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“Rappresentanza unitaria senza pregiudizi ideologici”: come far ripartire il settore musica

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Questo testo è stato da pronunciato dal giornalista Paolo Romano il 1 maggio, poche ore prima della bufera scatenata dalla vicenda Fedez.

Partigianerie, arroccamenti, salamelecchi hanno invaso bacheche e media, con un grado di divisività che sorprende solo chi non segue il settore musicale. Resta chiaro un punto dalla vicenda: questa categoria ha bisogno di una rappresentatività ampia e fin qui sconosciuta. Senza di essa, si resterà esposti ai venti della polemica o al masaniello di turno e i problemi resteranno sul tappeto. (ndr, 4 maggio 2020)

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“Buon primo maggio. Che sia meno retorico possibile, che sappia svincolarsi dalla tentazione di elencare i diritti denegati e ridotti a parata di vetrine; che non si dissolva nella manfrina del rituale”. 

Qui a The Walk of Fame ci si prova con serietà e ringrazio il direttore Federico Falcone per avermi voluto concedere il privilegio di qualche considerazione sparsa; libera soprattutto, come dovrebbe essere ogni voce pubblica e privata in una democrazia compiuta. Siamo pronti ad ascoltare tante ore di musica, messe a disposizione dalla nostra piattaforma, con il contributo di artisti e gruppi felici di esserci. Oggi, insomma è una festa e prima di iniziare ad ascoltare e ad aprire le finestre del cuore ai suoni, mi permetto qualche osservazione, lo dico subito, non tra le più accomodanti… In questo seguendo la natura del rock, per sua natura anarchico e “contro”. 

“In questa testata si parla di musica e nell’ultimo anno abbiamo assistito al curioso paradosso per cui di musica si è scritto tanto, ma si è ascoltato poco, soprattutto nella sua vocazione elettiva che è la dimensione live. L’epidemia, è fin troppo noto, ha travolto un sistema fragile, fragilissimo come quello dei lavoratori del comparto degli spettacoli, che – speriamo di esserne finalmente tutti consapevoli – non è fatto solo dei grandi eventi, ma soprattutto di micro realtà composite che, specie nel nostro paese, contribuiscono a dare corpo alla civilizzazione e al progresso delle idee irrituali, quelle che scombinano e alterano, a volte con le necessarie sgrammaticature, le regole istituzionali della fissità”.

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“Una realtà, perdonatemi la divagazione, simile a quella del credito. Se c’è una motivazione per cui l’Italia ha sofferto, ma non è stata spazzata via dalla grande crisi finanziaria americana di Lehmann nel 2008 è perché il nostro sistema è fatto di piccoli risparmiatori, la colonna vertebrale che regge i muscoli è composita; vale nel credito vale nel settore delle produzioni musicali ed è una virtù, purché la si sappia governare e sfruttare. Resta il fatto che è grazie all’arte e ai grandi eretici di ogni segmento intellettuale che le società si trasformano e rinnovano la loro energia“.

Che cosa ha trovato la crisi e cosa è ragionevole che lasci sul campo?

“Questa è una domanda cruciale perché ci troviamo di fronte ad un anno zero per i musicisti e tutti i lavoratori dell’indotto, operatori culturali e giornalisti inclusi. Ed è a maggior ragione importante ricordarcela oggi, che dei diritti dei lavoratori dovrebbe esser la festa”.

“Un chitarrista italiano, Marco Manusso, alcuni anni fa scrisse uno spettacolo con un titolo molto ironico: Ma lei a parte la chitarra, che lavoro fa? Si potrebbe partire da questo. Quanti di chi ha un ruolo di governo centrale o locale, di chi è classe dirigente e giù giù fino a tanti cittadini comuni hanno chiaro il fatto che chi fa musica è un lavoratore, come un operaio, come un funzionario pubblico, come un medico, come chiunque svolga un’attività produttiva? E quanti sono consapevoli o saprebbero dire perché fare musica è un’attività produttiva? Certo, sono due domande tristemente retoriche, con una risposta scontata. Chi fonda un progetto rock o suona metal, facciamola ancora più provocatoria, ha gli stessi diritti sociali di un architetto? Sì! E allora perché no? 

Proviamo a fare un’analisi ragionevole, un bagno di realtà, che sarà contestata da ogni parte (a conforto di pescare qualcosa di vero) come capita ogni volta che ci si trova a discutere della più grande crisi del settore musicale e artistico di ogni tempo. Perché di questa catastrofe le responsabilità e le miopie vanno sciaguratamente divise. Vediamo, certo nel suo aspetto massimalista, qualche aspetto. 

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Sulle ragioni che vengono da lontanissimo sorvoliamo, per quello ci sono gli storici. Però, ragione e fatti vogliono che se quelli del musicista e degli operatori fossero lavori allora avrebbero chiarezza assoluta nel regime fiscale, contributivo, retributivo, pensionistico, impositivo. Così non è. Nessuna disciplina autonoma di un comparto che si trova appiccicato ora qua ora là il contesto normativo di professioni diverse. Se fosse un lavoro godrebbe di meccanismi di sostegno o di ammortizzatori che scatterebbero in automatico e ci sarebbe un fondo di riferimento nel bilancio dello Stato e poi nelle casse regionali per una distribuzione perequativa del welfare. 

Però un lavoro lo è e come e fa incassare allo Stato un bel bottino. Qualche esempio? L’aumento del turismo in occasione di rassegne musicali di rilievo con tutto ciò che questo porta all’economia, il florilegio delle scuole di musica, cui in molti casi è stato riconosciuto status parificato ai conservatori per il rilascio di titoli, che quindi portano soldi in tasse; gli eventi fanno lavorare l’indotto di operai, fonici, costumisti, tecnici delle luci e del suono e così via, aumentando la produttività economica complessiva. Questo riguarda, detto rapidamente, l’aspetto per così dire brutalmente materiale della faccenda: il movimento di soldi. Lo hanno ben chiarito pochi giorni fa quanti si sono ritrovati a Piazza del Popolo con i bauli e un hashtag: “governo ora ci vedi?” (che peraltro il bravo Fabio Iuliano ha seguito per il nostro giornale). Lo dico subito e senza equivoci: sono dalla loro parte. 

Epperò.  I musicisti? Tutti agnelli sacrificali di un sistema assurdo che li vessa? Nient’affatto. Si tratta, in effetti, di una categoria che ha approfittato della propria invisibilità in molti casi per lavorare indisturbatamente al riparo delle tasse e dei balzelli impositivi delle altre categorie. Sempre pronti a lagnarsi quando i pochi soldi non sono arrivati nelle tasche, sempre attenti ad agire per un profitto tutto personale nella rincorsa, un po’ mortificante, ad accaparrarsi per primi il tozzo di pane messo a disposizione. Gli effetti: una storica incapacità di organizzare i propri interessi in modo omogeneo e aggregante, in modo da porsi come controparte attendibile e credibile nei tavoli del governo; farsi, insomma, autorevole parte sociale. Con gran godimento di chi, dalle parti della politica decidente, ha tratto beneficio di una sterminata pletora di sigle e siglette improvvisate, incapaci di parlare una lingua comune, ma sempre pronti a screditare i colleghi per il proprio “particulare”, avrebbe detto Guicciardini. Torno per un attimo ai bauli di Roma: il Governo magari avrà visto, ma non sono certo che abbia capito. Qualcuno ha letto il numero di sigle che ha indetto il flashmob? Servirebbe qualcosa in più di un pallottoliere. Ed ecco il punto. 

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Non avere autorevolezza rappresentativa ha significato anche non saper individuare possibili effetti vulneranti di una sospensione delle attività, quello che per la Costituzione è lo sciopero. Messe così le cose, la dirò brutalmente, uno sciopero dei musicisti non avrebbe alcun effetto, se non quello di scatenare ironie e qualche sorriso furbo. A chi nuocerebbe? A nessuno. E un’astensione collettiva che non faccia danno non è uno sciopero. Quello, si direbbe polemicamente, lo fanno i lavoratori.

È questo, grossolanamente, lo scenario sul quale ha impattato la pandemia. Un settore sventrato di interessi individuali, incapacità di aggregazione, mancato ascolto del governo, inadeguatezza dell’apparato normativo. Attenzione, era già così! Si reggeva in piedi come un morto che cammina in attesa di un alito di vento, figuriamoci con la bufera in corso. Si è trattato, quindi, di una crisi largamente annunciata, come un palazzo di cento piani, mai ispezionato e dalle fondamenta marce. Ha fatto male lo Stato, hanno fatto male i lavoratori. Spiace, ma questo è quello che si vede. 

Ed è sempre questo l’anno zero, l’occasione irripetibile se si vuole ripensare ad un futuro del professionismo musicale organizzato come categoria produttiva. Finendola, finalmente, con la retorica delle presunte sale piene, concerti gremiti, incassi mancati, quando i primi a mancare alle esibizioni dei loro colleghi sono proprio i musicisti e quando gli eventi, non trainati da grandi nomi, sono naufragati spesso e volentieri in flop di imbarazzo e applausi di zie e cugini. Se si vuole essere protetti dal mercato, bisogna essere presenti nel mercato e saper parlare la legge del mercato, senza – alla bisogna – rifugiarsi nel Parnaso dell’idealismo di facciata. Serve, insomma, che gli artisti convergano su pochi e chiari punti di confronto, in una rappresentanza orientativamente unitaria e senza pregiudiziali ideologiche

Fatto sta che, come ho accennato all’inizio, in questo ultimo anno si è scritto tanto e si è ascoltato poco. Ma attenzione: si è scritto tanto ma male. E questo porta dritti al cuore di un problema strettamente collegato a quanto detto sin qui: l’assoluta, radicale, disarmante assenza di giornalisti musicali nelle testate. E allora la faccenda dei diritti che oggi si celebrano si complica un bel po’, perché l’abisso di precariato che vive il giornalismo, produce ricattabilità nel modo di raccontare le notizie, privando il lettore del diritto di informarsi adeguatamente. Insomma, due diritti negati in un sol colpo, niente male. 

Parrà una banalità, ma il giornalista musicale è una professione che richiede un altissimo grado di specializzazione, perché comporta competenze di natura tecnica (come il settore scientifico, matematico, tecnologico o economico) e di conoscenza storica. Non può essere in alcun modo delegato all’improvvisazione, perché funziona, avrebbe detto Galilei, iuxta propria principia, con regole precise che perimetrano l’interpretazione della creatività. L’idea che di musica si occupi un fantomatico giornalista culturale, vuol dire che il malcapitato potrebbe occuparsi indifferentemente di libri, filosofia, hard rock, poesia, balletto o cinema. 

Il racconto della musica, lo dirò chiaramente, sulle grandi testate si riduce troppo spesso a un gigantesco mercato, in cui le grandi firme comprano le indulgenze dalle major, diciamo così … che dunque occorra una svolta “luterana” per scardinare il sistema appare ovvio. E sia detto per inciso, se il crollo delle vendite e degli incassi riguarda molto di più le testate generaliste che non quelle “tecniche”, il motivo è spesso anche nella qualità offerta, talmente imbarazzante (talvolta) da metter tristezza. Chi ama la musica la legge sulle testate di settore, che – come questa – mettono un grado di passione, professionismo e serietà ben oltre il comune. 

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Ma torniamo alla musica. Poco fa abbiamo lasciato in sospeso, volutamente, il discorso sulla produttività economica. Ma tutte le volte che si parla di arte c’è qualcosa di molto, molto più grande in gioco. Si tratta di un bene immateriale senza il quale le società soffocano e implodono in sé stesse. Riccardo Muti, a ottobre, scrisse questo all’allora Presidente del Consiglio: Le chiedo, sicuro di interpretare il pensiero non solo degli Artisti ma anche di gran parte del pubblico, di ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. 

Bisogna capire bene a cosa si riferisce il Maestro quando parla di abbrutimento, perché è qualcosa con la quale abbiamo a che fare tutti i giorni e della quale ci lamentiamo tutti i giorni. Quante volte negli ultimi mesi ci è capitato di dire che sono tutti arrabbiati, cupi, aggressivi, polemici? Abbiamo dato la colpa ai lockdown. Ma quella smania che produce cattiverie, smanie e furie sui social, rimbalza nelle giornate, scava nella parte più buia degli uomini ha un nome e cognome precisi: è la mancanza di bellezza con la quale vivere a contatto. Quella bellezza è determinata dall’arte, dalla sua capacità di centrifugare il dato comune e restituirlo con un aspetto tutto nuovo e non considerato. Questo è quello che fanno artisti e musicisti. Privarsi ostinatamente di quella possibilità porta a rattrappirsi in piccoli pensieri con orizzonti corti. Società senza concerti, spettacoli, performances di varia natura diventano tristi e cattive, favoriscono un discorso autoreferenziale e brutalmente materiale, che conduce a forme di tirannia o dittatura del presente, degli indici, dei numeri. Ecco quindi che il “cibo spirituale” di Muti è qualcosa di molto più concreto e meno retorico del suo aspetto, ecco che l’abbrutimento diventa una cattiva prassi cui ci stiamo assuefacendo in tempi dannatamente rapidi. Questo, soprattutto, bisogna impedire. Questo è il motivo per cui oggi è una giornata di festa per il giornale e per chi si spende senza risparmiare energia ogni giorno nel nome di questi valori partecipati e aggreganti. Questo è l’obiettivo con cui oggi The Walk ha organizzato, non senza sacrificio, questa opportunità da condividere: portare musica fatta per bene nei cuori e nelle case. 

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“Da qui bisogna ripartire, perché no, non è tutto nero. Non per noi che la musica la amiamo. E quindi, per chiudere, e non lasciare l’impressione del buco nero senza redenzioni, credo sia giusto e bello spendere qualche parola sulla magnifica iniziativa di Twof che per il secondo anno celebra il primo maggio dando spazio a voci nuove o che più difficilmente possono accedere ad iniziative di condivisione. Per il secondo anno, si crea un grande palco, per ora necessariamente virtuale, in cui ascolteremo la musica di chi ama musica in ogni sua declinazione e linguaggio: il rock, la canzone d’autore, il folk e così via diventano affluenti di un unico grande fiume. Un corso inesorabile di energia che è preposto a mettere semi e raccogliere frutti sperabilmente nuovi, differenti, propositivi. Perché dietro ogni parola o considerazione la musica la portano avanti loro, artisti giovani e meno giovani che tentano l’azzardo dell’inaudito. 

“Lo sentirete e ci darete ragione: la musica in Italia sta bene, molto bene. Abbiamo idee e competenze, passione e professionalità. Fatela entrare, lasciatevene contagiare. Il rock è lì, duro e resiste, perché come diceva Neil Young: rock and roll will never die! “

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Valentina Tereškova: la storia della prima donna a viaggiare nello spazio

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«This is Ground Control to Major Tom
You’ve really made the grade
»

Così cantava nel 1969 David Bowie nel celebre brano Space Oddity. Il viaggio nello spazio, l’astronauta che ce l’ha fatta. L’impresa finalmente riuscita. Ed è proprio con queste parole che vogliamo ricordare il 16 giugno di 58 anni fa, quando una giovanissima ed allora sconosciuta Valentina Vladimirovna Tereškova divenne la prima donna ad essere mandata nello spazio. Una missione che all’epoca fu di vitale importanza: da un lato aumentò il prestigio dell’URSS nei confronti degli USA, dall’altro ebbe un impatto culturale notevole. Chi avrebbe mai detto, nel 1963, che una donna, il cui stereotipo la vedeva in casa ad accudire i figli, potesse essere capace di un’impresa simile? In un periodo storico come quello che stiamo vivendo nel quale la parità di diritti tra i sessi e la libertà generale dell’individuo sono temi all’ordine del giorno, una storia del genere è più che attuale.

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Ma, come ogni racconto che si rispetti, la verità sta sempre nel mezzo. Non è un segreto che durante la guerra fredda la propaganda dei due blocchi controllasse ogni singolo aspetto della vita. Tutto era finalizzato all’accrescere il prestigio e l’egemonia. Eventi anche banali venivano spacciati come imprese; di contro incidenti e fallimenti subivano una damnatio memoriae. Ricostruiamo quindi la vera storia di Valentina Tereškova.

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La futura Miss Universo (così venne ribattezzata), nacque da una famiglia bielorussa nel 1937 a Jaroslavl, sul fiume Volga. Fin da subito Valentina Tereškova mostrava un certo interesse per il paracadutismo, forte anche della sua ammirazione per Jurij Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Diversi furono i tenativi della ragazza per cercare di entrare nell’accademia per cosmonauti ed uscire da quella monotona vita rurale fatta di lavoro in fabbrica e miseri guadagni. La svolta per la giovane arrivò a 25 anni, ossia nel 1962, quando la ragazza riuscì finalmente a passare l’esame di assunzione per il primo gruppo di donne cosmonaute. Il programma sovietico selezionò ben 4 candidate su 1000, tra cui la nostra protagonista. Per Valentina Tereškova non era che l’inizio di un percorso che la porterà ad essere conosciuta in tutto il mondo.

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Gli addestramenti durarono un anno. La ragazza risultò la più idonea per l’imminente lancio, a soli due anni di distanza dall’eroica impresa di Gagarin. Così come il suo idolo, la Tereškova partì per lo spazio il 16 giugno 1963 dal cosmodromo di Bajkonur, la più vecchia base di lancio al mondo. Una missione di ben 3 giorni ed un totale di 49 orbite terrestri. Ma, come dicevamo all’inizio, la verità sta nel mezzo. Se da un lato Valentina Tereškova riportò a casa un successo clamoroso, dall’altro l’operazione fu tutt’altro che perfetta. A bordo della navicella Vostok, la stessa usata da Gagarin, la nostra “gabbianella” (nome datole dal progettista dei razzi Sergej Korolev) riscontò alcuni problemi.

«Mi accorsi che la navicella si stava allontanando dalla traiettoria calcolataracconta grazie al continuo scambio di dati con il centro di controllo, però, riuscimmo a risolvere il problema. Il volo della “gabbianella”, come mi chiamava Sergej Korolev, dando così il nome in codice per le comunicazioni radio alla missione, poté così proseguire con regolarità». Inoltre c’era da fare i conti con l’assenza di gravità. Tanto che, come ella stessa ricorda scherzosamente, dovette incastrare le braccia nella cintura mentre dormiva, così da evitare che queste fluttuassero nell’abitacolo. Per non parlare del cibo nei tubetti simili a quelli del dentifricio.

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Ma facciamo un salto indietro di due giorni. Avete presente quando siete in macchina e da lontano scorgete qualcuno che conoscete alla guida e lo salutate? Quante volte vi sarà capitato? centinaia, migliaia di volte. Immaginate una situazione simile, ma nello spazio! È ciò che avvenne tra Valentina Tereškova della missione Vostok 6 e Valerij Fëdorovič Bykovskij della Vostok 5. Quest’ultimo venne lanciato in orbita il 14 febbraio 1963 con l’intento di restare nello spazio circa 8 giorni. Tuttavia il razzo della navicella ebbe un guasto e la spinta non gli permise di raggiungere la quota prestabilita. Cosa che costrinse l’astronauta ad anticipare il rientro dopo soli due giorni. Durante l’operazione le due navicelle si incontrarono ad una distanza di 5km l’una dall’altra (a quanto pare non è stata una casualità ma tutto frutto di precisi calcoli da terra). «Ehi, gabbianella, mi senti?» diceva Bikovskij. «Sì, perfettamente» rispondeva lei. Così, come due amici che scambiano due chiacchiere mentre sono fermi al semaforo in attesa di ripartire…

Comunque sia, il rientro di Valentina avvenne senza intoppi, esattamente alle alle ore 08:20 del 19 giugno nella steppa kazaka da cui era partita. Lì alcuni contadini, stupiti nel vedere quella strana scatola metallica scendere dal cielo, la aiutarono a liberarsi delle imbracature. In quell’occasione una donna le chiese: «hai incontrato Dio?».

La storia della nostra eroina si concluse con grandi onorificienze e riconoscimenti non solo dall’Unione Sovietica (le dedicarono anche un francobollo), ma da tutto il mondo. Ecco la vera Miss Universo, così titolavano i giornali alla notizia. Non solo un esempio di coraggio e determinazione, ma anche e soprattutto un simbolo. Il viaggio di Valentina Tereškova rappresentò, soprattutto considerando il periodo storico, la rivincita del mondo femminile. Lo schiaffo in faccia ad una società fin troppo patriarcale. La prova tangibile che anche una donna è in grado di arrivare fin sopra il cielo e di tornare sana e salva.

«Chiunque abbia passato un po’ di tempo nello spazio lo amerà per il resto della vita. Io ho raggiunto il mio sogno di gioventù nel cielo»

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Cinema

Asian Film Festival, il programma della 18° edizione a Roma

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Asian Film Festival a Roma Giappone e Cina

Giappone, Corea del Sud, Cina, Filippine, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Singapore. Saranno gli 11 Paesi coinvolti nella diciottesima edizione dell’Asian Film Festival, la manifestazione organizzata da Cineforum Robert Bresson e diretta da Antonio Termenini in programma dal 17 al 23 giugno al Farnese Arthouse di Roma (piazza Campo de’ Fiori 56).

Il ricco calendario, che prevede quattro proiezioni quotidiane, comprende 28 lungometraggi e 2 cortometraggi con 5 anteprime internazionali, 6 anteprime europee e numerose anteprime italiane. Un’iniziativa che rivolge in particolare il proprio sguardo agli esordi e ai “Newcomers”, i giovani registi più promettenti.

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Provengono dal Giappone il film di apertura dell’Asian Film Festival. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa, già vincitore del Leone d’Argento all’ultimo festival di Venezia e altre pellicole stranianti, divertenti e pieni di contaminazioni. Come “Dancing Mary” di Sabu, “Red Post on Escher Street” di Sion Sono e il più autoriale “Under the Stars” di Tatsushi Ohmori.

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Tra gli eventi speciali, avrà luogo la seconda edizione del Korean Day. Una intera giornata – sabato 19 giugno – dedicata al cinema sudcoreano in cui saranno presentati 4 lungometraggi e un cortometraggio, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Coreano di Roma. Lo sguardo impertinente e autoriale dell’Hong Sang-soo di “The Woman Who Ran” si alternerà alla commedia sentimentale amara “Our Joyful Summer Days”, allo sguardo sulle tradizioni delle pescatrici dell’isola di Jeju in “Everglow”, fino al noir al femminile di “Go Back”, della regista indipendente Seo Eun-young.

Altro evento speciale, in collaborazione con l’Ambasciata del Vietnam in Italia è il Vietnam Day, che vedrà presentare il 22 giugno 4 lungometraggi in anteprima assoluta: si passa dagli straordinari successi, ancora nelle sale in Vietnam, di “Dad I’m Sorry”, commedia generazionale, e “Blood Moon Party”, nuovo inaspettato remake di “Perfetti sconosciuti”, all’affascinante “Rom” e l’horror “Home Sweet Home”. L’iniziativa porta a compimento una fruttuosa collaborazione con il Vietnam, dopo la promozione di cinema italiano a Hanoi e Ho Chi Minh City tenutasi lo scorso anno in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Hanoi e il consolato a Ho Chi Minh City.

Dalla Cina, verranno poi presentati una serie di opere significative. Le spiazzanti e abbacinanti “The Waste Land” e “Sons of Happiness”, firmate da registi esordienti ma dallo sguardo maturo, forte e riconoscibile, e “Mosaic Portratit”, inteso ritratto di un’adolescente vittima di un abuso.

Altri temi che percorrono in filigrana il festival sono i difficili e complessi rapporti familiari sviscerati nel cinese “Grey Fish”, in “Leaving Hom e” da Singapore, nel malese “Sometime, Sometime”, in “Malu” di Edmund Yeo e nel filippino “Tangpuan”Il senso di perdita dovuto a problemi economici (“Repossession”). Lo sviluppo sostenibile e i cambiamenti climatici dell’omnibus che attraversa cinque paesi “Mekong 2030”, seguendo il corso del fiume Mekong.

Completano il programma dell’Asian Film Festival, “Genus Pan” del maestro filippino Lav Diaz e l’anteprima europea dell’hongkonghese “Stoma”, film quasi-biografico sul fotografo e regista prematuramente scomparso Julian Lee.

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Musica

Waters replica a Zuckerberg: “Vuoi usare The Wall? No fucking way”

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“No fucking way – se ne parla proprio”. Così Roger Waters ha risposto alla possibilità di permettere l’utilizzo della canzone di “Another Brick in the Wall – Part 2” per una pubblicità legata a Facebook e Instagram.

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Il bassista dei Pink Floyd ha declinato qualsiasi offerta in denaro. Waters ha raccontato l’episodio durante un evento pro-Assange, mostrando una lettera da Facebook, con la firma di Mark Zuckerberg in cui gli veniva fatta la richiesta, a fronte di una enorme somma di denaro, di usare il brano: “La risposta è “fottetevi””.

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