Recensione. “Norimberga”: l’illusione della giustizia perfetta in un film che non osa
Diciamolo subito, “Norimberga” è un film solido, ambizioso, spesso stimolante, ma mai davvero travolgente. James Vanderbilt affronta uno dei capitoli fondativi del Novecento con rispetto e mestiere, affidandosi soprattutto alla forza dei suoi interpreti. Su tutti svetta Russell Crowe, che restituisce a Hermann Göring una presenza scenica imponente, seduttiva e disturbante, ricordando quanto sia ancora capace di dominare il grande schermo. Eppure, nonostante la qualità della recitazione e la cura produttiva, il film resta sempre un passo indietro rispetto alle proprie potenzialità e risulta così più interessante che necessario.
Per comprendere appieno il film di James Vanderbilt è indispensabile tornare all’origine storica degli eventi che mette in scena. Il processo di Norimberga non fu soltanto un tribunale contro i vinti ma un esperimento giuridico e morale senza precedenti. Alla fine della Seconda guerra mondiale, con l’Europa devastata e il mondo ancora sotto shock per la scoperta dei campi di sterminio, gli Alleati si trovarono di fronte a un dilemma cruciale: come giudicare i responsabili del nazismo senza ricorrere alla vendetta sommaria?
La strada verso Norimberga fu tutt’altro che lineare. All’interno delle potenze vincitrici convivevano posizioni opposte perché c’era chi, come Churchill in una prima fase, era favorevole a esecuzioni rapide dei principali gerarchi, e chi invece, soprattutto negli Stati Uniti, sosteneva la necessità di un processo pubblico, fondato su prove e testimonianze. Prevalse quest’ultima linea, anche grazie alla convinzione che solo un giudizio formale avrebbe potuto fissare per sempre, davanti alla storia, la responsabilità dei crimini nazisti.
Il Tribunale Militare Internazionale venne istituito nel 1945 e scelse Norimberga non a caso: città simbolo del potere hitleriano, teatro dei grandi raduni del partito e delle leggi razziali del 1935. Gli imputati furono ventiquattro tra i principali dirigenti del Terzo Reich ancora in vita, accusati di quattro capi d’imputazione fondamentali: cospirazione, crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Quest’ultima categoria, in particolare, rappresentò una svolta epocale, perché sancì che esistono atrocità per le quali un individuo può essere chiamato a rispondere davanti a un tribunale internazionale, anche se commesse “in nome dello Stato”.
Il processo si svolse tra il novembre 1945 e l’ottobre 1946 e fu accompagnato da un enorme lavoro probatorio. Per la prima volta nella storia, un’aula di giustizia proiettò filmati autentici dei campi di concentramento liberati, costringendo imputati, giudici e opinione pubblica mondiale a confrontarsi con l’evidenza visiva dello sterminio. Le sentenze furono dure con dodici condanne a morte, tre ergastoli, quattro pene detentive e tre assoluzioni. Hermann Göring, figura centrale anche nel film, si suicidò poche ore prima dell’esecuzione.
Norimberga non fu un processo perfetto né immune da critiche (il tema della “giustizia dei vincitori” è ancora oggi dibattuto) ma pose le fondamenta del diritto penale internazionale e aprì la strada a concetti come la responsabilità individuale e l’impossibilità di giustificarsi con l’obbedienza agli ordini. È su questo terreno, storico e morale insieme, che il film di Vanderbilt tenta di innestarsi. “Norimberga” decide di non raccontare il processo nella sua interezza, né di seguire una prospettiva corale. La sceneggiatura, adattata dal romanzo “Il nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai, restringe lo sguardo sul rapporto tra il tenente colonnello Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito americano, e Hermann Göring (Russell Crowe), ex delfino di Hitler e imputato più carismatico del tribunale.
Kelley riceve un incarico delicatissimo, quello di stabilire se gli imputati siano mentalmente idonei a sostenere il processo e, al tempo stesso, impedire che si tolgano la vita prima del giudizio. È un ruolo ambiguo, sospeso tra scienza, etica e controllo, che il film utilizza come grimaldello per interrogarsi sulla natura del male. Göring, con la sua intelligenza affilata e il suo narcisismo patologico, diventa presto non solo un “paziente”, ma un interlocutore capace di mettere in crisi lo stesso medico, ribaltando spesso i rapporti di forza. Questa scelta narrativa è, sulla carta, una delle più interessanti del progetto. Vanderbilt tenta di spostare l’attenzione dalla cronaca giudiziaria alla dimensione psicologica, chiedendosi come uomini colti, raffinati e perfettamente razionali abbiano potuto concepire e amministrare un sistema di sterminio. È una domanda antica, ma sempre attuale, che il film rilancia con insistenza.
James Vanderbilt, qui alla regia dopo una lunga carriera da sceneggiatore (da Zodiac ai recenti Scream), dimostra di conoscere perfettamente le regole del cinema classico hollywoodiano. La messa in scena è accurata, le ricostruzioni scenografiche impeccabili, i costumi e le ambientazioni restituiscono con precisione l’atmosfera plumbea del dopoguerra. La regia alterna con abilità momenti di tensione verbale a passaggi più intimisti, senza mai perdere il controllo del ritmo, nonostante le oltre due ore e mezza di durata.
Ed è proprio qui che emergono i limiti del film. Vanderbilt dirige con sicurezza, ma raramente osa. Ogni scelta appare ponderata, calibrata, quasi levigata, come se il timore di sbagliare avesse preso il sopravvento sull’urgenza espressiva. Anche le sequenze più potenzialmente sconvolgenti, come la proiezione dei filmati reali dei campi di concentramento in aula, risultano corrette, rispettose, ma sorprendentemente poco destabilizzanti. Il confronto con opere recenti come “La zona d’interesse” è inevitabile e, in questo senso, penalizzante perché lì il non detto e l’ellissi generavano un orrore persistente, mentre qui l’immagine esplicita finisce per assumere un valore quasi didascalico.
Si avverte inoltre una certa impronta americanocentrica nello sguardo sul processo, che tende a semplificare le ambiguità storiche e politiche, smussando le contraddizioni pur di mantenere una linea narrativa chiara e rassicurante.
Se “Norimberga” funziona, lo deve in gran parte al suo cast. Russell Crowe offre una delle sue prove più incisive degli ultimi anni. Il suo Göring è corpulento, ironico, colto, terribilmente umano. Non è una caricatura del male, ma un uomo che rivendica le proprie azioni con lucidità, usando la parola come arma di seduzione e difesa. Crowe riesce a rendere inquietante proprio questa normalità, questa capacità di argomentare l’orrore senza mai alzare la voce.
Rami Malek, nei panni di Douglas Kelley, sceglie una recitazione più introversa e nervosa. Il suo psichiatra è un uomo ossessionato dal bisogno di capire, progressivamente risucchiato dall’abisso che sta studiando. Malek costruisce un personaggio fragile, a tratti rigido, ma credibile nel suo smarrimento morale. Il duello verbale tra i due è il cuore pulsante del film e regge anche quando la sceneggiatura indulge in qualche sottolineatura di troppo. Michael Shannon interpreta un Robert H. Jackson severo e determinato, incarnazione della fede americana nello Stato di diritto; le altre presenze, però, restano spesso sullo sfondo, come comparse di lusso in un racconto che concentra tutto su una dinamica a due.
In definitiva, “Norimberga” è un’opera che si muove con competenza su un terreno delicatissimo, ma che raramente riesce a scardinare davvero lo sguardo dello spettatore. È un film che invita alla riflessione, che pone domande scomode sulla responsabilità individuale, sulla seduzione del potere e sulla fragilità della morale, ma lo fa con strumenti tradizionali, quasi appartenenti a un’altra stagione del cinema.
La sensazione è quella di un progetto ben interpretato e culturalmente rilevante ma privo di quella radicalità formale o narrativa che oggi sembra necessaria per raccontare ancora l’orrore del Novecento. Resta la grande prova di Russell Crowe, vero motore del film, e resta il valore intrinseco di una storia che non smette di interrogarci. Ma Norimberga, più che incidere una ferita, si limita a mostrarla con grande professionalità, senza mai affondare davvero il colpo.



