Parole & Suoni: Given to Fly, il mito del volo che accarezza Bach e Baudelaire

Foto: Thanos Pal on Unsplash

Un po’ albatro, un po’ gabbiano, magari non un gabbiano qualsiasi, quelli che sorprenderesti a rovistare fra i rifiuti capitolini, ma il gabbiamo Johnatan Livingston, nel romanzo di Richard Bach.

La storia raccontata in Given to Fly, canzone dei Pearl Jam, parte dell’album Yield, è la storia di tutti quelli che trovano più difficile camminare che volare, metafora di chi perde contatto con la realtà che lo circonda e si trova obbligato a cercare una dimensione individuale, con dei significati e dei significanti che non può condividere facilmente con altre persone.

He could’ve tuned in, tuned in
But he tuned out
A bad time, nothing could save him

Avrebbe potuto trovare un tono
ma si trovò a stonare
in un brutto momento, in cui niente poteva salvarlo

La prospettiva è quella del protagonista, descritto nei versi iniziali come incapace di sintonizzarsi.  Di qui, la rincorsa verso l’Oceano, alla ricerca di quell’onda che si frantuma sul viso come un pugno sulla mascella che consegna le ali.

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Volando, come il gabbiamo Livingston,  “imparò a sfruttare i venti d’alta quota, e portarsi nell’entroterra, per un bel tratto, e far pranzo con insetti saporiti. Quel che aveva sperato per lo Stormo, se lo godeva adesso da sé solo. Egli imparò a volare, e non si rammaricava per il prezzo che aveva dovuto pagare. Scoprì ch’erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita d’un gabbiano”.

Arriva però il momento del ritorno, nel tentativo di condividere con gli altri una prospettiva inedita. Tempo sprecato: spesso chi è abituato a volare da solo, agli occhi degli altri appare solo come maldestro e impacciato, come gli albatri descritti da Charles Baudelaire “grandi uccelli dei mari che seguono, pigri compagni di viaggio, le navi in volo sugli abissi amari”.

Una volta a terra, un albatro strascina pietosamente accanto a sé le grandi ali bianche come se fossero remi. “Le sue ali da gigante gli impediscono di camminare”.

Le liriche di Eddie Vedder danno una prospettiva di riscatto al protagonista: “But first he was stripped and then he was stabbed / By faceless man, well, fuckers / He stil stands – Ma prima fu spogliato e dopo pugnalato Da uomini senza volto, be’, bastardi / Lui sta ancora in piedi.

Ma il miracolo deve ancora arrivare, con un senso che trascende anche oltre una semplice canzone:

And he still gives his love, he just gives it away
The love he receives is the love that is saved

E dà ancora il suo amore, senza pretendere nulla in cambio
L’amore che riceve è tutto quello che resta

“La musica riesce quasi a darti il senso del volo, e mi piace davvero cantare la parte finale, che parla del sollevarsi al di sopra di quello che dicono gli altri di te. E continuare comunque a donare il tuo  amore. Non finire amareggiato e solo”, spiega Vedder in una dichiarazione raccolta da Simone Dotto in Still Alive. 

Foto: Thanos Pal on Unsplash

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Giornalista, docente di lingue straniere, tra le collaborazioni l’agenzia Ansa e il Centro (testata ex gruppo L’Espresso-Finegil Editoriale). In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal +. Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America – la folle corsa ciclistica da un capo all’altro degli Stati Uniti – ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Nel 2007 ha vinto il premio giornalistico Polidoro. Nel 2016 ha firmato “New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz” (Aurora edizioni), l’anno successivo Lithium 48, sempre per la stessa casa editrice.