L’Umanesimo di Alessio Boni: arte e natura per scrivere un futuro radioso

I dibattiti circa il ruolo e l’impatto dell’arte sulla società civile sono secolari, esattamente come pensieri e moti che hanno scritto pagine indelebili nella storia dell’uomo, perennemente alla ricerca di quell’equilibrio indispensabile per superare le fasi buie della propria esistenza. E chissà che in questa poco nobile catalogazione non possa essere annoverato anche l’ultimo anno. La pandemia da coronavirus ha minato numerose certezze e costretto a rivedere il nostro modus vivendi, quasi a voler scalfire il politikòn zôon tanto caro a Aristotele. Ma arte e cultura hanno resistito, dimostrando una rinnovata responsabilità sul proprio ruolo nel tessuto economico del Paese. Il 2021 è anche l’anno dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri con decine di iniziative sparse in tutta Italia. Fra queste, quella di Alessio Boni e Marcello Prayer che portano in scena lo spettacolo “Anima smarrita – Concertato a due su Dante Alighieri”, sincero omaggio al Sommo Poeta.

Una selezione ‘concertata’ di brani di Dante, dove si fa musica la voce intensa dei due attori che, nelle incursioni tra la Vita Nova e le terzine della Divina Commedia si intreccia, si rincorre, si sovrappone e si separa, entrando in dialogo con i versi di alcuni poeti del Novecento. In scena testimonianze audio di Pasolini, Borges, Montale, Ungaretti, ma anche Stefano Carrai (Scuola Normale Superiore di Pisa), Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Giorgio Caproni, padre David Maria Turoldo, Massimo Troisi uniti dall’amore per la visione dantesca.

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Così Elena Marazzita di AidaStudio Produzioni: “Credo fortemente che l’attore debba rivelare, con la poesia, una zona segreta e intensa dell’essere umano e condividerla con lo spettatore. Da questo bisogno nasce Anima Smarrita il Concertato a due di Alessio Boni e Marcello Prayer, un termine musicale che ben si adatta a questo reading che da vita a un vero e proprio jazz vocale dove nulla è lasciato al caso. Nessuna lirica, nessuna terzina è letta per intero, perfetto suono delle parole dantesche si fa partitura lirica con le incursioni di autori profondi conoscitori di Dante”.

La nostra intervista ad Alessio Boni in occasione dello spettacolo a Bominaco (Aq)

Una piece, un omaggio a Dante Alighieri e alla più grande opera letteraria mai concepita da mente umana. Un’interpretazione jazzistica del teatro basata sul connubio tra più linguaggi artistici, uniti dalla forza del messaggio espresso. Come nasce questo lavoro?

Lo spettacolo nasce più di 30 anni fa. Io e Marcello Prayer lo conosciamo grazie a Orazio Costa e alla coralità che il maestro ci ha trasmesso nel suo lavoro. Avere accanto 18 persone, ognuna con un ruolo diverso, è straordinariamente efficace, soprattutto per la grande energia che viene trasmessa dalle altre persone a te vicino. Viceversa, senza di loro, ti senti quasi nudo. Io e Prayer jazziamo in forma coristica spelleggiandoci a vicenda nell’interpretare le terzine di Dante, sempre complesso, ostico, difficilissimo. Con Marcello sono dieci anni che lavoriamo in questa modalità sui concertati, ma questo “Anima Smarrita” è nato in tempi recenti proprio per omaggiare il settecentesimo di Dante.

Nel jazzare tra terzine e aforismi, avete un obiettivo ben preciso?

Sul palco ci ascoltiamo e jazziamo, ovviamente ognuno conscio del proprio ruolo, ma cerchiamo di mettere sul piedistallo le parole di Dante Alighieri. Vogliamo invogliare lo spettatore a scoprire o riscoprire il Sommo Poeta partendo dalla Vita Nova. Inoltre abbiamo inserito nello show anche altri grandissimi poeti e artisti come Ungaretti, Montale, Borges, Pasolini, perché Dante è pura poesia. Non a caso il Sommo Poeta, appunto, riconosciuto come tale in tutto il mondo. Iniziamo con Borges in spagnolo, anche se non tutti capiscono la lingua, esprimendo i suoi concetti di come, secondo lui, Dante abbia cambiato la poetica e la letteratura.

“Anima smarrita – Concertato a due su Dante Alighieri” ha una sua forma rapsodica e multiforme. Quanto spazio è lasciato all’interpretazione?

Rapsodica è il termine giusto. Con Dante c’è un profilo schematico da seguire. Possiamo interpretare il giusto ma dobbiamo necessariamente seguire un ritmo predefinito. L’emotività ha spazio ma deve essere contenuta e veicolata nella misura più adatta. Improvvisare su Dante non è sempre facile o possibile perché non si possono scardinare gli endecasillabi incrociati, altrimenti crolla il canto. Emotivamente parlando però, sì, c’è tanta improvvisazione e ogni spettacolo è diverso dal precedente.

Avverti una responsabilità maggiore, rispetto ad altre occasioni, nel portare in scena uno spettacolo incentrato sull’opera di Dante?

Come hai accennato giustamente tu, la responsabilità nel portare in scena Dante c’è. Anche a causa di un lockdown e di una pandemia che ancora imperversano o aleggiano sopra il nostro presente e sul nostro futuro. Fare arrivare la bellezza dell’immaginifico di Dante è un dovere enorme che sentiamo come tale, sia io che Marcello. Per rialzarci dobbiamo ripartire dalla cultura, poi verrà in automatico l’indotto economico. Dovremmo ripartire da un nuovo umanesimo, dalla natura, dai borghi, dall’arte, dal bello. Questa società a volte ti schiaccia. Dovremmo pensare di più a godere delle meraviglie che il mondo e la società offrono e puntare a stare meglio e in armonia con noi stessi. Ripartiamo dalle passioni, ognuno con la sua. Ci sono quelle sette, otto, dieci forme d’arte che accomunano il mondo umano. E allora ripartiamo da questo, da ciò che tocca i sentimenti umani. Soprattutto a scuola dovremmo riscoprire la bellezza – come in questo caso – di Dante. Agli studenti i suoi versi vanno fatti capire ancora prima che imparare a memoria. Non c’è bisogno di altro se non di far spaziare i ragazzi con la mente, è tutto ciò che realmente serve alla loro formazione.

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Recentemente ho visto il concerto di Ludovico Einaudi al lago di Campotosto in Abruzzo. Una cornice straordinaria, un perfetto sodalizio tra la musica e la natura. Cosa ne pensi di simili esibizioni?

Penso che sia bellissimo. Credo veramente nell’arte e nella natura. La musica e la natura non ti giudicano. Chiunque tu sia, ti accolgono. Sentirsi accolti, oggi, è raro. Questo mondo è diventato troppo indifferente e devi crearti una corazza per viverci. Ripartiamo dalla natura? Si, ma non abbandoniamo i teatri che sono anche loro la culla dell’arte. Bominaco, come Fermo, sono location meravigliose, viviamole, godiamole, respiriamole fino in fondo.

In chiusura, pensi che con le nuove misure il mondo della cultura e dello spettacolo possano ripartire dopo tanta sofferenza e privazione?

Credo ci sia una bella differenza rispetto all’anno scorso. Per il momento il green pass e i vaccini sono l’unica via d’uscita. Visto che non tutti lo fanno, allora lo Stato ha adottato delle misure necessarie. Sono fiducioso sul fatto che anche in autunno e in inverno si potrà rivivere nel modo che tutti vogliamo. Questa volta è diverso rispetto all’anno passato, ci sono più garanzie di tutela, ed è un modo molto importante per muoversi con fiducia. Sta a noi, dopo un anno e mezzo di fermo, prendere quanto di meglio esiste per essere persone migliori rispetto a un anno fa.

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Federico Falcone
Fondatore e direttore responsabile del magazine The Walk Of Fame. Nato e cresciuto in Abruzzo, è diventato giornalista pubblicista dopo aver completato gli studi in Giurisprudenza. Appassionato di musica, cinema e teatro, avrebbe sempre voluto essere il Will Smith di Indipendence Day o, tutt'al più, Aragorn de "Il Signore degli Anelli". Vola basso.

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