato a “One Shot at Glory”, una cavalcata epica e luminosa che si staglia come liberazione dopo tanta furia. Per anni rimasta fuori dalle scalette dal vivo, è stata recuperata di recente, riaffermando il suo valore e la sua statura. È la degna conclusione di un album che non conosce cedimenti, suggello di una corsa senza compromessi.

La copertina firmata da Mark Wilkinson (un angelo della morte che cavalca una moto-sega mentre attraversa una città divorata dalle fiamme) non è soltanto un elemento visivo ma rappresenta la traduzione grafica del disco, una sorta di liturgia metallica che introduce Painkiller ancora prima di premere play. Wilkinson ha legato gran parte del proprio universo iconografico ai Judas Priest. In questo caso, però, raggiunge l’archetipo assoluto. Copertina strabiliante, siamo sinceri.

Musicalmente parlando, “Painkiller” incarna l’incontro tra rigore tecnico e aggressività ragionata. La produzione di Chris Tsangarides risulta essenziale e feroce ma al contempo stratificata con le chitarre taglienti, la batteria esplosiva, la voce di Rob Halford in primo piano con un ventaglio espressivo che varia dal grido acuto al ruggito incazzatissimo. A renderlo ancora attuale non è solo la velocità, bensì la capacità di bilanciare ogni elemento oltre, naturalmente, a una serie di hit clamorose, magistrali, irripetibili.

Al momento della pubblicazione, l’album entra direttamente nelle classifiche piazzandosi al #26 sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, ottiene il disco d’oro dalla RIAA (gennaio 1991) e conquista una nomination ai Grammy nella categoria Best Metal Performance (premio poi vinto dai Metallica con “Stone Cold Crazy”, cioè una cover. Meglio tacersi). Non si tratta di meri riconoscimenti formali ma la testimonianza tangibile di un impatto dirompente, capace di riportare i Priest a contatto con un pubblico più giovane e di fissare nuovi standard per tutto il metal “tradizionale” all’alba dei ’90. In “Painkiller” nessun brano è superfluo, non ci sono cali di tensione di fronte a un album che è un blocco monolitico lucidato fino a brillare, una macchina bellica costruita con maestria. Ancora oggi suscita lo stesso entusiasmo di allora. Se esistesse un vocabolario del metal, sotto la voce “definizione” troveremmo questo disco.

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