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Recensione. Dan Brown torna con “L’ultimo segreto”: un thriller che interroga la coscienza e il futuro della conoscenza

Redazione Posted On 15 Novembre 2025
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Praga, sette anni dopo “Origin”, Dan Brown riporta in scena Robert Langdon con “L’ultimo segreto” (Rizzoli), un romanzo che ha immediatamente monopolizzato le classifiche e riacceso l’entusiasmo mondiale per il professore di simbologia più famoso della narrativa contemporanea. Il risultato è un’opera che tenta di fondere l’avventura a ritmo serrato tipica del suo autore con domande che lambiscono i confini della scienza emergente.

Il ritorno di Langdon coincide con quello di Katherine Solomon, neuroscienziata e figura chiave del passato dell’accademico. Questa volta i due non si limitano a condividere enigmi, la loro relazione privata prende forma apertamente, aggiungendo un elemento emotivo che negli ultimi romanzi Brown sembrava aver accantonato. È Katherine, con la sua ricerca nel campo della noetica, a spostare l’asse del libro verso territori più scientifici che simbolici. Se “Origin” interrogava l’alfa dell’umanità, “L’ultimo segreto” indaga l’omega, cioè cosa accade alla coscienza nel momento in cui la vita si interrompe? Questo non è solo lo scenario del romanzo, ma il suo motore ideologico.

Brown sceglie Praga come teatro delle vicende, una città che nella sua narrazione assume la densità quasi mistica di un palcoscenico costruito apposta per ospitare misteri antichi e nuove frontiere tecnologiche. Le sue strade medievali, i ponti monumentali, il folklore alchemico diventano l’ambiente ideale per un thriller in cui passato e futuro collidono.

La trama prende forma durante una conferenza scientifica in cui Katherine presenta i risultati delle sue ricerche. Poche ore dopo, scompare senza lasciare traccia. Langdon, testimone di un evento tanto inspiegabile quanto destabilizzante sul Ponte Carlo, diventa contemporaneamente sospettato e investigatore, inseguito da più governi e da forze occulte che vedono nel manoscritto della scienziata una minaccia geopolitica.

Se nelle prime opere Brown modulava i propri colpi di scena attraverso codici, segreti ecclesiastici e opere d’arte, qui porta il lettore dentro laboratori avanzatissimi, intelligenze artificiali dal potere ambiguo e ricerche che sfiorano l’etica più profonda. L’apparizione della figura del Golem (reinterpretata non come semplice creatura leggendaria, ma come simbolo di un’umanità manipolabile) aggiunge un contrappunto mitico alle speculazioni scientifiche.

La narrazione si arricchisce di personaggi secondari che funzionano come amplificatori tematici: un’editore travolto da rivelazioni inattese; un’ambasciatrice costretta a scegliere tra lealtà istituzionale e coscienza personale; soprattutto Sasha, l’assistente russa coinvolta, suo malgrado, in esperimenti di frontiera. La sua storia è forse la più perturbante del romanzo, perché mette il lettore davanti a un interrogativo poco confortevole: quanto delle nostre percezioni è davvero nostro?

Uno dei tratti più sorprendenti è la trasformazione del protagonista. Langdon resta l’uomo colto, ironico e profondamente umano che i lettori conoscono, ma la sua centralità vacilla. Gli enigmi simbolici ci sono, ma non dominano il romanzo. Per la prima volta, il professore sembra marginalizzato da un mondo che procede troppo velocemente per i suoi strumenti tradizionali. Brown sembra quasi suggerire che l’era dei simboli è stata soppiantata da quella dei dati, dell’analisi computazionale e delle neuroscienze. È un’intuizione narrativa interessante, e forse il segno che Langdon si avvicina alla fine del suo ciclo.

La forza di “L’ultimo segreto” non risiede tanto nell’architettura del thriller (che segue la formula che ha reso Brown uno dei maggiori autori commerciali del nostro tempo) quanto nell’ambizione concettuale. Il romanzo invita il lettore a interrogarsi sul limite tra percezione e manipolazione, sulla possibilità che la coscienza sopravviva alla materia, e su un mondo in cui i confini tra scienza, fede e tecnologia si sovrappongono sempre più.

Non tutte le scelte narrative brillano, però, alcune svolte appaiono accelerate, alcuni snodi sembrano sacrificare la verosimiglianza in favore della velocità. Ma Brown resta un maestro della leggibilità: nonostante la mole, il libro scorre con la naturalezza dei prodotti editoriali costruiti per essere divorati. “L’ultimo segreto” è, in ultima analisi, un grande romanzo d’intrattenimento che aspira a qualcosa di più. Il suo merito maggiore è quello di trasformare un tema astratto — la natura della coscienza — in un’esperienza narrativa che alterna adrenalina, inquietudine e meraviglia.

Se questo sarà davvero l’ultimo capitolo della saga di Langdon, Brown gli offre una conclusione suggestiva: un uomo che ha dedicato la vita a decifrare simboli ora si trova davanti al più insondabile di tutti, l’enigma dell’esistenza stessa. Non è il romanzo più perfetto dell’autore, ma è certamente uno dei più audaci. E soprattutto, è un’opera che invita a guardare oltre la trama, verso quel punto in cui scienza e mistero — come nella tradizione migliore di Brown — finiscono per assomigliarsi.

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