Pier Paolo Pasolini, 45 anni fa l’omicidio dell’intellettuale scomodo

Sono passati 45 anni dal suo omicidio, avvenuto la notte l’1 e il 2 novembre 1975 sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, ma il ricordo di Pier Paolo Pasolini è più vivo che mai. Personaggio controverso, spesso al centro di polemiche per il suo anticonformismo e per i suoi testi provocatori, intellettuale scomodo, fu scrittore, giornalista, poeta e regista. Le cause dell’omicidio, però, non furono mai del tutto chiarite e ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, presentano diverse ombre.

Picchiato selvaggiamente e poi travolto dalla sua stessa auto. E’ quanto si legge sul referto che ne attesta il decesso e relativa causa dello stesso. Ma la verità, per quanto apparente, nasconde sicuramente altro, che probabilmente non verrà mai del tutto svelato. Del fatto fu accusato il diciassettenne Pino Pelosi, un ladruncolo del posto. Questi, sotto interrogatorio, rivelò di essere stato avvicinato da Pasolini che lo pagò per entrare in auto con lui, gli offrì una cena e poi avanzò delle pretese sessuali. Da lì sarebbe nato un alterco tra i due. Pelosi raccontò di essere stato minacciato con un bastone, di essersene impossessato e averlo utilizzato contro lo scrittore. Di averlo colpito più volte e infine, una volta agonizzante a terra, di averlo finito con la macchina. Venne condannato, ma in molti, compresa la scrittrice Oriana Fallaci, avanzarono dubbi sul fatto che fosse stato il solo a compiere il delitto.

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Era scomodo Pasolini, si. La sua tendenza allo scandalo ne alimentò questa fama, contribuendo a sdoganarlo anche lontano dai salotti della borghesia benpensante di allora che lui, invece, prendeva a schiaffi con le parole e con le immagini. Il suo ruolo di personaggio pubblico amplifica lo spessore della sua espressività e la stampa non manca di sottolinearlo. I processi per “oscenità” e “apologia di reato”, fanno il resto.

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Elencare la sua opera sarebbe eccessivo, di certo non basterebbe un semplice articolo. “Ragazzi di vita, tra i suoi romanzi più celebri, negli ultimi anni portato in scena a teatro da Lino Guanciale sotto la regia di Massimo Popolizio (la pièce ha vinto diversi riconoscimenti, ndr), uscì nel 1955 e fu subito oggetto di clamore e scandalo. Il tema portante dello scritto, incentrato sulla prostituzione omosessuale maschile, provoca numerose accuse di “oscenità”. La censura morale cala su di esso. La Roma di Pasolini è quella dei sobborghi, quella sporca, oscura, reietta, quella dei sottoproletari esclusi dalla Storia e ai margini della società. Un esempio, uno dei tanti, portati con forza e decisione agli occhi dei più.

La sua critica, quasi sempre feroce, dove espressa, dove tacita, ha impreziosito i suoi lavori. Il suo modo di essere, volutamente lontano dal pensiero omologato e purista, si è riflesso nei suoi romanzi, nelle sue poesie, e su tutti quegli scritti teorici inerenti all’attualità del tempo che riverberava sulla società civile il suo vortice di contraddizioni etiche e morali.

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L’ammirazione degli studenti per Pasolini era notevole, anche e soprattutto perché capace di rappresentare una libertà di pensiero che sarebbe difficile esprimere oggi, figuriamoci nella società del secondo dopoguerra. A tal proposito non mancano, al giorno d’oggi, le discussioni su come egli sia stato in qualche maniera lasciato ai margini da un certo tipo di confronto culturale. Intanto, nel 1957, dava alle stampe “Le ceneri di Gramsci“, scritto di undici poemetti elaborati tra il 1951 e il 1956. L’anno dopo esce “Una vita violenta“, tra i suoi romanzi più ambiziosi e largamente celebrato. Non poteva mancare di uscire nel 1968, anno delicato per l’Italia. Fu “Teorema”, questa volta, a far parlare di sé. In seguito divenne anche un film, proiettato alla Mostra del cinema di Venezia.

A quarantacinque anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora parlare di sé e della sua opera. I dubbi sulla sua morte restano, ma non quelli sulla sua visione della vita e dell’importanza delle parole, della necessità di saper raccontare delle periferie, dei reietti agli occhi della società e degli ultimi. Per molti rappresentò il classico concetto di antidivo, e chissà che quest’attribuzione non fosse anch’essa errata. Con Pasolini, nulla era come sembrava.

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