Speciale. Quarant’anni di “Love”, il disco dei Cult che trasformò il crepuscolo in oro
Quarant’anni dopo, “Love“, il disco che ha consegnato i The Cult al mondo, resta, senza troppi giri di parole, uno degli album più riusciti dell’intera discografia della band. C’è qualcosa di misteriosamente resistente nel suo sound che continua a riflettere luce anche quando il calendario vorrebbe relegarlo alla nostalgia. Riascoltarlo oggi significa scoprire che non ha perso smalto ma che è ancora capace di travolgere, sedurre e ipnotizzare come nell’autunno del 1985, quando piombò sulle scene europee come un’eclissi improvvisa.
All’epoca i The Cult erano una creatura in transizione. Venivano dal sottobosco dark-post punk dei Southern Death Cult, portavano addosso il fango rituale della new wave britannica, ma avevano già gli occhi puntati verso le cattedrali del rock classico anni Settanta. “Love” è esattamente la fotografia di quell’istante: non più solo ambientazioni e sfumature gotiche, non ancora del tutto hard rock, ma un ibrido potentissimo che prende il meglio da entrambe le anime.
Il risultato è un album che riesce nell’impresa (rarissima) di essere trasversale senza sembrare calcolato. Non suona come un compromesso ma come una rivelazione dell’identità del gruppo. E infatti vende milioni di copie in oltre trenta Paesi, entra nelle classifiche britanniche come un ariete e piazza singoli ovunque. Una copertina minimalista, dominata da simboli pseudo-esoterici, ali stilizzate, lettering monumentale. È il riassunto perfetto dell’immaginario di Ian Astbury, sospeso fra misticismo nativo-americano e mitologia zeppeliniana, fra il culto della terra e la fascinazione per il rock come rito tribale.
Ma il disco nasce anche da una frattura. Nigel Preston, il batterista storico, è ormai inaffidabile a causa dei suoi demoni personali. Riuscirà a comparire solo in “She Sells Sanctuary”. Al suo posto, quasi per caso, arriva Mark Brzezicki dei Big Country. È una sostituzione che cambia il volto dell’album. Il suo drumming è solido, diretto, elegante nella sua potenza, non ruba mai la scena ma sostiene tutto con una precisione chirurgica che trasforma i brani in macchine emotive perfettamente oliate. La formazione, composta Ian Astbury alla voce, Billy Duffy alla chitarra, Jamie Stewart al basso e Mark Brzezicki alla batteria, è quella che permette a “Love” di respirare così ampio.
Se “Love” ha un marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile, è la chitarra Gretsch White Falcon di Billy Duffy. Arpeggi riverberati che sembrano arrivare da una cattedrale abbandonata, riff che affondano le radici nel blues elettrico di Page ma si rivestono di ombre post-punk, assoli che non cercano la velocità ma la tensione emotiva. In brani come “Big Neon Glitter” e “Hollow Man” Duffy costruisce paesaggi notturni fatti di pulviscolo gotico; in “The Phoenix” e nella title-track sfodera invece artiglieria rock degna delle grandi arene. È lui a tenere insieme il disco, a fare da ponte fra il passato oscuro e il futuro hard della band.
Ian Astbury non ha la voce più estesa del rock britannico, ma possiede qualcosa di più raro, cioè un timbro che riconosci dopo una sillaba. È profetico, sensuale, carismatico fino all’eccesso. Canta come se stesse officiando un rito, oscillando fra sussurro e declamazione, fra romanticismo e invettiva tribale. In “Brother Wolf; Sister Moon” sembra invocare gli spiriti della prateria, in “Rain” trasforma un motivo pop in una danza sciamanica, in “Black Angel” chiude il disco con un canto funebre che è insieme elegia e carezza.
“Nirvana” apre le danze come un portale: basso pulsante, atmosfera plumbea, tensione trattenuta. “Big Neon Glitter” allarga l’orizzonte con un incedere trionfale, mentre la title-track dimostra come si possa essere romantici senza diventare sdolcinati. Il cuore oscuro del disco batte in “Brother Wolf; Sister Moon”, quasi sette minuti di spiritualità laica, e in “The Phoenix”, dove la band mostra i denti e guarda già verso il futuro più duro di “Electric”. “Hollow Man” è la loro anima gotica allo stato puro.
Poi arrivano i singoli che hanno fatto epoca: “Rain”, irresistibile senza mai scendere a patti con il pop; “Revolution”, ballata travestita da inno rock; “She Sells Sanctuary”, con quel celebre arpeggio che ancora oggi accende qualsiasi pista, uno dei riff più iconici degli anni Ottanta. Infine “Black Angel”, chiusura spiazzante e crepuscolare, che riporta tutto a terra: amore, morte, fine del viaggio.
“Love” non è un disco che ha cambiato la storia del rock nel senso accademico del termine. Non ha inaugurato una scena, non ha inventato un genere. Ma ha fatto qualcosa di altrettanto importante, ha unito tribù che non si parlavano, ha dimostrato che goth, hard rock, psichedelia e melodia potevano convivere senza annullarsi. È stato un ponte culturale nel cuore dell’Europa rock degli anni Ottanta, accanto a lavori come “Once Upon a Time” dei Simple Minds o” The Crossing” dei Big Country, capaci di essere epici senza perdere umanità. Quarant’anni dopo, “Love” non chiede celebrazioni, le merita di diritto. Perché continua a suonare vivo, necessario, magnetico.



