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Recensione. “Una di famiglia”: una casa piena di segreti, un film povero di suspense

Redazione Posted On 7 Gennaio 2026
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“Una di famiglia” si presenta fin da subito come un thriller che ambisce a graffiare ma che, invece, finisce per limitarsi a sfiorare. Il giudizio negativo nasce proprio da qui: dall’impressione costante di un film che promette tensione, ambiguità e vertigini psicologiche, salvo poi scegliere la strada più facile, prevedibile e addomesticata. Paul Feig sembra voler indossare i panni del regista di noir domestici al femminile, ma il risultato è un esercizio di stile irrisolto, incapace di trasformare le sue intuizioni in vero cinema di suspense.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Freida McFadden, bestseller del 2022, e ne conserva l’impianto narrativo da thriller da consumo rapido con una storia costruita su segreti, ruoli sociali ambigui e rapporti di potere che si annidano negli interni lussuosi della provincia americana.

Millie (Sidney Sweeney) è una giovane donna in difficoltà, senza una vera casa e con un passato che pesa come un’ombra ingombrante. Dopo una serie di lavori precari, viene assunta come domestica dai Winchester, famiglia apparentemente impeccabile che vive in una villa elegante e isolata. L’ingresso di Millie in questo microcosmo ordinato segna l’avvio di una lenta discesa in una quotidianità sempre più disturbante.

La padrona di casa Nina (Amanda Seyfried) accoglie la nuova arrivata con un entusiasmo eccessivo, quasi teatrale, che presto lascia spazio a improvvisi sbalzi d’umore, richieste contraddittorie e comportamenti inquietanti. Il marito Andrew (Brandon Sklenar) incarna invece la figura rassicurante del benestante gentile, premuroso e protettivo, mentre la casa stessa – con i suoi corridoi silenziosi, le stanze chiuse e una camera per Millie inspiegabilmente isolata dal resto dell’abitazione – diventa un personaggio muto ma eloquente.

Senza entrare nel territorio degli spoiler, è chiaro fin dai primi snodi che nulla è come sembra, e che la permanenza di Millie presso i Winchester la costringerà a confrontarsi con dinamiche sempre più pericolose, dove il confine tra protezione e controllo si fa sottile.

Il problema principale è che “Una di famiglia” rivela troppo e troppo presto. Feig dissemina indizi con una tale insistenza da annullare ogni reale suspense. Lo spettatore esperto di thriller intuisce con largo anticipo la direzione del racconto, finendo per assistere passivamente a uno sviluppo che conferma, passo dopo passo, ciò che era già evidente. I colpi di scena, anziché destabilizzare, arrivano come tappe obbligate di un percorso già tracciato, privi di quella cattiveria necessaria a rendere memorabile il genere.

Sul piano interpretativo, il film vive di forti disuguaglianze. Amanda Seyfried è senza dubbio la presenza più consapevole: il suo personaggio abbraccia un’idea di eccesso, oscillando tra fragilità esibita e crudeltà algida, con un overacting che sembra quasi voler dichiarare la natura artificiale e kitsch del racconto. Sidney Sweeney, invece, costruisce una protagonista trattenuta, spesso passiva, la cui ambiguità resta più scritta che incarnata. La sua Millie è funzionale alla trama ma raramente sorprende, schiacciata da una sceneggiatura che la usa come pedina piuttosto che come vero motore drammatico. Brandon Sklenar, nel ruolo del marito perfetto, è forse la vittima più evidente di un’impostazione stereotipata: il suo Andrew è un’icona più che un personaggio, privo di reali sfumature.

Feig tenta di rifarsi esplicitamente al thriller americano degli anni Novanta, richiamando atmosfere alla Fincher: fotografia fredda, sobborghi borghesi apparentemente immacolati, voce fuori campo e una colonna sonora che ammicca a un immaginario pop contemporaneo. Tuttavia, questa cinefilia resta superficiale. Manca il senso del tempo, della pausa, dell’attesa. Il film corre, accumula, spiega, come se temesse il silenzio o l’ambiguità, finendo per soffocare proprio ciò che dovrebbe alimentare la tensione.

Anche i temi affrontati – violenza di genere, privilegio sociale, dinamiche di abuso mascherate da protezione – risultano più dichiarati che realmente messi in discussione. Una di famiglia sembra voler aggiornare il thriller domestico in chiave post-femminista, ma si limita a ribadire concetti già noti, iper-tematizzandoli senza integrarli organicamente nella narrazione. Il ricorso a flashback esplicativi e a svolte psicologiche telefonate appesantisce ulteriormente un racconto che avrebbe avuto bisogno di sottrazione, non di accumulo.

Nel complesso, il film si trascina verso il finale senza un vero crescendo emotivo. Anche quando prova a rilanciare, manca il coraggio di spingersi fino in fondo, di sporcarsi davvero le mani. Rimane l’impressione di un thriller patinato, ben confezionato ma privo di autentico fiato, che guarda a modelli più incisivi senza mai raggiungerne la forza perturbante. Una di famiglia vorrebbe essere un noir domestico velenoso e seducente; si accontenta invece di essere un prodotto corretto, prevedibile e, alla lunga, dimenticabile.

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