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Rey Willy si racconta: “Drop Top è il dialogo interno tra la mia persona e il mio alter ego”

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Rey Willy, all’anagrafe Guglielmo Mattafirri , classe 2000, è un giovane artista toscano. Figlio d’arte, cresce con l’ascolto della chitarra paterna fin dai primi mesi di vita con uno stile blues, fusion, rock. Inizia a suonare batteria e chitarra fin da piccolo e successivamente si appassiona al mondo rap facendo beatbox e freestyle. Tra le numerose tracce da lui composte, una soprattutto spicca, Drop Top, uscita lo scorso 16 aprile su tutte le piattaforme. Un brano che, come spiegato dallo stesso Rey Willy, nasce da un senso di insoddisfazione: insicurezza e malessere legati al quotidiano, a quel vortice di monotonia. Per l’occasione abbiamo scambiato con l’artista qualche parola, cercando di esplorare insieme la sua musica e i temi da lui trattati. Ecco a voi la nostra intervista a Rey Willy. Buona lettura!

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1. Ciao Rey e benvenuto su The Walk Of Fame Magazine. Il 16 aprile è uscito Drop Top, il tuo nuovo singolo. Puoi dirci di più in merito? Come ti è nata l’idea di questa nuova traccia?

Drop Top nasce dall’idea di rappresentare il dialogo interno tra Guglielmo e Rey Willy, tra la mia persona giornaliera che affronta la routine quotidiana e poi Rey Willy, il mio alter ego interiore che esamina con cura tutti i miei pensieri dandogli un giusto suono. Drop Top è un punto di arrivo, un traguardo ma allo stesso tempo un punto di partenza per ogni volta che si deve raggiungere un obbiettivo.

2. Il brano nasce da un senso di insoddisfazione personale, quasi un’angoscia. Che cosa in particolare crea in te questo malessere?

Nasce dal mio carattere. Sono una persona che non si accontenta facilmente mai di nulla. Questo è un grosso vantaggio che mi spinge a cercare sempre la perfezione e a migliorare costantemente in tutto. Ma allo stesso tempo è anche uno svantaggio perché non mi dà il tempo di godermi ciò che ho e soprattutto apprezzarlo. Spero un giorno di riuscire a equiparare questi opposti.

3. Possiamo dire che Drop Top sia una sorta di via di fuga o comunque uno sfogo per dare forma alle tue paure?

Si certamente, è proprio il riconoscere le nostre paure, debolezze e incertezze a darci poi la spinta a migliorarci. Io le canto le mie paure: possiamo dire che mi metto a nudo. Quando lo faccio mi sento meglio con me stesso quindi continuerò finché ne avrò voglia e bisogno.

4. La pandemia ha in qualche modo influito sui tuoi stati d’animo e sulla tua musica in generale?

La pandemia ha influenzato tantissimo i miei stati d’animo e la mia musica. Ma nonostante questo, suonando un genere musicale molto mentale e particolare, sono riuscito a isolarmi in questi mesi in studio. È stato molto triste, lo ammetto, ma contemporaneamente una valvola di sfogo per la mia musica che mi ha portato a concentrarmi su ciò che faccio e su tematiche a me care.

5. Quali sono le tue maggiori influenze musicali? C’è qualche artista o magari un genere in particolare a cui ti rifai?

Le mie influenzi musicali principali sono essenzialmente l’hip hop e la trap ma anche il rock leggero. Non mi ispiro però a nessun artista in particolare, mi piace spaziare tra molti generi musicali e non ne sento uno mio in particolare. Sento la possibilità di poter decidere quale genere musicale adottare in base al messaggio che voglio veicolare e al beat che mi ispira in un determinato periodo o situazione.

6. Hai intenzione di pubblicare un album completo nell’immediato futuro?

Certo che si, ci sono un sacco di brani ancora inediti che non vedo l’ora di far uscire e spero prossimamente di uscire con EP o con un progetto ancora più grosso.

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25 anni, laureato in “Filosofia e Teoria dei Processi Comunicativi” presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Metallaro da quando ha memoria. La chitarra elettrica e il Death metal sono i suoi migliori amici. Appassionato di fitness, sport, videogames, musica e lettura (fantasy e opere filosofiche soprattutto). Speranzoso di trovare, un giorno, il suo posto nel mondo. Nel frattempo “Run! Live to fly! Fly to live! Do or die!”

Cinema

Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

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Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

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Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

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Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

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Musica

Waters replica a Zuckerberg: “Vuoi usare The Wall? No fucking way”

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“No fucking way – se ne parla proprio”. Così Roger Waters ha risposto alla possibilità di permettere l’utilizzo della canzone di “Another Brick in the Wall – Part 2” per una pubblicità legata a Facebook e Instagram.

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Il bassista dei Pink Floyd ha declinato qualsiasi offerta in denaro. Waters ha raccontato l’episodio durante un evento pro-Assange, mostrando una lettera da Facebook, con la firma di Mark Zuckerberg in cui gli veniva fatta la richiesta, a fronte di una enorme somma di denaro, di usare il brano: “La risposta è “fottetevi””.

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Attualità

Né abusi né riti satanici: la sconcertante verità sui Diavoli della bassa modenese

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Dopo la recente uscita su Amazon Prime di “Veleno”, la docuserie basata sull’inchiesta del giornalista italiano Pablo Trincia sui “Diavoli della bassa modenese”, si è tornato a parlare assiduamente della macabra vicenda nata sul finire degli anni Novanta. Davide, a cui in “Veleno” gli fu attribuito il nome fittizio di Dario, “il bambino zero” è colui che diede il via alle indagini, a cui seguirono oltre quindici anni di processi.

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Dopo le dichiarazioni del bambino (all’epoca aveva sette anni), in breve tempo prese il via un vero e proprio effetto domino che vide coinvolti in totale sedici bambini, i quali furono allontanati dalle famiglie a causa di presunti maltrattamenti e violenze. A ventiquattro anni dall’inizio della vicenda Davide, ora trentunenne, torna a parlare. Sconcertanti sono le rivelazioni del ragazzo, considerando che a causa di quelle parole decine di persone videro andare in pezzi la propria vita e furono marchiati per sempre.

«Ricordo diversi colloqui anche di otto ore. Psicologa e assistenti sociali non smettevano finché non dicevo quello che volevano loro. Mi dicevano che ero coraggioso». E ancora, «Né abusi né riti satanici, sedici bambini tolti ai genitori per le mie accuse inventate. Ora ho trovato il coraggio di dire la verità»

A quanto pare, una patologica paura dell’abbandono spinse Davide, già reduce da una situazione di disagio all’interno della famiglia d’origine a muovere le accuse, il quale oggi afferma «La psicologa e gli assistenti sociali mi martellavano fino a quando non dicevo quello che volevano sentirsi dire. Io avevo paura che, se non li avessi accontentati, sarei stato abbandonato dalla mia nuova famiglia, e così inventai».

Certamente, dopo le recenti affermazioni del ragazzo, la teoria basata su una possibile creazione di falsi ricordi nati nei minori a causa degli interrogatori pressanti degli psicologi, portata avanti da diversi esperti del settore che hanno analizzato i filmati del 1997-1998 inizia ad essere più di una teoria.

I “Diavoli della bassa modenese” vivevano, dunque solo nella mente di Davide e degli altri bambini coinvolti?

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