Recensione. “L’altra sporca ultima meta”: Adam Sandler vs. secondini, e noi sugli spalti a tifare
Ok, diciamolo subito: i remake fanno sempre storcere il naso. “Ancora? Non bastava l’originale?” – e intanto pensi che stai per guardare un copia-incolla inutile. E invece “L’altra sporca ultima meta” ti prende a spallate come un linebacker e ti fa ricredere. Anche perché, prendere a spallate personaggi come Joey Battle, Cheeseburger Eddie e Switowski non è esattamente agevole. Peter Segal, già complice di Adam Sandler in “50 volte il primo bacio” e “Terapia d’urto”, prende il cultone anni ’70 di Robert Aldrich e lo reimmagina in versione anni Duemila: più rap, più gag, più botte. È il classico film da serata con gli amici, birra e popcorn, dove ti ritrovi a ridere come un matto anche quando i personaggi finiscono a terra con ossa incrinate.
Adam Sandler qui è in piena forma. Fa il cialtrone, fa il malinconico, fa il duro quando serve: un Paul Crewe in modalità “eroe riluttante ma con battuta pronta”. E accanto a lui c’è Chris Rock che spara punchline come se fosse in un roast continuo. I due insieme funzionano alla grande, sembrano quei compagni di banco che si coprono le spalle… ma che non smettono mai di prendersi in giro. Ah, e poi arriva Burt Reynolds. Sì, proprio lui, il protagonista dell’originale, ora promosso a coach nostalgico. È tipo quando in un videogioco ti appare il boss storico in versione NPC saggio. Momento epico, zero discussioni.
Il film gira intorno al big match: detenuti vs. secondini. In divisa troviamo addirittura i wrestler Kevin Nash e “Stone Cold” Steve Austin – entrambi stronzetti a un certo livello – ma, soprattutto, il bravissimo e troppo sottovalutato William Fitchner, attore che avrebbe meritato una carriera ben più fortunata. Ed è un match girato da Dio. Colpi proibiti, giocate assurde, vendette personali e un campo che diventa più ring che stadio. Ogni nuovo giocatore che si unisce alla squadra dei detenuti è una piccola scenetta a sé, con cameo che ti fanno strizzare l’occhio: dal rapper Nelly ai wrestler sopra citati. Praticamente la WWE infilata in un prison-movie sportivo. Si può essere più nerd? E ovviamente c’è James Cromwell nei panni del direttore Hazen, villain subdolo e odioso come pochi. Se fosse un personaggio di Game of Thrones, ti verrebbe voglia di tirargli i pomodori sul trono.
Qui Aldrich aveva messo critica sociale e violenza cruda. Segal ci aggiunge montaggi serrati, colonna sonora con AC/DC, Creedence Clearwater Revival e Nelly, e quell’aria da videoclip che negli anni Duemila era ovunque (ditemi che ricordate “8 Mile”). È un mix di prison movie e commedia sportiva, condito con comicità scorretta e gag slapstick. Tipo “Palle al balzo” ma con più lividi. Ed usciva vent’anni fa. Sembra ieri per chi ha amato ed ama questo film, che non perde l’occasione di citare lo slang dei suoi personaggi e che ha indossato la maglia Mean Machine rigorosamente comprata su Ebay.
“L’altra sporca ultima meta” è un film di culto, come lo fu, ad esempio, “Major League 2” (il secondo capitolo era ancora migliore del primo) poiché in grado di inserire alla perfezione personaggi sgangherati, reietti, ultimi, gente ai margini, con una colonna sonora adrenalinica e commerciale. Perché la riscossa passa attraverso gli sfigati, i disillusi e quelli fregati dalla vita. Perché la seconda opportunità è possibile. Perché, anche quando ti senti con le spalle al muro puoi vivere il tuo momento d’eternità che ribalta una storia già scritta e ne apre una nuova. Non sarà un film “necessario”, ma è un remake che non si limita a essere citazionista ma rielabora, aggiorna e ci fa godere di un cast messo insieme come un dream team improbabile. È un film che sa benissimo cosa vuole essere e dove vuole attecchire: due ore di sport, risate e un po’ di sano spirito da rivalsa. Se volete un film da vedere con gli amici in modalità “tifo da curva”… touchdown assicurato.



