Oliver Stone parla di JFK – Destiny Betrayed: ucciso perché voleva la pace

“Fare cinema è la mia vita. Nei miei film parlo solo di fatti reali, di cose realmente accadute. Non c’è finzione”, firmato Oliver Stone.

Il regista statunitense classe 1946 ha presentato ieri, alla Festa del Cinema di Roma, JFK – Destiny Betrayed, nuova serie di quattro puntate da lui prodotta e dedicata all’omicidio del John Fitzgerald Kennedy. Dopo “JFK – Un caso ancora aperto” del 1991, Stone ritorna sull’omicidio del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti avvenuto a Dallas, il 22 novembre del 1963, in circostanze mai del tutto chiarite.

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La sua ossessiva ricerca della verità su una delle pagine più oscure della storia moderna del Paese, lo ha spinto, trent’anni dopo, a dare seguito a quel lavoro iniziato sul finire degli anni Ottanta. Il caso era aperto allora ed è, ancor di più, aperto al giorno d’oggi. La desecretazione, da parte del governo a stelle e strisce, di una parte della documentazione sui fatti riguardanti il caso Kennedy ha portato alla luce nuovi tasselli di un mosaico che presenta ancora molti vuoti.

“Se a trent’anni di distanza non ho ancora abbandonato il mio impegno di inchiesta e ricerca su un così importante avvenimento è perché ci voleva qualcuno che fosse determinato a rivelarne i retroscena“, ha dichiarato il regista autore, fra le altre, di pellicole come Platoon, Nato il 4 luglio, Wall Street, World Trade Center.

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Una missione, quella di Oliver Stone, che trova solide fondamenta nella profonda convinzione che JFK, come presidente, avrebbe cambiato gli Stati Uniti, e lo avrebbe fatto in meglio.

La sua politica progressista, aperta al confronto, mirata alla riappacificazione con governi stranieri e, soprattutto, alla conclusione della guerra del Vietnam, lo ha allontanato dall’industri bellica statunitense, corrotta fino al midollo e focalizzata esclusivamente sull’interesse capitalista del Paese.

Di fronte a una platea di addetti ai lavori e studenti, Oliver Stone, che nel pomeriggio ha fatto anche visita al MAXXI, ha parlato senza peli sulla lingua prima di sedersi all’ultima fila del Teatro Palladium, dove si è svolta la proiezione sottotitolata in italiano, per vedere il suo lavoro.

Ma perché tornare sulla morte di JFK, trenta anni dopo il film?

“É estremamente importante riflettere sulla storia recente per capire dove viviamo”, ha spiegato. “Nel 1991 ho girato il film perché credevo che JFK fosse un guerriero che voleva difendere la pace. Aveva dubbi sulla politica e sulla guerra del Vietnam ma anche su Cuba e sull’URSS“.

“Era un uomo che voleva il cambiamento ma la sua volontà entrava in conflitto con il denaro e con il comunismo. Era considerato troppo morbido dal sistema politico statunitense”.

“Venne in Italia, nel 1963, dove incontrò privatamente il leader del Movimento Socialista. Questo allarmò molto la CIA. Ebbe anche un incontro informale con Tojatti“, ha proseguito Stone. Dalle sue parole trapela l’immensa ammirazione e stima verso il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas il 22 novembre del 1963, e di conseguenza il profondo rammarico per un’eterna incompiuta. Una ferita che sanguina ancora.

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“Uno dei motivi per cui è stato ucciso è che voleva il cambiamento. Lo desiderava più di ogni cosa. Si è scontrato con l’industria militare, con gli esiliati cubani e con la malavita che aveva affari con questi apparati. È stato ucciso per questi motivi, ecco. Poi si è cercato di fare passare il fatto che sia stato assassinato da un solo uomo. Fate voi…”.

“Johnson ha perseguito le stesse politiche di Kennedy? Sono stronzate”

“Lui voleva proseguire con una politica antecedente a quella di Kennedy, lo abbiamo visto in Sud America e in Europa. Credeva nella Guerra Fredda, e alle sue spalle aveva il sostegno e il supporto dell’industria militare per proseguire conflitti in Vietnam, Iran, Iraq, Afghanistan e via dicendo. È come se avesse seminato un tumore all’interno del Paese“.

“Molti paesi sono, o sono stati, satelliti della politica americana. Anche l’Italia. Johnson è stato un uomo pericoloso che ha aperto la strada a molte scelte controverse. Ha dettato un esempio da non seguire”. Il regista apre una finestra su un problema di stretta attualità, che molto fa discutere e sul quale i leader mondiali, secondo lui, potrebbero e dovrebbero fare di più.

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“Pensate al cambiamento climatico. I danni sono enormi e nessuno fa granché. Gli USA avrebbero potuto essere dei leader come esempio di pace ma sono leader di ignoranza e di certo non di intelligenza”.

“È stato per questo motivo che nel 1991 ho realizzato il film, una reale drammatizzazione di fatti accaduti su ricerche approfondite. Non è un film di finzione come qualcuno ha detto. È un film complesso e difficile da comprendere, anche per la sua lunghezza e per i tanti dettagli presenti al suo interno. Ma ebbe un grande successo”.

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“Proprio questo successo creo una serie di pressioni sul Congresso per desecretare sessantamila documenti sull’omicidio“.

“Sono tanti? Beh, ce n’erano altri ventimila che l’amministrazione Trump avrebbe dovuto aprire ma che, dodici ore prima di procedere all’apertura, la CIA è intervenuta per evitare che venissero resi noti. Ma ve ne sono tantissimi, compresi quelli sugli agenti sotto copertura che operavano in quegli anni e che sono stati appoggiati o tutelati”

“Quarant’anni per fare luce sull’omicidio e ora, che c’è la terza commissione di indagine, sono emersi documenti che attestano tasselli importanti per mettere assieme i pezzi. Ecco perché ho deciso di fare questo film, per stare al passo con la storia di questa tragica vicenda

“Per parlare e non dare retta alle stronzate del servizio pubblico che parla solo del rapporto Warren. Di questo mio film ci sono una versione di quattro ore, che è solo mia, e una di due ore, diffuse in tutto il mondo dove stanno avendo molto successo”.

Questo nuovo lavoro è anche un modo per creare attenzioni.

“Certo che è stata una cospirazione a ucciderlo, niente viene ottenuto se non c’è una cospirazione. Voi romani ne sapete qualcosa”, ha concluso. “Questo film è la mia eredità. Il mio scopo è tenere viva una memoria e correggere una visione della storia che diversamente è falsata. Voglio invogliare le persone a ricercare la verità. Se non c’è stato un solo cecchino a uccidere JFK, chi altro c’era? E perché? A chi rispondeva? Vorrei che rifletteste sui fatti, e non più sull’aspetto cospirazione e basta”.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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