Recensione. “Buen Camino”, cioè il Zalone che ripete sé stesso
Lo sappiamo, ogni nuovo film di Checco Zalone arriva nelle sale cinematografiche accompagnato da un’aura di evento imperdibile. Non è solo questione di incassi, però, perché Zalone, più di ogni altro comico italiano contemporaneo, ha saputo trasformare il suo personaggio in una lente deformante attraverso cui osservare i vizi, le ipocrisie e le fragilità dell’italiano medio. In “Buen Camino” però quello specchio non è più rivolto verso il pubblico ma, per la prima volta, è puntato soprattutto verso se stesso, verso un protagonista che somiglia a una caricatura autoconsapevole del “personaggio Zalone”. Il risultato è una commedia dignitosa, ma ben lontana dai picchi della sua filmografia.
Il Checco di questo film è un miliardario nullafacente, cresciuto all’ombra di un padre industriale e convinto che la ricchezza possa sostituire qualsiasi competenza. Ville a profusione, festeggiamenti faraonici, una compagna-trofeo: un ritratto che vorrebbe essere impietoso ma che, in realtà, non riesce mai davvero a diventare tale. Anzi, è tanto stereotipato. Quando la figlia adolescente scappa di casa per mettersi in cammino verso Santiago, il protagonista si vede costretto a inseguirla lungo il pellegrinaggio spagnolo. L’itinerario fisico si trasforma così – prevedibilmente – in un viaggio interiore tra sensi di colpa, riscoperta della paternità e redenzione finale.
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È una premessa che profuma di déjà-vu. Il rapporto genitore-figlio come motore narrativo era già stato al centro di “Sole a catinelle”, e qui sembra di assistere a una sua versione più morbida, più levigata, meno feroce. “Buen Camino” è il film più gentile firmato dal tandem Zalone-Nunziante. Smussa ogni spigolo, cerca il consenso universale, rinuncia quasi del tutto a quella malinconia corrosiva che rendeva irresistibili “Cado dalle nubi”, “Che bella giornata” o “Quo vado?”.
Non è un difetto in senso assoluto. È legittimo che un autore senta il bisogno di spostare lo sguardo, soprattutto dopo essere diventato padre. Qui Zalone sembra voler parlare a famiglie e ragazzi, confezionando una commedia natalizia in senso classico. Un protagonista inizialmente sgradevole, un percorso di crescita, un epilogo riconciliante. Il problema è che questa svolta “family friendly” arriva al prezzo di un evidente annacquamento della sua comicità. Le battute più discusse, quelle su Gaza o sulla Lista di Schindler, già rilanciate dai trailer, non sono davvero né scandalose né profonde, appaiono piuttosto come corpi estranei, momenti isolati che stonano con il tono generale del film, sempre attento a non disturbare troppo.
Il resto dell’umorismo si muove su territori ben battuti: stereotipi su omosessuali, artisti snob, asiatici alle prese con la pasta, ironia sull’obesità accennata ma mai affondata. Zalone resta un animale comico straordinario, capace di dominare la scena con una smorfia o una cadenza, ma qui sembra costretto a camminare su una linea di sicurezza, come se avesse paura di oltrepassarla.
Anche la scrittura mostra qualche crepa. Il cammino di Santiago, pur girato nei luoghi reali, è ridotto a sfondo turistico, privo di uno sguardo davvero critico o curioso sulla “moda” del pellegrinaggio. I personaggi secondari entrano ed escono di scena con una disinvoltura che rasenta la pigrizia narrativa, e certi snodi sembrano messi lì solo per far procedere la storia. Considerando un budget imponente per una commedia italiana, colpisce l’assenza di momenti davvero memorabili sul piano visivo o registico: l’impronta di Nunziante è riconoscibile ma mai ispirata, con un’estetica che ricorda più la tradizione Medusa di stampo televisivo che il cinema di respiro internazionale.
Detto questo, “Buen Camino” non è un fallimento. Funziona come intrattenimento leggero, dura il giusto (una novantina di minuti che scorrono senza attriti) e strappa più di una risata grazie alla consueta abilità performativa di Medici. È persino un passo avanti rispetto a “Tolo Tolo”, che faticava a trovare una propria identità tra ambizioni politiche e meccanismi comici. Qui un’identità c’è, ma è quella di un prodotto rassicurante, calibrato per non perdere pezzi di pubblico.
Il problema è che, nel fare questo, Zalone rinuncia alla parte migliore di sé, quella ferocia affettuosa che sapeva colpire nel segno e restituire un ritratto spietato ma lucidissimo dell’Italia. “Buen Camino” preferisce essere un “usato sicuro”, un’opera di manutenzione di un brand che pesa come una corona. Non è il peggior film del duo Zalone-Nunziante, ma probabilmente è il meno necessario: corretto, guardabile, a tratti divertente, ma con la sensazione persistente di aver già visto tutto.
In sintesi: sufficiente pieno, senza entusiasmo. Chi cerca una commedia natalizia tranquilla troverà pane per i suoi denti. Chi invece sperava di rivedere il Checco incendiario degli esordi, dovrà accontentarsi di una passeggiata – non troppo faticosa – su un sentiero già battuto.



