“Morti di fama” per davvero: la celebrità aumenta del 33% la probabilità di morte prematura
La maledizione dei 27 anni ha qualche – labilissimo – fondamento scientifico. Secondo un nuovo studio essere una rockstar espone ad un rischio di morte anticipata. La notorietà non porta solo soldi, tour mondiali e stalker sotto casa: porta anche un biglietto di sola andata verso una vita più breve. In media, quasi cinque anni in meno rispetto ai colleghi rimasti nella penombra dei palchi minori.
La ricerca – un mix di epidemiologia e rock’n’roll – è firmata da Michael Dufner, psicologo della personalità all’Università di Witten/Herdecke. La tesi è spietata: la fama fa più danni dello stile di vita da cliché rock. Non sono solo le notti brave, ma la pressione costante del successo, le luci sempre accese, il silenzio quando le luci si spengono. E lo studio dice che i solisti famosi se la passano peggio perfino dei frontman di band leggendarie. Perché il palco è più grande, ma dietro c’è meno spalla su cui piangere.
Gli esempi non mancano: Amy Winehouse, Whitney Houston, Prince, George Michael, Keith Flint… Le vite brevi fanno notizia, quelle lunghe cadono nel dimenticatoio. Ma Dufner, stanco dell’effetto “club dei 27” come argomento scientifico, ha fatto i compiti: 324 cantanti ultra-famosi contro i loro gemelli meno celebri, per età, genere e stile musicale. Tutti attivi tra il 1950 e il 1990, per avere abbastanza tragedie da analizzare. La statistica non ha pietà: le star arrivano in media a 75 anni, i quasi–nessuno a 79. Chi canta in una band ha il 26% di rischio in meno di tirare le cuoia presto rispetto ai solisti. Ma nel complesso, la celebrità aumenta del 33% la probabilità di morte prematura.
La domanda successiva è “perché?”. Il menu è vario: esposizione mediatica h24, zero privacy, tour infiniti pieni di tentazioni chimiche e solitudine da stadio pieno. O magari, dice Dufner, è la stessa fragilità a spingere certe persone verso i riflettori: la fama come rimedio… che aggrava il male.



