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Home » Cinema

Speciale “Midsommar”: Ari Aster distrugge le regole dell’horror

Redazione Posted On 4 Gennaio 2026
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Alcun film vanno oltre la mera visione e chiedono di essere digeriti, ruminati, metabolizzati come un veleno lento che ti sfianca ma non ti uccide. “Midsommar” appartiene a questa categoria. Non è un horror da consumo rapido ma una ferita che cicatrizza male, una di quelle opere che, a distanza di anni, continuano a provocare reazioni scomposte come entusiasmo, rifiuto, fastidio, talvolta vera e propria irritazione. Ed è proprio lì che il film di Ari Aster vince, cioè nel costringere lo spettatore a fare i conti con qualcosa che non vuole somigliare a ciò che si aspetta.

Ma di cosa parla “Midsommar”? Un viaggio nel lutto che diventa rito di sangue. Dani Ardor è una studentessa americana fragile, appesa a un fidanzato che non la ama più davvero. Christian è con lei più per inerzia che per convinzione, già proiettato verso una rottura che non ha il coraggio di pronunciare. Tutto precipita quando la sorella di Dani (devastata da una malattia mentale) uccide i genitori e si suicida, saturando la casa di monossido di carbonio. Il film si apre con uno degli incipit più laceranti dell’horror contemporaneo: l’urlo muto di Florence Pugh, accartocciata sul corpo di Christian, è già una dichiarazione poetica.

Mesi dopo, Dani si aggrappa al viaggio in Svezia organizzato da Christian con i suoi amici. Un’estate nella remota comunità di Hårga, dove si celebra un festival pagano che ricorre ogni novant’anni. I ragazzi arrivano in un eden abbagliante: prati sconfinati, fiori ovunque, abitanti vestiti di bianco, sorrisi gentili. La luce è costante, irreale. Il sole non tramonta mai davvero.

Il primo rito sconvolgente arriva presto. Due anziani si gettano da una rupe per concludere il loro ciclo vitale. Lei muore sul colpo, lui sopravvive pochi istanti, abbastanza perché un membro del villaggio gli sfracelli il volto con un enorme martello. La carne esplode in piena luce, senza ombre. I turisti vorrebbero fuggire, ma non lo fanno. Come spesso accade nei film di Aster, la paura non paralizza: seduce.

Uno dopo l’altro, gli amici di Christian spariscono. Mark viene scuoiato e la sua pelle usata come maschera; Josh viene ucciso per aver fotografato un libro sacro; Simon subisce il terribile supplizio dell’“aquila di sangue”, appeso vivo in un tempio come una composizione anatomica. Christian, intanto, viene drogato e coinvolto in un rituale sessuale per ingravidare Maja, una ragazza del villaggio: l’atto avviene davanti a un coro di donne nude che mimano ogni respiro e ogni gemito. Dani osserva la scena, crolla e viene circondata dalle donne della comunità che urlano con lei, respirano con lei, piangono con lei: è il primo vero abbraccio empatico che riceve nel film.

Nel finale, Dani vince il concorso per diventare Regina di Maggio. Ha il potere di scegliere una vittima per il sacrificio conclusivo. Può salvare Christian, ormai paralizzato, oppure consegnarlo al rogo dentro la carcassa svuotata di un orso. Dani guarda il fidanzato – l’uomo che non l’ha mai davvero sostenuta – e lo condanna. Il tempio brucia. I corpi urlano. E Dani, avvolta in una montagna di fiori, prima piange, poi sorride. È un sorriso terribile: la nascita di una nuova identità che passa attraverso l’annientamento dell’amore.

Se “Midsommar” è ricordato come un film perturbante, lo è soprattutto grazie a Florence Pugh. La sua Dani non è una final girl tradizionale ma è una creatura spaccata in due, che vive in apnea emotiva. Pugh non recita il lutto, lo incarna. Il suo pianto non è estetico, è sgraziato, animalesco, senza pudore. Le spalle che si incurvano, la voce che si spezza in un rantolo quasi disumano, il corpo che si aggrappa a Christian come a un salvagente bucato: sono dettagli che non si dimenticano.

L’attrice ha raccontato di essersi spinta in territori psicologici dolorosi per trovare quella verità emotiva. Guardandola, si ha la sensazione che Dani non venga interpretata ma abitata, colonizzata. Quando, nel finale, il volto di Pugh si trasforma (dal pianto al sorriso) non stiamo assistendo a una svolta narrativa ma stiamo vedendo una mutazione dell’anima. In quell’espressione c’è la liberazione, ma anche qualcosa di irrimediabilmente rotto.

Aster distrugge le regole dell’horror. Niente buio, niente cantine, niente foreste claustrofobiche. “Midsommar” è un incubo in pieno giorno, immerso in colori saturi, in spazi aperti che paradossalmente soffocano. Le architetture del villaggio sono poche e distanti ma gli interni, bassi, affollati di murales simbolici, diventano trappole visive. I disegni sui muri anticipano gli eventi: il film si “spoilera” da solo, come se il destino fosse inciso nelle pareti. I movimenti di macchina sono lenti, ipnotici, interrotti da improvvise deflagrazioni di violenza. Il montaggio alterna stati di trance e brutalità chirurgica, creando una tensione non basata sulla sorpresa, ma sull’attesa dell’inevitabile.

Sotto la superficie di folk horror, “Midsommar” è una storia sulla coppia. È la radiografia di una relazione morente, trasformata in un rito di passaggio. La comunità di Hårga non è solo una setta ma l’incarnazione di un desiderio segreto di Dani, quello di appartenere a qualcosa che la riconosca, che condivida il suo dolore invece di minimizzarlo. E poi c’è l’ironia. Aster mescola il grottesco al tragico, i suicidi rituali hanno qualcosa di macabro e, insieme, di clamorosamente ridicolo. L’orgia sacra è al tempo stesso oscena e buffa: Christian che corre nudo, confuso, sanguinante, è una gag slapstick precipitata nell’inferno.

“Midsommar” non è un film da amare facilmente. È una ferita aperta, un’opera che si insinua sotto pelle parlando di lutto, dipendenza affettiva, bisogno di appartenenza, morte come rito sociale. Ma soprattutto è il monumento a una performance attoriale che segna un’epoca: Florence Pugh consegna al cinema dell’orrore una delle sue incarnazioni più dolorose e memorabili.

Quando, alla fine, Dani sorride davanti al tempio in fiamme, non stiamo guardando la vittoria del Male. Stiamo osservando la nascita di qualcuno che ha smesso di chiedere amore e ha imparato, nel modo più sbagliato possibile, a pretendere un posto nel mondo. Un sorriso che, come il sole di Hårga, non tramonta più.

Leggi anche: La maledizione del Talismano: il romanzo di Stephen King che Hollywood non riesce a domare

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