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Nessuno può mettere Dirty Dancing in un angolo, neanche nel 2020

La pellicola uscita più di trent’anni fa, nel 1987, esercita tutt’ora un fascino sulle vecchie e sulle nuove generazioni

Eleonora Lippa

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“Dirty Dancing- Balli probiti” è il film che inaugura a ritmo di ballo il palinsesto delle prime serate del 2020, in onda questa sera su Italia 1 alle 21.20.

La pellicola uscita più di trent’anni fa, nel 1987, esercita tutt’ora un fascino sulle vecchie e sulle nuove generazioni, grazie ad una storia d’amore semplice e a due protagonisti memorabili come il coinvolgente Patrick Swayze e la dolce Jennifer Grey.

Pietra miliare dei film anni ‘80, racconta le vicende che si snodano all’interno di un villaggio vacanze dove soggiornano Baby e la sua famiglia. Qui, l’equilibrata vita della ragazza, viene stravolta dall’incontro con un ballerino ( Johnny Castle) che intrattiene i clienti durante le serate della bella stagione. A suon di “Hungry Eyes” e “Cry to Me” tra i due nascerà un forte legame d’amore ostacolato dal padre della ragazza poiché Baby proviene da una famiglia facoltosa e rispettata, mentre Johnny è un’anima libera e ribelle ma nobile. Il tutto si concluderà con l’ormai storica frase “Nessuno può mettere Baby in un angolo” sulle note di “(I’ve Had) The Time of My Life” che sancirà la liberazione di Baby come giovane adulta dalla presa tenace della famiglia.

Con un movie soundtrack di tutto rispetto, all’interno del film è presente anche una canzone scritta ed interpretata dallo stesso Patrick Swayze per la colonna sonora, She’s like the wind”, originariamente composta per il film “1984 Bulldozer” per il quale venne però scartata.

Foto: syndromemagazine.com

Studentessa di traduzione editoriale, innamorata della Spagna, del cinema italiano e delle parole di Alberto Moravia, coglie al volo la possibilità di uscire dalla suo comfort zone e visitare tutto ciò che è possibile. Gingerness e arrosticini come unico credo.

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10 gennaio 49 a.C.: Giulio Cesare supera il Rubicone

Federico Rapini

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Gaio Giulio Cesare alla testa della Legio XIII Gemina supera il fiume Rubicone, confine presso Rimini con la Gallia Cisaplina. Era il 10 gennaio del 49 a.C. Superare in armi quel confine era vietato per legge dalla Repubblica.Era quindi il chiaro segno di aver dichiarato guerra a Roma. O quantomeno a quella politica corrotta che teneva sotto scacco l’Urbe.

Secondo Svetonio, Cesare pronunciò la famosa frase “alea iacta est”, il dado è tratto, a sintetizzare quello che sarebbe avvenuto da lì a poco. La strada era stata segnata. La decisione presa. Il passo fatto. La guerra civile aveva inizio.

La carriera politico-militare di Cesare

Nato a Roma nel 100 a.C. da una famiglia patrizia che si vantava di discendere da Enea, Cesare non fu mai sostenitore dell’aristocrazia né dell’ordine repubblicano.Fu, anzi, esponente di spicco della fazione popolare.

Politico spregiudicato e abile condottiero, perseguì sempre l’obiettivo della dittatura personale. Durante la sua lunga carriera politica raggiunse le cariche di Pontefice Massimo nel 63 a.C. mentre nel 59 a.C. fu eletto console, dopo che l’anno precedente aveva ratificato il I triumvirato con Crasso e Pompeo. Tra il 59 ed il 52 conquistò la Gallia effettuando anche incursioni in Britannia e in Germania.

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Le cause del superamento del Rubicone

Tali successi gli alienarono le simpatie del Senato che conferì pieni poteri a Pompeo e chiese a Cesare di sciogliere il suo esercito rifiutandogli anche la richiesta di essere nominato console per un secondo mandato. Addirittura, se non avesse adempiuto a tali dettami, sarebbe stato etichettato come “nemico di Roma”.

Cesare allora sciolse il suo esercito tranne i quasi 5000 soldati che gli occorrevano per mantenere i territori conquistati nelle campagne militari appena terminate. Chiese a quel punto che anche le truppe di Pompeo, figura attorno alla quale si riunì il Senato, fossero sciolte. Non ottenne risposta.

La sua reazione fu proprio il superamento in armi del Rubicone, il pomerium, il confine sacro. Originariamente il confine sacro di Roma era il solco scavato da Romolo coincidente circa al centro storico dell’Urbe, ma con le conquiste fu spostato sul fiume romagnolo.

Il superamento del fiume è contornato da misticità. Svetonio narra che a Cesare apparve un uomo straordinariamente bello e forte che suonava il flauto. Ad osservare e ascoltare costui accorsero anche soldati, pastori e trombettieri. L’uomo allora andò verso il fiume e lo guadò invitando i soldati a fare lo stesso.

Cesare contro Pompeo: la guerra civile

Il conflitto che ne scaturì, raccontato dallo stesso Cesare nel De bello civili, si prolungò fino al 45 a.C. anno in cui sconfisse Pompeo, fuggito dapprima in Epiro, nella battaglia di Farsalo.

Pompeo fu ucciso in Egitto da sicari del re Tolomeo che lo decapitarono e diedero in regalo a Cesare la sua testa. Il futuro dittatore però depose il re egizio ponendo Cleopatra sul trono d’Egitto, risolvendo a favore della sua amante, la disputa dinastica. Prima di tornare a Roma sconfisse il figlio di Mitridate, re del Ponto, pronunciando la famosa frase “Veni Vidi Vici” dopo la battaglia di Zela.

Avuto la meglio sul resto delle truppe pompeiane, nel 45 a.C. fu nominato dittatore varando subito alcune riforme: concesse la cittadinanza ai Galli, distribuì terre ai veterani, progettò opere pubbliche e riformò il calendario portandolo a 365 giorni l’anno. Morì l’anno seguente, nelle idi di Marzo del 44 a.C., fuori il Senato assassinato in seguito ad una congiura ordina dal figliastro Bruto a capo di senatori filo repubblicani.

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Le opere culturali di Cesare: De bello gallico e De bello civili

Cesare non fu solo però un abile comandante militare e politico. Fu un eccellente oratore di stile attico ma anche produttore di poesie andate perse, come una lode ad Ercole o l’iter sulla spedizione spagnola del 45. In campo culturale aderì alle tendenze più innovative della sua epoca: fu sostenitore dell’analogismo nella disputa fra le tendenze linguistiche (il linguaggio per lui era una convenzione e quindi bisognava privilegiare la regolarità). Sul piano filosofico invece fu filo epicureo.

Le sue opere maggiori, il De Bello Gallico e il De Bello Civili, appartengono al genere letterario dei Commentarii, un genere minore che tratta semplici resoconti militari. Volle però dare a questo genere una certa diginità letteraria, riconosciuta anche da Cicerone, ispirandosi a Senofonte. Introdusse quindi discorsi diretti, per dare vivacità e pathos al racconto, ed excursus etnografici per rendere più varia la narrazione.

L’obiettivo dei Commentarii era ovviamente politico e propagandistico. Con il De Bello Gallico voleva giustificare l’attacco ai Galli, facendolo passare come una difesa per impedire lo sconfinamento dei barbari nelle province.

Il De Bello Civili invece gli servì per giustificare l’atto illegale di superare il Rubicone presentandolo come una reazione alle illegalità commesse dai suoi avversari e come difesa della sua “dignitas”.

Descrive quindi la vecchia classe dirigente come meschina e corrotta. Ad esempio Catone Uticense, un moralista ipocrita e Pompeo, uomo debole e vanaglorioso. In questa opera, rimasta però incompleta, narrò solo i primi due anni di guerra civile (48-49 a.C.) interrompendosi all’inizio della guerra in Egitto.

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La guerra civile, l’azione, per Cesare fu quasi un atto obbligato per evitare la sua morte politica e poco importa se per Erasmo la frase pronunciata fu “alea iacta esto”( il dado sia tratto), per un errore di trascrizione della versione di Svetonio. Il senso fu quello. Il Divus Iulius, attraversando il Rubicone il 10 gennaio del 49 a.C. si apprestava a conquistare e a cambiare il destino di Roma.


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La scomunica di Martin Lutero: 500 anni fa la rivoluzione religiosa

Federico Rapini

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Martin Lutero, frate agostiniano tedesco, il 3 gennaio del 1521 fu scomunicato da Papa Leone X con l’emanazione della bolla “Decet Romanum Pontificem”.  Fece seguito a quanto stabilito con la bolla “Exsurge domine”, con la quale furono concessi a Lutero 60 giorni per ritrattare le tesi esposte con le famose “95 tesi” che il frate agostiniano affisse fuori la chiesa del castello di Wittenberg.

La “Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum” ossia la “Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze” viene raccontata da Filippo Melantone, giovane laico umanista, che però nel 1517 però non era presente a questo episodio considerato comunque come l’inizio della Riforma Protestante.
Queste 95 tesi e il “Trattato sulle opere buone” del 1520 valsero a Lutero il ruolo di nemico numero uno per la chiesa di Roma e in particolare del Papa. 

Il contesto storico in cui operò Lutero

Sebbene già prima di lui il teologo britannico John Wycliffe e il riformatore boemo Jan Hus avevano aperto delle fratture nel potere pontificio romano, Martin Lutero nel XVI secolo riuscì a diffondere largamente la sua visione della religione cattolica sfruttando il contesto storico e anche le innovazioni tecnologiche come la stampa.

Il monaco tedesco operò nel periodo che vide l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero del giovane Carlo V, nell’età dei risvegli dei sentimenti nazionali contro l’Impero e di avversità nei confronti  dell’universalismo medievale del papato.

Si stava passando dal Medioevo, tipicamente teocentrico, trascendentista ed universalista, al Rinascimento, più antropocentrico, immanentista e individualista. 

Era perciò da più di un secolo che la Chiesa viveva una situazione di fermento. Dalla “cattività avignonese” del ‘300 si era giunti addirittura all’elezione di tre diversi papi, finché con il Concilio ecumenico di Costanza (1414-1418) con cui furono condannati per eresia proprio Wycliffe e Hus (quest’ultimo finì sul rogo) e fu sancita la superiorità del concilio sul papato. Superiorità che però fu ribaltata dal Concilio di Firenze e che fino al 1517 rimase intaccata.

Lo status quo rimase tale fino a quando in seguito al concilio Laterano (1512-1517) le istanze dell’ala riformatrice non furono accolte. Seguì pochi mesi dopo la famosa affissione dell 95 tesi di Lutero.

L’approccio luterano alla religione

I punti salienti del Luteranesimo, la confessione cristiana della riforma protestante, era un’aperta avversione alla vendita delle indulgenze, il libero esame delle scritture e il sacerdozio universale dei credenti.

Lutero propose un approccio del tutto nuovo alla religione, senza intermediazione. L’uomo del ‘500 doveva poter accedere autonomamente alle sacre scritture, avere un proprio rapporto con Dio ed essere giudicato e salvato per grazia divina non per le opere guidate dalla Chiesa. Ciò ovviamente allontanava l’uomo dall’idea di dover seguire alla lettera le parole della Santa Sede a favore di un individualismo, del rifiuto dei sacramenti.

Per questo motivo Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, opera per la quale è considerato uno dei padri della lingua tedesca, alla pari di quello che fu Dante per la lingua italiana. 

Per la traduzione della Bibbia si avvalse del testo greco redatto da Erasmo da Rotterdam e iniziò l’opera durante il soggiorno, fatto passare per rapimento, nel castello di Wartburg sotto la protezione del principe Federico il Saggio che de facto gli salvò la vita in seguito al rifiuto di abiurare le sue tesi durante la Dieta di Worms del 1521 presieduta da Carlo V. L’Imperatore davanti a tale rifiuto il giorno seguente condannò Lutero come nemico della cristianità tedesca ed eretico, dando praticamente l’impunità a chi lo avesse ucciso. 

Ancora oggi la sua attività rimane un punto di svolta nella storia dell’Europa e della Chiesa, da taluni indicato anche come il passaggio dall’età medievale a quella moderna. 

Il “monaco impossibile”, come lo definì Nietzsche, ha tracciato comunque  un solco importante in un’età in cui il nepotismo la faceva da padrone. Una missione, quella di Lutero, scevra da qualsiasi obiettivo di carriera, di arricchimento, che ebbe la capacità di riaprire il dibattito sul ritorno ad una Chiesa povera, al ritorno del messaggio evangelico delle origini.

Proprio lo sfarzo in cui viveva una parte della curia lo portò ad intraprendere un viaggio verso Roma, per porre alla Santa Sede  il problema che stava portando alla divisione interna all’ordine tedesco. 

Ma l’impressione che ebbe dell’Urbe fu quella di una nuova Babilonia guidata addirittura dal demonio, e tornato in patria ebbe modo di elaborare questa sua riluttanza nei confronti dell’Italia e dei papisti, secondo lui troppo succubi della superstizione e dell’opportunismo.

La diffusione delle idee di Lutero

La riforma guidata da Lutero ebbe dunque un ruolo nella formazione della nuova coscienza europea, in cui si stava facendo largo l’idea di Stato nazionale. Il pluralismo religioso, nel corso dei decenni, accompagnò quello politico e segnò la fine del monopolio della Chiesa di Roma.

Il Protestantesimo ebbe larga diffusione grazie al sostegno avuto da principi e rappresentanti politici che, sebbene in molti casi per tornaconti personali, permisero la propagazione delle idee luterane in Svizzera, Francia, Prussia, Fiandre e in Inghilterra.

Lutero, a 500 anni dalla sua scomunica, rimane ancora oggi uno degli artefici del cambiamento degli equilibri religiosi e politici dell’Europa, condizionando profondamente le relazioni fra gli stati.

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“Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”: 2 dicembre 1804, Napoleone si autoproclama Imperatore

Federico Rapini

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Una vita passata al centro della scena della sua opera d’arte

Era il 2 dicembre del 1804 quando, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, Napoleone Bonaparte si auto-incoronò Imperatore dei francesi. Eletto a tale carica grazie ad un plebiscito popolare svoltosi nel maggio dello stesso anno, l’Empereur si posò la corona sulla testa dalle sue stesse mani alla presenza del Papa Pio VII.

Affermando che “Dio me l’ha data e guai a chi la tocca” sottolineò il suo voler mantenere a debita distanza il potere spirituale da quello temporale.

La narrazione di tale evento è stata fortemente romanzata, tanto che ad oggi sopravvive ancora la fantasticheria che voleva Napoleone impudente nel togliere la corona dalle mani del pontefice, il quale in realtà presenziò solamente alla cerimonia.

Cerimonia che, per volere dello stesso neo Imperatore, univa il sacro, tipico della consacrazione del sovrano con l’unzione conferita dall’arcivescovo di Reims, ad altri riti di tradizione carolingia.

Descritto in lungo e largo da tanti, non basterebbero queste righe per descrivere la sua vita ed il suo essere. Fu certamente rivoluzionario, sconvolse l’equilibrio degli Stati europei instaurando un senso di mentalità e unità continentale. Suo scopo fu quello di creare un sistema europeo basato su diritto comune ed una sorte europea.

La sua vita è stata un’opera d’arte burrascosa, narrata e dipinta dai più grandi artisti ed intellettuali.

Hegel addirittura, nel 1806, dopo la vittoria di Jena, scrisse al Niethammer “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

Il filosofo si riferisce a Napoleone come der Kaiser, il Cesare, per sottolineare la continuità ideale tra la figura dell’Imperatore francese ed il titolo di cui si forgiavano gli imperatori romani. D’altronde rifacendosi spesso ai titoli di console e triumviro, l’Empereur si faceva carico dell’eredità dell’Impero Romano dal quale traeva solerte ispirazione.

Ma già prima di Hegel, l’italiano Vincenzo Monti gli dedicò il poema “Prometeo” in quanto ribelle a Dio(Giove) e benefattore dell’umanità, in quel caso l’Italia liberata. Un Prometeo moderno che come il titano combatteva contro il destino avverso.

Avversità che però non lo hanno mai scoraggiato. Non era nel suo carattere grazie soprattutto ad una buona dose di ego. Come quando in occasione delle vittorie in Italia e l’ingresso a Milano nel Maggio del 1796 pronunciò parole come queste: “Vedevo il mondo sprofondare sotto di me come se fossi sollevato in aria”.

Quasi un eroe. Tanto che Beethoven gli dedico la terza sinfonia, l’Eroica. Il compositore fu certamente il più importante romantico nel suo campo. Romanticismo caro anche all’imperatore amante dei Canti di Ossian e il Livre de chevet, capolavoro, questo ultimo, preromantico.

Ma la sua vita non è stata solo descritta magistralmente da penne di filosofi, poeti o messi in musica da artisti superbi. Fu protagonista anche di sculture e dipinti.

Antonio Canova, esponente di spicco del neoclassicismo, scolpì la figura dell’Empereur con i tratti di Marte Pacificatore. Mentre un quadro di Jean-Baptiste Mauzaisse lo ritrasse come un novello Mosè intento ad incidere il codice civile su una tavola. Si tratta dell’opera “Napoleone incoronato dal Tempo” in cui Napoleone, in abiti mortali in uno spazio non definito ma che ricorda il mito della creazione, vince la morte e si avvia verso l’eternità destinata solo ai più grandi.

“Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore” di Antonio Canova

Ma il capolavoro che più di tutti rappresenta l’Imperatore corso è “Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David dipinto nel 1801.

Napoleone è rappresentato mentre domina un cavallo rampante e nell’atto di valicare le Alpi, come fecero Annibale e Carlo Magno. Il cavallo gli conferisce ancora più potenza e lo lega ai grandi monumenti equestri del passato. Sopra di esso lui indica la meta che il suo popolo dovrà raggiungere seguendolo.

In questo quadro del pittore ufficiale di Napoleone traspare la forza della poetica della statua. Un quadro che ha potenza statuaria eroica classicheggiante.

“Napoleone Bonaparte al passaggio del Gran San Bernardo” di Jacques-Louis David

Fu proprio David, poi, ad avere l’onere e l’onore di raffigurare il momento più alto della vita dell’Empereur. In “L’incoronazione di Napoleone”, opera realizzata tra il 1805 ed il 1807, l’artista rappresenta il momento della rottura con l’ancient regime, ponendo Napoleone ovviamente al centro della scena, nel giorno in cui si auto-incorona sotto lo sguardo, da posizione laterale, del Papa.

In questa opera, raffigurazione della realtà, c’è tutto ciò che è stata la vita di Napoleone. Una vita sempre al centro. Mai in disparte. Che fosse in guerra, negli anni che lo portarono ad essere generale, o geopoliticamente quando il suo Impero si posizionò tra l’Inghilterra dei Rothschild e la Russia dello zar Alessandro I. Proprio il voler essere al di sopra di tutto, anche della sua epoca, lo portò ad una guerra su due fronti che gli costò il potere.

Nonostante ciò non perse mai la sua personalità né tantomeno il rispetto dei suoi soldati. Essi, dopo che Napoleone tornò in Francia dall’isola d’Elba, gli furono mandati contro dal re Borbone. Ma nessuno mosse un dito nonostante l’ormai ex imperatore gridò Chi vuole sparare al suo imperatore è libero di farlo”.

Anzi, fu portato in trionfo a Parigi da quegli stessi soldati.

Intese la vita politica in maniera inclusiva e sintetica così da ricreare uno spirito nazionale gettando da subito le basi per quell’unità che contraddistinse il suo Impero. Riuscì difatti a prendere dalla Repubblica l’idea di equità e dalla Monarchia l’idea di verticalità e l’etica. Il tutto sommato al concetto romano di Impero.

Una vita al centro della scena, dunque.

D’altronde come scrisse il Manzoni “ Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero,come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor”.

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