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Recensione. “No Other Choice”, Park Chan-wook firma il suo capolavoro. L’ennesimo…

Taddeus Harris Posted On 2 Gennaio 2026
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“No Other Choice” è uno di quei film che possiamo definire rari anche nella filmografia di un maestro come Park Chan-wook: un’opera che non solo conferma il talento smisurato smisurato del suo autore, ma lo rilancia in una direzione nuova, feroce e sorprendentemente comica. È un trionfo di intelligenza cinematografica, una pellicola che diverte, inquieta, seduce e poi ti lascia con un nodo allo stomaco, perché dietro l’apparato barocco e l’umorismo nerissimo pulsa una lucidità politica che nel cinema coreano contemporaneo ha pochissimi eguali.

I protagonisti sono Yoo Man-soo, dirigente specializzato nel settore cartario improvvisamente espulso dal sistema produttivo dopo venticinque anni di carriera, interpretato da un Lee Byung-hun monumentale, affiancato da una moglie e da due figli che diventano progressivamente parte attiva della sua deriva morale. Alla regia c’è Park Chan-wook, che non ha bisogno di presentazioni: autore di Oldboy, Lady Vendetta, Thirst, Mademoiselle e del magnifico Decision to Leave, regista che da oltre vent’anni esplora il rapporto fra violenza, desiderio e potere con una radicalità visiva senza pari. Qui firma la sceneggiatura insieme a Lee Kyoung-mi, Jahye Lee e Don McKellar, dimostrando di saper ibridare con disinvoltura il thriller, la commedia nera e il pamphlet sociale.

La trama, in apparenza, è di una semplicità disarmante: licenziato in seguito a una ristrutturazione aziendale, Man-soo si ritrova a vagare fra colloqui inutili e promesse vuote, mentre il suo conto in banca si assottiglia e il suo status sociale evapora. Quando finalmente intravede la possibilità di un impiego prestigioso, scopre che i candidati sono pochi, tutti provenienti dal suo stesso settore. È in quel momento che matura un’idea delirante: se i posti sono limitati, basterà eliminare la concorrenza. Da qui prende avvio una spirale di omicidi pasticciati, travestimenti, falsi annunci, depistaggi grotteschi e cadaveri che sembrano comparire e sparire come elementi di una coreografia assurda.

Ma ciò che rende No Other Choice un film enorme non è la trama in sé, bensì il modo in cui Park la orchestra. La regia si muove come un animale nervoso: inquadrature rasoterra, plongée improvvisi, soggettive impossibili, camera che si infila sotto tavoli e automobili, luci accecanti contrapposte a bui quasi salvifici. Il montaggio accumula anziché chiarire, sovrappone piani di realtà e punti di vista: seguiamo Man-soo, poi la moglie, poi i figli, poi le vittime, poi i detective. Tutti sembrano riflessi dello stesso spettro sociale, ingranaggi di una macchina che non prevede più individui ma solo funzioni.

La produzione è stata lunga e complessa: Park inseguiva questo progetto da più di un decennio, affascinato dal romanzo “The Axe” di Donald Westlake, già adattato da Costa-Gavras negli anni Duemila. Qui, però, la storia viene completamente rifondata sul terreno coreano. Non è più solo il dramma di un uomo che perde il lavoro, ma il ritratto di un’intera classe media che trema all’idea di scivolare nel vuoto. Il settore della carta non è scelto a caso in quanto si tratta di un’industria in declino, metafora perfetta di un capitalismo che promette innovazione mentre cancella mestieri e identità. E quando, nel finale, l’automazione e l’intelligenza artificiale prendono il sopravvento, il film compie il suo gesto più feroce: mostra un mondo in cui non c’è più bisogno nemmeno della luce, perché le macchine non vedono e non dormono.

In patria l’accoglienza è stata calorosa e combattuta: da un lato l’entusiasmo per il ritorno di un Park capace di essere così radicalmente ironico, dall’altro un certo disagio di fronte a una satira che colpisce dritta al cuore il mito coreano della competizione meritocratica. Il pubblico ha riconosciuto in Man-soo un padre, un collega, se stesso: un uomo che dice di “non avere alternativa”, ma che in realtà rifiuta ogni opzione che comporti la rinuncia a un privilegio, al SUV, alle lezioni di tennis, alla facciata borghese.

Ecco allora che il titolo risuona come un ritornello beffardo: l’azienda non ha scelta, l’uomo non ha scelta, la moglie non ha scelta, la figlia non ha scelta se non inventarsi una lingua tutta sua attraverso la musica. Ma Park Chan-wook, con la sua crudeltà affettuosa, ci sussurra che la scelta esiste sempre, è solo più facile fingere di non vederla. Il finale, tra i più devastanti della sua carriera, cristallizza questa verità in un’immagine che è insieme comica e spaventosa, apoteosi della logica dell’eliminazione che governa il mondo del lavoro.

Dopo Mademoiselle e Decision to Leave, No Other Choice si impone come uno dei vertici assoluti del cinema di Park. Una commedia nera iperbolica, stratificata, sensoriale, che riesce a parlare del presente con una chiarezza implacabile. Un film che non si limita a raccontare l’ansia sociale, ma la mette in scena come una danza macabra irresistibile, dimostrando che, quando il cinema osa davvero, può ancora essere un atto politico.

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