Silenzio, ribellione e desiderio: l’eco immortale de “Il Laureato”
Nel 1967, Mike Nichols firma con “Il laureato” (“The Graduate“, il titolo originale) una delle opere più audaci e decisive della New Hollywood, capace di anticipare i fermenti del ’68 e di fotografare con lucidità il disagio esistenziale di un’intera generazione. Interpretato da un esordiente Dustin Hoffman in stato di grazia, il film diventa fin da subito un’icona culturale, un urlo sommesso ma potente contro le convenzioni borghesi, che oggi conserva intatta tutta la sua forza espressiva. Tratto dal romanzo omonimo di Charles Webb, adattato per lo schermo da Calder Willingham e Buck Henry, “Il laureato” è una pellicola che travolge e seduce, graffiando sotto la superficie patinata del sogno americano.
Al centro degli eventi c’è un giovane spaesato alla ricerca di sé, interpretato da un attore all’epoca sconosciuto, e una donna matura e disillusa, cui Anne Bancroft dona un fascino ambiguo e dolente. A completare il triangolo, la presenza luminosa e fragile di Katharine Ross. Il film è sostenuto da una colonna sonora immortale, firmata da Simon & Garfunkel, capace di amplificare ogni emozione con brani entrati nell’immaginario collettivo.
Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) è un ragazzo di buona famiglia, appena laureato, con un futuro promettente tracciato per lui. Ma dentro di sé è svuotato, alienato, incapace di riconoscersi nei valori che gli adulti gli impongono. Tornato a casa a Los Angeles, viene accolto come un trofeo dai genitori e dagli amici di famiglia, che lo celebrano senza comprenderlo. Durante una festa incontra Mrs. Robinson (Anne Bancroft), elegante, enigmatica, annoiata. È lei a prendere l’iniziativa: lo invita a casa, lo provoca, lo spoglia della sua innocenza.
I due iniziano una relazione segreta fatta solo di incontri in albergo, silenzi e whisky. Benjamin, che prima ne è turbato, finisce per accettare quella parentesi come un anestetico al suo vuoto esistenziale. Ma l’equilibrio si spezza quando, per accontentare i genitori, il giovane esce con Elaine (Katharine Ross), figlia di Mrs. Robinson. Elaine è diversa: gentile, sincera, spontanea. Benjamin se ne innamora. Quando Mrs. Robinson scopre il legame, cerca di sabotarlo svelando alla figlia la tresca.
Elaine fugge, confusa e ferita, ma Benjamin non si arrende. La segue fino a Berkeley, la riconquista, e scopre che la ragazza sta per sposare un altro uomo. In una sequenza leggendaria, Benjamin irrompe in chiesa urlando il nome di Elaine e la convince a scappare con lui. I due fuggono su un autobus qualunque, tra i sorrisi euforici del momento… che presto si spengono in un’espressione sospesa e inquieta. È l’inizio di una nuova vita, forse, o di un’altra incognita.
A dispetto della sua leggerezza apparente, “Il laureato” è un film profondamente malinconico. Nichols mette in scena non solo una satira pungente della borghesia americana, ma anche un ritratto esistenziale potentissimo. Benjamin è un eroe per caso, un ribelle riluttante. Frequenta Mrs. Robinson non per desiderio consapevole, ma per noia e bisogno di scappare. L’incontro con Elaine rappresenta una possibilità di redenzione, ma anche una nuova illusione. Il regista utilizza uno stile visivo raffinato, costruendo inquadrature memorabili (come quella di Benjamin visto tra le gambe di Mrs. Robinson) e un montaggio fluido, quasi musicale, in perfetta armonia con le canzoni di Simon & Garfunkel: “The Sound of Silence“, “Scarborough Fair” e soprattutto “Mrs. Robinson“, scritta appositamente per il film.
Alla sua uscita, “Il laureato” fu accolto con entusiasmo ma anche con un certo stupore. La critica ne riconobbe subito la carica dirompente. Roger Ebert lo definì “un’opera fresca, provocatoria, irresistibile”. Il pubblico lo premiò con un successo clamoroso: incassò oltre 100 milioni di dollari, cifra impressionante per l’epoca. Mike Nichols vinse l’Oscar come miglior regista, mentre il film ottenne sette candidature, inclusa quella per il miglior film. Con il tempo, “Il laureato” ha assunto lo status di cult assoluto, diventando uno dei titoli più amati e studiati della storia del cinema. La sua influenza si avverte in decine di opere successive, da “American Beauty” a “Rushmore“, e continua a parlare anche alle nuove generazioni. Il suo finale aperto, quel silenzio carico di domande, è oggi considerato uno dei più potenti mai scritti.
Dustin Hoffman, che all’epoca era un attore teatrale semisconosciuto, venne scelto da Nichols quasi per sfida, dopo averlo visto recitare a teatro. In un’intervista del 2017 rilasciata a The Guardian, l’attore raccontò: “Non mi sentivo adatto al ruolo. Avevo 30 anni, venivo da New York, ero ebreo, bruttino. Ma Nichols mi disse che proprio per questo ero perfetto. Non voleva il classico belloccio hollywoodiano, voleva un ragazzo vero”. (Fonte: The Guardian, “Dustin Hoffman on The Graduate at 50”, 20 gennaio 2017). Fu una scelta rivoluzionaria. Hoffman divenne il simbolo di un nuovo modo di essere protagonista: fragile, ironico, autentico. Per molti a sua performance, fatta di esitazioni, sguardi persi e gesti incerti, segnò l’inizio di una nuova epoca nel cinema americano, più realista, più nervosa, più umana.
“Il laureato” è molto più di una commedia romantica, molto più di una storia di formazione. È uno specchio in cui ogni generazione può riconoscersi. La sua forza non sta solo nella sceneggiatura brillante o nelle interpretazioni straordinarie, ma nella capacità di mettere in scena l’ansia, la solitudine e la ribellione silenziosa di chi si affaccia all’età adulta senza sapere dove andare. A più di cinquant’anni dalla sua uscita, Il laureato continua a parlarci con voce chiara. Ci ricorda che spesso si corre per scappare, e non sempre si sa da cosa. Ma nel dubbio, a volte, conviene salire su quell’autobus e guardare avanti.


