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Recensione. “Moonrise Kingdom”, il primo amore secondo Wes Anderson

Taddeus Harris Posted On 25 Agosto 2025
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Sin dal suo debutto a Cannes, “Moonrise Kingdom” è apparso come una delle vette più interessanti del cinema di Wes Anderson: un film delicato e tenero, capace di intrecciare l’umorismo più stralunato con un sincero struggimento per l’infanzia, il sentimento e l’immaginazione. È un’opera che emoziona e diverte allo stesso tempo, e che lascia lo spettatore con il cuore colmo di una nostalgia felice, quella per un’età in cui tutto sembra possibile. Anderson orchestra i suoi personaggi come strumenti in una sinfonia visiva e musicale, girando un film che è allo stesso tempo buffo, malinconico e sorprendentemente profondo.

L’azione si svolge nel 1965, su una remota isola del New England. Qui il dodicenne Sam Shakusky (Jared Gilman), orfano e poco amato dai suoi coetanei scout, decide di fuggire dall’accampamento Ivanhoe, guidato dal diligente ma distratto capo Ward (Edward Norton). Sam si è innamorato di Suzy Bishop (Kara Hayward), coetanea malinconica e ribelle che vive in una grande casa con i suoi genitori litigiosi e assenti, Walt (Bill Murray) e Laura (Frances McDormand).

Dopo un anno di lettere segrete, i due bambini mettono in atto la loro fuga romantica: si rifugiano nei boschi, costruiscono una tenda, ballano sulle spiagge, si baciano per la prima volta. Sono momenti teneri e goffi, ma pieni di verità. Intanto gli adulti si mobilitano e, oltre ai genitori di Suzy e al capo scout, anche il comandante di polizia Sharp (Bruce Willis), uomo solitario e malinconico, e una rigida assistente sociale (Tilda Swinton) che vorrebbe rinchiudere Sam in un istituto.

La fuga sembra destinata a fallire, però. Sam e Suzy vengono catturati, separati, riportati alle loro vite “normali”. Ma il sentimento dei due ragazzini non si spegne e, con l’aiuto degli altri scout e dello stesso Sharp, i due riescono a ricongiungersi. La tempesta finale che si abbatte sull’isola diventa il simbolo della ribellione e della rinascita. Sam e Suzy, salvati per un soffio, ottengono un nuovo equilibrio. Sharp decide di prendersi cura di Sam, offrendo finalmente a quel ragazzo smarrito una casa.

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Oltre agli esordienti Jared Gilman e Kara Hayward, perfetti nel restituire la dolcezza e l’imperfezione della loro età, Anderson recluta un cast corale di altissimo livello, compresi i soliti fedelissimi: Edward Norton nei panni di un capo scout ingenuo e un po’ impacciato, Bruce Willis in una delle sue interpretazioni più intime e malinconiche, Bill Murray e Frances McDormand come genitori assenti e frustrati, Tilda Swinton glaciale funzionaria dei servizi sociali. Piccole ma gustose apparizioni arricchiscono la tela, come Harvey Keitel nel ruolo di un burbero capo scout anziano. Ogni attore sembra incastrarsi alla perfezione nell’ingranaggio della messa in scena, quasi fosse un tassello di un meccanismo a orologeria.

In diverse interviste, Wes Anderson ha raccontato che “Moonrise Kingdom” nasce dai ricordi della propria infanzia: “Volevo catturare quel momento in cui ci si innamora per la prima volta, quando tutto sembra urgente e assoluto, anche se sei solo un ragazzino di dodici anni”. Ha descritto il film come “una lettera d’amore ai primi sentimenti”, sottolineando come il tono fiabesco non sia mai lontano dall’esperienza personale.

“Moonrise Kingdom” arriva dopo “I Tenenbaum” (2001), “Il treno per il Darjeeling” (2007) e “Fantastic Mr. Fox (2009)”, e rappresenta un punto di svolta nella carriera del regista. È infatti un film in cui il suo stile visivo fatto di colori pastello, simmetrie maniacali, scenografie teatrali, trova una sintesi perfetta con la sostanza emotiva del racconto. Se nei film precedenti le famiglie disfunzionali erano il fulcro, qui Anderson concentra lo sguardo sull’infanzia e sull’innocenza, costruendo un’opera che ricca di tenerezza e di vitalità. Non è solo un passo avanti nel suo percorso autoriale, ma anche uno dei suoi film più accessibili, capace di parlare a chiunque abbia vissuto il tumulto del primo amore.

Questo film è senz’altro un piccolo gioiello da vedere e rivedere, un film che sembra un acquarello animato, dove ogni dettaglio dai costumi alla colonna sonora di Alexandre Desplat, con brani di Britten, Mozart e Saint-Saëns, contribuisce a creare un mondo sospeso tra fiaba e realtà. Un’opera che, con leggerezza e grazia, ricorda allo spettatore l’urgenza di sentirsi vivi, di amare e di lasciarsi sorprendere.

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