Recensione. “Diabolik – Ginko all’attacco”: quando il cinema italiano si condanna da solo alla nostalgia
Quando i Manetti Bros. annunciarono il ritorno sul grande schermo del “re del terrore” nato dalla penna delle sorelle Giussani, le aspettative erano alte. Il primo film, però, aveva deluso gran parte della critica e anche il pubblico non aveva risposto con entusiasmo. Con “Diabolik – Ginko all’attacco” il duo romano prova a correggere il tiro ma finisce col ripetere quasi integralmente le stesse cadute del capitolo d’esordio.
Il racconto, ispirato a un albo del 1964, si concentra più sull’ispettore Ginko che sul ladro mascherato. Valerio Mastandrea, malinconico e ostinato, resta l’elemento più convincente: il suo poliziotto vive di frustrazioni e ossessioni e trova un’improbabile consolazione tra l’agente Elena Vanel (Linda Caridi) e la duchessa Altea, interpretata da una Monica Bellucci che appare però sacrificata, eterea fino a risultare fuori luogo. Attorno a lui si muovono Diabolik ed Eva Kant – questa volta Giacomo Gianniotti e Miriam Leone – intrappolati in dinamiche di coppia che oscillano tra il ridicolo involontario e il déjà-vu da sceneggiato televisivo.
L’impressione generale è che il film resti un’operazione museale: fedele fino all’ossessione alle atmosfere vintage del fumetto, incapace però di restituire la vitalità e il fascino che potrebbero renderlo appetibile a uno spettatore contemporaneo. I dialoghi, solenni e spiegazionisti, tradiscono la loro origine cartacea, l’azione procede con un ritmo eccessivamente controllato, le scene che dovrebbero trasmettere tensione finiscono per risultare lente e prevedibili.
Nemmeno l’ingresso di Gianniotti – più somigliante fisicamente al personaggio rispetto a Marinelli – riesce a dare al protagonista un’identità chiara: il suo Diabolik rimane un’ombra priva di personalità, un manichino elegante ma vuoto, oscillante tra freddezza e romanticismo senza una logica evoluzione. Così come il rapporto con Eva, ridotto a schermaglie da sitcom, non regge il confronto con il carisma della coppia originale.
C’è un evidente paradosso: mentre il cinema di genere internazionale riesce a reinventarsi, contaminarsi e dialogare con il presente, i Manetti sembrano voler congelare il tempo. Ne esce un prodotto patinato ma stantio, incapace di divertire davvero o di appassionare nuove generazioni. Più che un cinecomic, sembra un omaggio fuori tempo massimo, un esercizio stilistico che tradisce la missione principale del cinema popolare, cioè coinvolgere.
“Diabolik – Ginko all’attacco” non è un disastro totale perché qualche scena d’azione meglio orchestrata e l’interpretazione di Mastandrea salvano in parte la visione, ma conferma l’idea che il progetto sia nato sotto una stella sbagliata. Più che rilanciare il cinema di genere italiano, lo imprigiona in una sterile nostalgia. E mentre altrove nascono opere coraggiose e innovative, qui si resta ancorati a un fumetto di sessant’anni fa, come se nulla fosse cambiato.



