Settant’anni di metamorfosi: omaggio a Willem Dafoe, icona inquieta del grande schermo
Settant’anni e non sentirli. Oggi, 22 luglio 2025, Willem Dafoe spegne settanta candeline e ci regala l’occasione perfetta per rendere omaggio a una delle presenze più magnetiche e ambigue della storia del cinema contemporaneo. Un attore camaleontico, capace di passare con disinvoltura dal blockbuster hollywoodiano alla più austera produzione d’autore, mantenendo sempre intatto un carisma viscerale, animalesco, eppure sottilmente spirituale. Una maschera d’attore nel senso più nobile del termine.
Nato a Appleton, Wisconsin, William James Dafoe (il nome Willem fu adottato in gioventù e si rifà a un soprannome olandese) cresce in una numerosa famiglia di origini miste, con madre infermiera e padre chirurgo. La sua vocazione per la recitazione sboccia presto: dopo gli studi all’Università del Wisconsin-Milwaukee, Dafoe entra in contatto con l’ambiente teatrale underground newyorkese, trovando casa nel collettivo sperimentale The Wooster Group, che lo formerà nella disciplina e nella ricerca corporea.
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Il cinema arriva quasi per caso, ma è amore immediato. L’esordio importante arriva nel 1980 con “I cancelli del cielo” di Michael Cimino, ma il ruolo che lo consacra è quello del sergente Elias in “Platoon” opera del 1986 di Oliver Stone. Quel volto scavato, quegli occhi incantati e inquieti, quella fisicità nervosa: Dafoe si impone subito come qualcosa di diverso, di necessario. È l’eroe tragico, il martire moderno, il peccatore redento e il santo imperfetto. L’intera carriera di Willem Dafoe si gioca sul crinale instabile tra bene e male, tra estasi e perdizione. Nessuno come lui ha saputo incarnare l’ambiguità morale senza cadere nello stereotipo. Lo dimostrano ruoli come quello di Gesù in “L’ultima tentazione di Cristo” del 1988 di Martin Scorsese, interpretazione che sfida ogni ortodossia e gli regala una consacrazione definitiva.
In “Mississippi Burning“, “Vivere e morire a Los Angeles“, “Antichrist” di Lars von Trier, “Shadow of the Vampire” (dove interpreta un Max Schreck quasi letterale), Dafoe gioca con l’intensità e con la trasformazione, diventando di volta in volta figura demoniaca, presenza spirituale, corpo sacrificabile. Ma è anche l’attore che sa prendersi gioco di sé: basti pensare al folgorante Green Goblin nella saga di “Spider-Man” di Sam Raimi, villain pop e grottesco divenuto subito culto.
Dafoe non ha mai inseguito il divismo, ha scelto con cura le sue collaborazioni costruendo un corpus filmico che lo avvicina più a un artista visivo che a un semplice attore. Fondamentale è il sodalizio con Abel Ferrara, con cui gira titoli come “Pasolini” (dove dà volto e anima al poeta italiano) e Tommaso. Ma Dafoe è anche il volto prediletto di registi come Wes Anderson (The Grand Budapest Hotel, The Life Aquatic, Asteroid City), Paul Schrader (Light Sleeper, The Card Counter) e Robert Eggers, che lo dirige in The Lighthouse (2019) e Nosferatu (2024), quest’ultimo attesissimo nuovo classico dell’horror gotico. Nel 2018 arriva una delle sue prove più poetiche: “Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel. Il suo Vincent è fragile, furioso, dolente. La performance gli vale una delle sue quattro nomination all’Oscar (le altre: Platoon, Shadow of the Vampire, The Florida Project).
Sebbene l’Oscar non sia ancora arrivato — un’ingiustizia che pesa sempre più con gli anni — Dafoe ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti: la Coppa Volpi a Venezia, il Golden Globe alla carriera assegnatogli nel 2023, l’Orso d’Oro onorario a Berlino, oltre a decine di premi della critica. È stato celebrato in festival internazionali per il suo contributo al cinema d’autore, ed è considerato da molti colleghi un attore “totale”, per dedizione, coraggio e versatilità. Lontano dai riflettori, Willem Dafoe vive in Italia con la moglie, l’artista e regista Giada Colagrande. Il loro legame personale e artistico ha prodotto anche diversi film indipendenti, a testimonianza di un’idea di cinema intimo, sperimentale, sincero. Dafoe ama l’arte, il teatro, la pittura. E, soprattutto, ama scomparire dentro i suoi personaggi.
A 70 anni, Willem Dafoe non rallenta. Anzi, sembra attraversare il tempo con la fame e l’urgenza di un esordiente. Ogni ruolo è una sfida, un’incarnazione, un enigma. In un’epoca che cerca la perfezione artificiale, lui continua a offrirci volti imperfetti, profondamente umani, a tratti divini. Perché in fondo, come ha detto lui stesso, “ci sono attori che fingono di essere qualcun altro, e poi ci sono attori che diventano qualcun altro”. Willem Dafoe è tra questi ultimi. E non smette mai di sorprenderci.



